Il gioiello più splendente del lascito di Benedetto XVI
Exegi monumentum aere perennius
regalique situ pyramidum altius,
quod non imber edax, non Aquilo impotens
possit diruere aut innumerabilis
annorum series et fuga temporum.
(Orazio, Odi, III-30)
Ho eretto un monumento più duraturo del bronzo
e più alto del regale sito delle piramidi, tale che
né la pioggia corroditrice né l’Austro sfrenato
potrebbero distruggerlo, né l’innumerabile serie
degli anni e la fuga delle stagioni.
Come ci ha gentilmente riportato Vatican News, Papa Leone XIV ha risposto sul numero di febbraio di “Piazza San Pietro” alla lettera di un uomo che si definisce “un ateo che ama Dio”: il vero problema non è credere o non credere in Dio, ma cercarlo e qui risiede la dignità e la bellezza della nostra vita
“Non può essere ateo chi ama Dio, chi lo cerca con cuore sincero”. Così Papa Leone risponde, citando Sant’Agostino a Rocco di Reggio Calabria che ha inviato una lettera alla rivista “Piazza San Pietro”, edita dalla Basilica Vaticana.
Il Pontefice, sul numero di febbraio, ringrazia per la poesia di Rocco che chiede un aiuto e domanda se è possibile definirsi ateo e allo stesso tempo amare Dio.
“Credo di non credere, assolutamente certo del nulla continuo a bramare Dio. Il mio dramma – aggiunge Rocco nella sua poesia – è Dio! La mia inquietudine è Dio!”. “Quello che Lei afferma – è la risposta del Papa – mi ha fatto subito ritornare alla mente quanto scrive il mio amato padre sant’Agostino nelle Confessioni: ‘Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo’”. Una citazione che ben mette in luce come la ricerca di Dio sia desiderio.
“Il vero problema della fede – prosegue Leone XIV – non è credere o non credere in Dio, ma cercarlo! Lui si lascia trovare dal cuore che lo cerca e, forse, la giusta distinzione da fare non è tanto quella tra credenti e non credenti, ma tra cercatori e non cercatori di Dio”.
E allora il Papa aggiunge che si può pensare di essere credenti senza cercare il volto di Dio e quindi senza amarlo, al contrario si può essere convinti di non credere e invece “essere ardenti cercatori del suo volto, amarlo – conclude rivolgendosi a Rocco – come fa Lei.
Ecco, siamo tutti desiderosi d’Amore, dei cercatori di Dio. E qui risiede la dignità e la bellezza della nostra vita”.
Ispirato dalle bellissime parole di Papa Leone, che ho sentito così mie avendo dedicato la vita alla ricerca della Verità, ho voluto offrire ai lettori del NGN, in grandissima parte anch’essi cercatori di Verità, il gioiello teologico del suo predecessore, Benedetto XVI.
Questa gemma, all’epoca, la pubblicò integralmente credo solo il Foglio, corredata da una piccola presentazione.
Qualcun altro tra i media mainstream la commentò brevemente.
Non è sufficiente; il saggio sui rapporti tra Ebraismo e Cristianesimo rappresenta un testo centrale nella ricerca teologica generale, non una nota a piè di pagina nell’opera omnia del solo Ratzinger.
Si pensi solamente al dibattito su chi appartenga spiritualmente a quell’eggregore denominato am Israel, ovvero alla komah sheleimah (completa struttura) del Popolo di Dio.
Esiste forse una komah sheleimah che comprenda ebrei e cristiani in una super-struttura della Rivelazione?
Oppure si continuerà, da parte dei soggetti coinvolti nei due schieramenti, a considerare la propria quale l’unica comunità del Popolo di Kadosh Baruch Hu (Il Santo che sia Benedetto), incarnato in Gesù come ai cristiani è spiegato con tutta evidenza dall’episodio della Trasfigurazione di Gesù stesso al Monte Tabor (Matteo 17,1-8; Marco 9,2-8 e Luca 9,28-36, 2Pt 1,16-17).
Questo episodio della vita di Gesù avrebbe dovuto dettare le condizioni del trattamento degli ebrei da parte dei cristiani. La “Fratellanza” era già esplicita.
Fratellanza, non ecumenismo, la differenza è enorme.
Però tuttora l’interpretazione teologica prevalente dei rapporti reciproci non è questa.
Per fare un esempio, la Chiesa Ortodossa russa e gran parte dell’Ebraismo non si considerano legati da vincoli particolari con la controparte, se non per il dato storico dell’ebraicità di Gesù e la condivisione del cosiddetto Antico Testamento.
È la teoria della sostituzione di cui tratta Benedetto nel suo scritto e per l’Ebraismo potremmo chiamarla teoria dell’indifferenza.
