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Un giornalista e la polizia morale dei sinistrati

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Andrea Romoli

Un giornalista perbene, una spilla e la polizia morale della sinistra italiana

Il caso di Andrea Romoli meriterebbe, di per sé, ben più che una nota a piè di pagina nella cronaca del nostro tempo. Dovrebbe piuttosto diventare un piccolo trattato sulla degenerazione del dibattito pubblico italiano.
È bastata una spilla.

Una minuscola spilla appuntata sul bavero di una giacca durante un collegamento televisivo.

Tanto è stato sufficiente perché un drappello di indignati professionali ‘sinistronzi’ – partiti, opinionisti, militanze digitali, moralisti di quartiere e inquisitori da tastiera – si scatenasse in una frenetica caccia all’uomo.

Il verdetto è stato emesso con la rapidità che si conviene ai tribunali rivoluzionari: croce celtica. Dunque fascismo/nazismo.

Dunque scandalo. Dunque linciaggio.

Peccato – dettaglio secondario, a quanto pare – che quella spilla non fosse affatto un simbolo politico. Era una decorazione civile ricevuta dal giornalista per l’opera prestata, come volontario della protezione civile, durante l’epidemia di Covid. Una testimonianza di servizio eroico. Non di un’ideologia di morte.

Ma il fatto, nella liturgia della caccia al nemico, è un accessorio superfluo. Ciò che conta è il sospetto. Anzi: la possibilità di costruirlo.

Ed ecco allora l’ennesimo spettacolo di quella che potremmo chiamare la polizia morale – ecco perchè questa gentaglia ama l’Iran degli ayatollah: lì la polizia morale esiste davvero come istituzione statale – della sinistra italiana.

Una corporazione che vive di allarmi simbolici, di processi alle intenzioni e di archeologia paranoica dei segni: un gesto, una parola, una spilla, un libro sul comodino, un busto nell’armadio. Tutto può diventare prova. Tutto può essere convertito in colpa.

Il metodo è sempre lo stesso, e non ha nulla di nuovo. Si prende un avversario – o, più spesso, qualcuno che semplicemente non appartiene al coro – lo si circonda di allusioni, lo si dipinge con i colori più foschi disponibili, e infine lo si consegna alla piazza digitale. Non importa se l’accusa sia fondata: importa che sia efficace.

In questa liturgia dell’indignazione permanente, la caricatura sostituisce la realtà. Un uomo onesto può essere trasformato in nazista nel tempo necessario a scrivere un tweet.

Un volontario può diventare un estremista nel giro di una diretta televisiva. E se poi i fatti smentiscono l’accusa, poco male: la rettifica non ha mai avuto la stessa velocità del sospetto.

La sinistra italiana ha affinato negli anni una curiosa forma di archeologia simbolica: analizza oggetti, parole, gesti, posture, pieghe di giacche e inclinazioni di sopracciglia con l’aria di chi stia decifrando un codice segreto. Ovunque può nascondersi il segnale dell’eresia. Ovunque può annidarsi il ritorno del mostro.

C’è, in questo costume politico, qualcosa di profondamente provinciale e insieme profondamente autoritario. Provinciale perché riduce la vita civile a un sistema di segni da interpretare come superstizioni tribali. Autoritario perché pretende di stabilire chi sia moralmente presentabile e chi invece debba essere espulso dalla comunità dei “giusti”.

E tuttavia il risultato finale di questo zelo inquisitorio non è la difesa della democrazia, ma il suo contrario: un clima di sospetto permanente, in cui la reputazione di una persona può essere demolita sulla base di un’interpretazione arbitraria, di una fotografia mal letta, di un riflesso metallico scambiato per un simbolo proibito.

A questo punto bisogna dirlo senza troppi giri di parole.
Noi italiani perbene siamo stanchi di essere non solo vittime ma anche solo testimoni di simili episodi.

Restiamo sinceramente basiti e disgustati nel constatare che persone apparentemente colte e normali – normali nel livello intellettivo e spesso persino supponenti nel rivendicare una cultura e una sensibilità sociale che nei fatti dimostrano di non possedere affatto – continuino a esercitare una sorta di inquisizione contro chiunque non canti nel loro coro.

Un coro da Armata Rossa dei tempi che furono. Molto più stonato, ma certamente assai più pletorico.

Così la sinistra italiana continua a combattere le sue guerre immaginarie contro fantasmi del passato. Con una tecnica semplice, quasi elementare. Prima si inventa il mostro. Poi lo si combatte. E nel frattempo ci si proclama salvatori della civiltà.

Che il mostro sia stavolta un uomo perbene con una spilla da volontario della protezione civile è un dettaglio che non disturba nessuno. Anzi: rende la caccia ancora più facile. E più miserabile.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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