L’ermeneutica marxista inadatta a capire la realtà
La scena di Donald Trump attorno al quale hanno pregato i pastori evangelici ha fatto il giro del mondo.
Ma essa merita ben altri commenti rispetto a quelli fatti dagli europei, poco avvezzi a liturgie spontanee e dimentichi dei nessi ancestrali tra trono e altare e tra sciabola e aspersorio.
La politica di Trump è fortemente filoisraeliana e antiiraniana, sia perché questi sono due leitmotiv degli affari esteri statunitensi e sia perché il background culturale del Presidente e di una fetta significativa del suo elettorato ha le caratteristiche religiose che andiamo a descrivere, non senza premettere che l’ermeneutica marxista, ancora oggi adoperata da tanti analisti e che si ostina ad attribuire la causa dei conflitti di qualunque genere solo alla struttura economica, è oramai ampiamente smentita.
La lettura del fatto storico e del dato cronachistico ha bisogno di una visione orizzontale dei piani lungo i quali essi si sviluppano, una euristica che potremmo definire strutturalista in senso accomodatizio, per comprenderli e descriverli in modo più esauriente.
In America esiste una vasta rete di associazioni della destra religiosa riconducibile al Sionismo cristiano, ossia un movimento nato nell’ambito del cosiddetto fondamentalismo evangelico, secondo cui il moderno Stato di Israele rappresenta il compimento delle profezie bibliche, per cui merita tutto il sostegno materiale e morale possibile.
Questo Sionismo cristiano, studiato da Steven Spector in una brillante monografia, Evangelicals and Israel. The Story of American Christian Zionism, edita nel 2009 a Oxford, è stato assai poco commentato in Italia per le sue implicazioni politiche.
Tra i pochi ci fu Paolo Naso in un memorabile articolo sul numero speciale di Limes del 2018 dedicato al quinquennio pontificale di Francesco.
Orbene, questa rete di associazioni e i sionisti cristiani hanno sostenuto energicamente Donald Trump e questi si è disobbligato, nel suo primo mandato, trasferendo la sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, e nel secondo, portando fino in fondo la lotta contro l’Iran.
Ed è proprio su questo aspetto che voglio dilungarmi. Questi Sionisti cristiani finanziano ogni anno il ritorno in Terra Santa di molti ebrei e spesso si oppongono al principio della pace in cambio della terra, perché asseriscono che sia contrario al volere divino.
Mike Pence, già vice presidente di Trump nel primo mandato, cattolico convertitosi all’evangelismo millenarista, ha sostenuto chiaramente che la nascita dello Stato di Israele è un evento cardine dell’Apocalisse in corso.
L’alleanza tra Israele e USA non è solo una scelta strategica ma una esigenza teologica, perché Cristianesimo e Ebraismo sono collegati. Per i gruppi evangelici più estremisti, la Palestina, Gerusalemme e la Spianata del Tempio sono i luoghi dove avverranno gli eventi escatologici.
Essi vorrebbero abbattere la Mosche di Al Aqsa e costruire il Terzo Tempio, la cui erezione affretterebbe il ritorno del Messia. Dietro questa teologia politica vi sono molte correnti, tra cui si distingue il Dispensazionalismo di John Nelson Darby, prete anglicano irlandese vicino al pensiero dei Bretherns, a loro volta gruppo molto rigido del Calvinismo fiorito su entrambe le sponde dell’Atlantco.
Darby ne radicalizzò il pensiero, leggendo l’Apocalisse in chiave storica e individuando in essa sette età storiche, delle quali l’ultima, detta del Regno, vedrà un rapido ritorno del Messia e la fine del mondo.
In questo periodo millenario, il Cristo porterà in cielo gli eletti, mentre gli altri rimarranno sulla terra, passeranno sotto la dittatura dell’anticristo e per sette anni sopporteranno durissime tribolazioni.
La Bibbia dispensazionalista, edita più volte in corrispondenza delle due Guerre Mondiali e della nascita dello Stato di Israele, ha influenzato il sentire apocalittico di diverse generazioni di evangelici millenaristi, perché corredata di precise predizioni e cronologie del futuro prossimo, nel quale ci staremmo già inoltrando. Il Neodarbismo è in effetti una corrente assai influente nel Sionismo evangelico cristiano.
Il copione biblico di questo futuro è stato in seguito trasfuso in un diffuso e influente genere di lungometraggi detto appunto del thriller apocalittico. Anche l’editoria legata a questi ambienti propone molti libri che richiamano ai segni della fine imminente.