Vorrei rassicurarvi: la lettura di questo intervento non è limitata a coloro nel cui cuore albergano interessi teologici, o semplicemente spirituali.
La questione qui sollevata possiede importanti ripercussioni a livello geopolitico.
Come giudicare altrimenti la vera propria guerra religiosa in corso negli USA tra chi ritiene che il rapporto con l’Ebraismo debba rimanere privilegiato e fraterno per i cristiani e chi non fa differenza tra le varie fedi diverse da quella cristiana e non ritiene che l’Ebraismo debba occupare un posto speciale nel dialogo interreligioso?
La recentissima polemica seguita all’incontro tra il famoso giornalista Tucker Carlson e l’ambasciatore americano in Israele il pastore battista Mike Huckabee, uno dei leader del Sionismo Cristiano, è uno dei segnali del durissimo conflitto in corso negli USA, soprattutto all’interno del movimento MAGA.
Ma c’è di più.
Sono duemila anni che la domanda centrale sulla relazione tra Ebraismo e Cristianesimo è rimasta senza risposte accettabili per carenza di armonia, di shalom potremmo dire, ovvero ha ricevuto soluzioni teologiche superficiali ed egoistiche da entrambe le parti come ho suggerito innanzi.
Sangue è stato versato, vite sono state stroncate (quasi sempre da parte cristiana) e, soprattutto, la relazione reciproca ufficiale raramente è stata fruttifera e portatrice di santità al mondo, il che ha aggiunto la bestemmia intrinseca ai già gravi peccati di violenza.
In verità il reciproco dialogo, almeno sotterraneamente, fortunatamente non è mai cessato ed alcuni eroi poco conosciuti dal grande pubblico, come il grandissimo kabbalista cristiano Johannes Reuchlin, hanno costantemente lottato per la Verità.
Detto ciò, chi ha avuto la bontà di leggere in precedenza sa perfettamente che non ho peli sulla lingua e che ho attaccato senza paura a destra e a manca.
Ma cercare di diffondere il capolavoro di uno dei maggiori teologi di tutti i tempi, per giunta avente ad oggetto un argomento fondamentale, reso oltretutto delicatissimo dagli eventi storici dell’ultimo periodo, mi cagiona una forte emozione.
Quando Benedetto era ancora Cardinale convinse uno degli uomini più coraggiosi di tutti i tempi, l’eroico San Giovanni Paolo II a recarsi al Tempio Maggiore di Roma e ad apostrofare gli Ebrei con il meraviglioso e familiare appellativo di “fratelli maggiori”.
Era il 13 aprile 1986 e ad accogliere il pontefice fu un altro gigante come il rabbino Elio Toaff.
Non fu un gesto isolato o rimasto senza conseguenze, fu l’inizio di una stagione nuova e più feconda dei reciproci rapporti perché la Chiesa cattolica, aveva compiuto un passo enorme. Aveva rinunziato de facto alla teoria della sostituzione, cosa che molte confessioni cristiane avversano anche oggidì con tutte le loro forze.
Come ci ricorda Benedetto il seme era stato piantato già dal Concilio Vaticano II, ma fu quella visita a rendere vivente nel mondo quell’apertura teologica.
Procederò in tutta umiltà con il metodo che ho appreso nella città santà della Kabbalah in Israele, così come accadde al grande Balthasar Walther, kabbalista cristiano e ispiratore di Jakob Böhme, il cui nome tutti conoscono; al contrario quasi nessuno si rammenta quello del medico slesiano, che pure ebbe un ruolo fondamentale nel far conoscere la Kabbalah lurianica al suo amico teologo.
Chi scrive teologo non è, ma in verità il testo di Benedetto non abbisogna di ulteriori apporti in quel campo.
Come è giusto mi limiterò, quindi, a fornire una cornice referenziale per evidenziare la grandezza di questa opera e qualche elemento di contestualizzazione.
Spero che scuserete questo metodo, che potrebbe apparire prolisso e troppo legato al dettato dei Sacri Testi, ma trattandosi di argomenti santi, che fanno parte del campo della Kedushà, secondo la Kabbalah i ragionamenti importanti devono necessariamente iniziare ed essere fondati sulle Scritture.
Questa è l’essenza Kabbalah, in quanto anche la gematria rappresenta un metodo di esplorazione della Sacra Scrittura, così come la meditazione tradizionale sulla Torah, “Fuoco Nero su Fuoco Bianco” non si discosta da questo percorso.
La scelta del frammento di Orazio in epigrafe, monumento letterario generato dall’orgoglio del grande poeta romano per la sua opera, perdurante nei secoli più del metallo e svettante più in alto delle piramidi d’Egitto, fa brillare con maggior forza l’umiltà immensa di Papa Benedetto XVI, che rammenta quella di Francesco, quello vero.
