Un invito a tornare ad essere sale della terra
Il papato di Bergoglio, punto di arrivo di una crisi sistemica interna al mondo cattolico iniziata almeno sessanta anni fa, è finito tre volte, portandosi dietro le speranze che ha tentato di soddisfare nel modo suo proprio e lasciandoci in retaggio le sue contraddizioni.
La prima, quando è stato rieletto Donald Trump, perché il suo ritorno sul trono imperiale del XXI sec. ha significato la ripresa di quelle politiche che il Papa peronista e la sua Chiesa piegata al mondialismo hanno osteggiato fino alla perdita dell’imparzialità.
La seconda, ovviamente, quando lui è defunto.
La terza, che è una sorta di lunga morte, è costituita dalla progressiva eclisse o scomparsa dei suoi referenti politici: il declino dei Windsor, la caduta dei Clinton, lo sconquasso della finanza globalista al seguito dello scandalo Epstein – quante volte Bill Gates è stato in Vaticano? Forse tante quante quelle che è stato al Quirinale – l’erosione del consenso dei vertici europei che oramai stanno nei palazzi di Bruxelles come rintanati in un fortilizio, la crisi della sinistra italiana cattocomunista.
Il Papato bergogliano, la cui fortuna politica è stata quella di essere inchiavardato tra queste potenze mondane e che ha rinverdito più che mai la vocazione costantiniana della Chiesa, quella più antica, che la fa ancella e non detentrice del potere, oggi non potrebbe più svolgersi.
Papa Leone XIV è il risultato di un compromesso elettorale in cui la formazione intellettuale del sovrano e l’attitudine della sua personalità sono le cifre per comprendere un tentativo che la Curia francescana ha fatto per svoltare senza sacrificare se stessa.
Il governo è diventato più collegiale, molti must e slogan del recente peronismo ecclesiastico sono stati abbandonati, lo stile è diventato meno populista. Ma aspettiamo ancora la svolta.
Aspettiamo che la Chiesa Cattolica prenda coraggio e veleggi nelle acque ora più libere del mondo, senza l’ipoteca asfissiante della cultura woke e delle sue rivoluzioni pseudosociali, femminista omosessualista migrazionista ecologista e transumanista – e senza le pastoie di un ordine internazionale unipolare.
Ma per farlo essa deve fare i conti col suo recente passato. Un passato che oramai conosciamo: le infiltrazioni sovietiche nella Compagnia di Gesù e nella Teologia della Liberazione, l’influenza della finanza internazionale nel progressismo cattolico, gli intrighi di Mosca contro Wojtyła, quelli di Washington contro Ratzinger, l’opera oscura del Gruppo di San Gallo, la penetrazione dei servizi americani e dei gruppi mondialisti nella Curia e la loro alleanza poco santa con i progressisti, finalmente al potere ma sotto un Papa, Francesco, solo falsamente riformista.
Il Vaticano avrebbe bisogno di maggiore trasparenza. Mostrerebbe di essere stato quasi sempre vittima, anche se a volte di se stesso, e ne guadagnerebbe.
La famosa cassa bianca della Commissione di indagine sul vatileaks, consegnata a Benedetto XVI e poi da lui consegnata a Francesco, non dovrebbe rimanere a dormire negli archivi.
La Curia dovrebbe aver fatto esperienza dell’aspetto controproducente del silenzio che dovrebbe troncare e sopire, e che invece fertilizza le piante peggiori.
Si pensi all’attentato a Giovanni Paolo II, alla morte di Calvi, ai sequestri Orlandi e Gregori, alla strage delle Guardie Svizzere: tutte cose in cui la Chiesa di Roma è stata vittima, ma che oggi le sono addebitate ingiustamente senza che essa si possa adeguatamente difendere.
Oltre a questo, ci aspettiamo che la Chiesa Cattolica esca dal torpore teologico in cui è entrata a causa dell’egemonia artificiale dei teologi della Liberazione e del progresso, due categorie create in laboratorio – si veda la testimonianza dell’ex ufficiale dei servizi segreti rumeni al Congresso americano, Ion Pacepa – che hanno monopolizzato il dibattito interno azzerando il lascito delle nouvelles theologies post conciliari e dimenticando del tutto il neotomismo della prima metà del secolo scorso.
Sarebbe semplice, visto che solo Benedetto XVI ha lasciato una eredità teologica senza pari su cui si potrebbe lavorare per secoli. Naturalmente questo implicherebbe la rimozione dal Dicastero della Dottrina della Fede di un dilettante come il Cardinale Fernandez, magari avocando direttamente al Pontefice, come un tempo, la sua prefettura.
Di certo, la soluzione della crisi dottrinale dei cattolici non sta in un modernismo di maniera, ma nella recezione delle sfide della modernità nel perimetro delle certezze di sempre, mentre progressismo e teologia della Liberazione sono oramai fossili della storia ideologizzata del secolo spirato.