Tra di essi, Gary Frazier, nel suo Sign of Coming of Christ del 1998, fa partire il count down della fine dalla nascita proprio dello Stato di Israele, compimento della profezia di Dio ad Abramo nella Genesi, quando gli promette il possesso perenne di Canaan. In conseguenza, la vittoria di Israele sui musulmani è un evento ineluttabile.
Invece, nel quadro neodarbista, la nascita della UE e dell’ONU sono riedizioni della Torre di Babele e compimenti delle profezie di Daniele sulla Statua dai piedi d’argilla. L’URSS, a cui oggi è subentrata la Russia, sono identificate con il paese di Magog per il loro antisionismo.
Il dialogo interreligioso del Concilio Vaticano II è considerato un segno dell’anticristo. In conseguenza di ciò, la pubblicistica neodarbista è antieuropea e anticattolica. L’acme di questa polemica si intravede nella profezia della ricostruzione del Tempio, prima della quale, come abbiamo detto, gli Eletti devono essere rapiti in cielo e i malcapitati rimasti sulla terra saranno assoggettati alla tirannia dell’anticristo, complici la UE e il Papato, che ne sono emanazione.
In questo modo, questi gruppi convergono con esponenti dell’ebraismo come i Fedeli del Tempio e divergono dal grosso delle Chiese cristiane. L’ultima tappa di questo viaggio verso l’eskaton è l’Armageddon, la Battaglia finale sulla collina di Meghiddo. Sarà qui che l’anticristo, gettando la maschera di uomo di pace che avrà messo all’inizio, darà battaglia a Israele.
Ben duecento milioni saranno i soldati schierati, ma le truppe del Messia avranno facilmente il sopravvento. La battaglia sarà condotta dal Re dell’Est, identificato nel corso del tempo con il blocco comunista, la Cina, l’Iran e l’Islam nel suo complesso, non senza che tutti costoro possano esservi riuniti.
A lui si unirà il Re dell’Ovest, l’Occidente europeo decaduto e sedotto dalla finta pace anticristica. Poi arrivano i Re del Sud, ossia l’Egitto con le sue truppe islamiche africane, e quello del Nord, assimilato di recente alla Russia di Putin. Quando i primi due Re saranno in procinto di schiacciare Israele, il Messia trionferà e regnerà per mille anni.
Appare evidente che molti motivi della politica di Trump si radicano qui: il sostegno a Israele, la lotta all’Iran, l’ostilità alla Cina, il conflitto con la UE e i toni antipapali usati ai tempi di Bergoglio. È un background del quale, prima di sorridere, bisogna tenere conto. Né si deve tralasciare una serie di altre considerazioni.
Il Medio Oriente è oramai un crocevia di lotte di forte ispirazione religiosa. I competitori di Israele sono radunati attorno ad una teocrazia islamica, seppure in disfacimento, e tra gli Ebrei non mancano suggestioni spirituali nella lotta contro la Palestina e i suoi alleati.
Queste opposte concezioni si influenzano sotterraneamente, per cui prima di deriderle o sottovalutarle, vanno considerate nella loro capacità pervasiva. Non è da escludere che anche noi cattolici torneremo a battere le strade della teologia della guerra, a fronte del contrasto, oramai in mezzo a noi, con l’Islam radicale.
In tal caso, la lunga tradizione crociata e l’ancor più antica dell’Impero romano cristiano potranno essere rinverdite. In tal senso, la teologia della pace e il dialogo interreligioso non serviranno a palinodiare, perché questi corsi e ricorsi storici sono determinati dalle circostanze e non dalle buone intenzioni. Per esempio, in Africa i cristiani perseguitati della Nigeria sono spesso armati per potersi, penso più che ragionevolmente, difendersi.
Tutti questi elementi vanno considerati, non dico condivisi, perché il focus sia messo bene a punto sulle questioni sul tavolo. Una corretta comprensione dei fatti e una maniera per inserirsi nella loro sequenza per tentare di governarli non possono prescindere da essi.
Il diritto dei Palestinesi ad avere una terra, il loro dovere di smetterla di fare terrorismo, la stabilizzazione del Medio Oriente, la fine dell’espansionismo teocratico sia sciita che sunnita – Iran e ISIS – il dialogo tra Islam Ebraismo e Cristianesimo nel quadro politico e culturale degli Accordi di Abramo sono strettamente collegati alla capacità dell’Occidente di capire se stesso, perché, accanto ai laici, ai credenti secolarizzati e a quelli istituzionali come il sottoscritto, esistono e sono influenti anche quelli apocalittici.
E non è detto che abbiano poi sempre torto, se non in teologia, almeno in politica.