Benedetto, all’Udienza Generale di mercoledì, 27 gennaio 2010 affermò: «È stato detto che Francesco rappresenta un alter Christus, era veramente un’icona viva di Cristo. Egli fu chiamato anche “il fratello di Gesù”».
In effetti, questo era il suo ideale: essere come Gesù; contemplare il Cristo del Vangelo, amarlo intensamente, imitarne le virtù. In particolare, egli ha voluto dare un valore fondamentale alla povertà interiore ed esteriore, insegnandola anche ai suoi figli spirituali.
La prima beatitudine del Discorso della Montagna – Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3) – ha trovato una luminosa realizzazione nella vita e nelle parole di san Francesco.”
Leggendo le parole di Benedetto mi appare chiaro che nella sua umiltà sia riconoscibile l’impronta del Santo d’Assisi, anche e soprattutto relativamente alla sua produzione teologica e al suo ruolo, sin da giovanissimo, nel plasmare la Chiesa moderna.
E alcuni stolti lo hanno anche tacciato pubblicamente di superbia, di possedere un orgoglio eccessivo, di essere capriccioso.
Questi nanetti da giardino (sedicenti teologi o semplice marmaglia giornalistica) non si sono limitati a queste accuse.
Ricordiamo tutti la tempesta mediatica che investi il mite pontefice dopo il suo discorso a Ratisbona.
Per quanto apoditticamente quasi tutti si sono ingoiati ogni eccesso da parte di Bergoglio, il santificato da Scalfari, l’azione di Benedetto è stata scrutinata in ogni sua piega, criticata, avversata.
A cosa si dovrà questa differenza di trattamento?
La risposta cercatela negli eventi di questi giorni: la voce di Benedetto portava la Verità, la voce di altri era graditissima ai media mainstream, ai loro editori e ai loro amici faccendieri e peggio.
Ma per evitare confusioni e fraintendimenti nel cuore dei giusti, dal Cielo spesso si inviano segni, quasi a rendere innegabile il carisma dei prediletti dal Signore.
Accadde per il grande guaritore cristiano Nizier Anthelme Philippe detto Maître Philippe de Lyon, colui che con il suo carisma illuminò i vertici dell’Ordine Martinista e li spinse verso la Kabbalah Cristiana, convertendone i cuori come testimoniò Philippe Encausse, figlio di Papus.
Qualche mese prima della sua nascita, sua madre, allora incinta di Nizier, fece visita al curato d’Ars, futuro santo, che le avrebbe rivelato che suo figlio sarebbe stato un essere molto elevato.
In modo similare, quando il Cardinale Ratzinger scelse il suo nome da pontefice, inizialmente in pochi colsero i profondi significati di questa scelta.
Poi vennero le spiegazioni che dimostravano lo spessore di tale opzione.
Nella mia pochezza, mi permetto però di aggiungerne un’altra, più segreta come spesso accade al kabbalista; Benedetto, in ebraico, si traduce Baruch.
Una persona di fede ebraica ortodossa quella parola la pronunzia continuamente: Baruch HaShem, Benedetto il Nome.
Baruch è la prima parola di quasi tutte le Berachot (stessa radice) le Benedizioni.
Baruch Ha’ba B’Shem Adonai.
Benedetto è colui che viene nel nome del Signore come ci insegna il vangelo di Luca (13,35).
A posteriori si può vedere quanto fu realmente ispirata quella scelta; Benedetto è colui che ha cercato di rendere giustizia a chi crede nella fratellanza strettissima tra chi venera Kadosh Baruch Hu e chi venera la Sua incarnazione in Gesù.
Baruch appunto, il nome non poteva essere più appropriato.
Ma su un punto, anzi sul punto principale perché potenzialmente li abbraccia tutti, Benedetto si è elevato sugli altri teologi. E la cosa è rimasta patrimonio di pochi. Troppo pochi.
Anche tra i laudatori più sfrenati del grande Papa tedesco, se il discorso di Ratisbona venne (giustamente) apprezzato come un picco altissimo del suo magistero e quale modello di analisi sul degrado dell’Occidente, l’ultima fatica di Benedetto è quasi dimenticata.
Eppure, la scrittura è squisita, motivata, incalzante, esaltante.
Sembra incredibile, che questo saggio sia stato quasi completamente obliato, ma le ragioni ci sono e possiamo provare ad esplorarle.
Forse questo scritto ha infastidito un po’ a tutti, a parte la sparuta categoria dei kabbalisti cristiani, che certi misteri li investigano da secoli e che gioiscono per questa opera dottrinale.