Ci vorrebbe il coraggio della ripresa di una autentica e costante riforma dei costumi del clero dei religiosi e dei laici, sulla scia di quanto fatto da Ratzinger in un contesto molto più ostile.
Bergoglio dovette ridimensionare lo sforzo moralizzatore, non per complicità ma per timore della pressione mediatica sulla Chiesa e, ora che sappiamo cosa andavano a fare a Little Saint James i padroni del vapore di quegli anni, capiamo anche perché quella pressione era diventata merce di scambio.
Avremmo bisogno di una autentica riforma liturgica, che spezzi la guerra civile tra vecchio e nuovo Ordo e che soprattutto sacralizzi nuovamente le forme del culto scaturite dal Concilio e precocemente invecchiate per gli abusi diffusi e per il crollo verticale del senso del sacro e della vocazione ecclesiastica.
Il Papa in tal senso ha detto parole chiare, persino ovvie, additando in Cristo il modello dei sacerdoti, ma persino su questo un alto clero allo sbando, per bocca di qualche ingenuo archiepiscopellus, ha avuto da ridire.
La conseguenza di ciò è che avremmo necessità anche di un rinserramento delle fila del clero attorno al Papato e ai Vescovi, a fronte dell’anarchia montante. Ma la politicizzazione delle varie fazioni ecclesiastiche lo rende difficile.
Anche in Italia, la subalternità dei vertici CEI al blocco di potere e cultura imperniato sul PD rende difficile alla Chiesa di assumere una fisionomia leonina dismettendo le vestigia più logore di un passato recente ma precocemente sepolto.
Il caso più significativo è tuttavia la deriva della Chiesa tedesca, il cui percorso sinodale l’ha di fatto portata fuori dell’ortodossia, inseguendo il mito dell’adattamento ai tempi per riempire le aule liturgiche, mito già ampiamente smentito dai fatti.
È incomprensibile che la Santa Sede non ancora intervenga censurando gli errori, visto che l’unità così salvaguardata è solo apparente. La chiave per superare questa crisi sta nell’abbattimento di quello strano moloc che è stata la sinodalità bergogliana, ossia la rivoluzione dall’alto del circuito interno della Chiesa.
Il Papa defunto ha imposto ad una comunità conformista la sua idea di assemblea, cablata su quella delle comunità di base gestite in America latina dai Gesuiti della sua gioventù. Il risultato è stato un finto dibattito su finte emergenze, reso più fumoso da termini ecclesiologicamente inadatti, che ha veicolato l’idea di una Chiesa in cui ognuno fa quel che vuole purchè nel quadro di una sottocomunità di riferimento. Una frantumazione dell’unità e, paradossalmente, un impoverimento della molteplicità.
Come diceva Paolo VI, il prete non deve suonare più la sua campana, fosse pure per chiamare al sinodo parrocchiale i suoi fedelissimi, ma deve tornare a farsi missionario.
E la missione di cui il mondo secolarizzato e in melting pot ha bisogno è quella semplice del kerygma. Meno sociologismi e più Vangelo. Più senso del sacro. Più custodia del mistero. Più Parola di Dio e meno chiacchiere di uomo.
Non c’è dubbio che Leone sia su questa strada. Molti ce ne sono che si siano tutti gli altri. Ma senza questa spinta la Chiesa potrebbe non vincere nell’immediato la sfida dell’islamizzazione dell’Europa, della secolarizzazione dilagante, dell’analfabetismo religioso e della demolizione, anche fisica, del sacro nel quadro di una cristianofobia che, in Africa e Asia, è spesso persecuzione.
Molti creano una finta alternativa tra missione ed ecumenismo, tra evangelizzazione e dialogo. Sono cose diverse, delle quali l’annuncio è di origine biblica, mentre le altre sono espressione di una giusta inculturazione del messaggio cristiano nel nostro tempo.
La Chiesa torni se stessa, dopo decenni di sbando sessantottino. Il secolo lungo, bicentenario, della Rivoluzione, iniziato a Parigi nel 1789, passato per Mosca nel 1917 e per Pechino nel 1948, è finito nel 1989. I frustuli del suo ultimo, meduseo avatar che è stato il Sessantotto, sono oramai in agonia dopo aver lasciato una scia di sangue.
Ora che un’epoca è finita, la Chiesa Cattolica abbandoni il messianismo politico immanentista che l’ha tanto spesso tentata e torni ad essere sale della terra. Il miglioramento del mondo verrà da sé.
Di certo avremo quella rinascita morale dell’Occidente di cui, senza essere l’unica artefice, la Chiesa potrà essere matrice, dando così un alito di speranza ai tempi ferrei che viviamo, in cui si sentono i vagiti di un’epoca nuova senza intravederne i connotati con precisione.