Forse non si vuole credere che, dopo duemila anni, un teologo moderno abbia finalmente prodotto una teoria accettabile che possa porsi a fondamento della fratellanza tra ebrei e cristiani.
Come si è detto, non si parla di fratellanza generica tra tutte le creature.
Si parla del rapporto tra Esaù e Giacobbe, due fratelli di sangue.
Un rapporto ove tradizionalmente ai cristiani viene assegnato dagli ebrei il ruolo di discendenti di Esav, o Esaù, e questa figura viene denigrata sin da prima della sua nascita.
Secondo gli insegnamenti rabbinici antichi, due fratelli lottavano già nel ventre della madre, perché ogni volta che Rebecca passava davanti a un Beit Midrash (Casa di studio), Giacobbe cercava di raggiungerla, spinto dalla sua passione per lo studio e l’apprendimento delle cose sante.
E ogni volta che Rebecca passava davanti a un bordello, era Esaù ad agitarsi a causa dei desideri che lo spingevano a tradire la sua sacra genesi.
Vista l’identificazione sopra menzionata, i cristiani (Esav) sarebbero condannati sin dal ventre materno, mentre Giacobbe, pur condividendo il grembo con il fratello, possiederebbe un alone di santità ancor prima di nascere.
Un atteggiamento comprensibile da parte ebraica a causa delle persecuzioni subite, ma curioso, perché la lettura della Torah sembra suggerire proprio l’opposto.
Un capovolgimento completo.
Giacobbe inganna il padre Isacco e il fratello Esaù.
Il Signore lo sottopone a penitenze che durano anni.
La santità Giacobbe se la guadagna con fatica.
Anzi lotta addirittura con un Malach, un angelo, per superare finalmente i propri difetti.
Quanto Giacobbe torna dal fratello, ecco cosa accade (Genesi 32 e 33):
“32, 4 Poi Giacobbe mandò avanti a sé alcuni messaggeri al fratello Esaù, nel paese di Seir, la campagna di Edom. 5 Diede loro questo comando: «Direte al mio signore Esaù: Dice il tuo servo Giacobbe: Sono stato forestiero presso Labano e vi sono restato fino ad ora.
6 Sono venuto in possesso di buoi, asini e greggi, di schiavi e schiave. Ho mandato ad informarne il mio signore, per trovare grazia ai suoi occhi».
7 I messaggeri tornarono da Giacobbe, dicendo: «Siamo stati da tuo fratello Esaù; ora egli stesso sta venendoti incontro e ha con sé quattrocento uomini«.
8 Giacobbe si spaventò molto e si sentì angosciato; allora divise in due accampamenti la gente che era con lui, il gregge, gli armenti e i cammelli.
9 Pensò infatti: «Se Esaù raggiunge un accampamento e lo batte, l’altro accampamento si salverà».
10 Poi Giacobbe disse: «Dio di mio padre Abramo e Dio di mio padre Isacco, Signore, che mi hai detto: Ritorna al tuo paese, nella tua patria e io ti farò del bene, 11 io sono indegno di tutta la benevolenza e di tutta la fedeltà che hai usato verso il tuo servo. Con il mio bastone soltanto avevo passato questo Giordano e ora sono divenuto tale da formare due accampamenti. 12 Salvami dalla mano di mio fratello Esaù, perché io ho paura di lui: egli non arrivi e colpisca me e tutti, madre e bambini!
13 Eppure tu hai detto: Ti farò del bene e renderò la tua discendenza come la sabbia del mare, tanto numerosa che non si può contare». 14 Giacobbe rimase in quel luogo a passare la notte. Poi prese, di ciò che gli capitava tra mano, di che fare un dono al fratello Esaù: 15 duecento capre e venti capri, duecento pecore e venti montoni, 16 trenta cammelli allattanti con i loro piccoli, quaranta giovenche e dieci torelli, venti asine e dieci asinelli. 17 Egli affidò ai suoi servi i singoli branchi separatamente e disse loro: «Passate davanti a me e lasciate un certo spazio tra un branco e l’altro».
18 Diede questo ordine al primo: «Quando ti incontrerà Esaù, mio fratello, e ti domanderà: Di chi sei tu? Dove vai? Di chi sono questi animali che ti camminano davanti?, 19 tu risponderai: Di tuo fratello Giacobbe: è un dono inviato al mio signore Esaù; ecco egli stesso ci segue».
20 Lo stesso ordine diede anche al secondo e anche al terzo e a quanti seguivano i branchi: «Queste parole voi rivolgerete ad Esaù quando lo troverete; 21 gli direte: Anche il tuo servo Giacobbe ci segue». Pensava infatti: «Lo placherò con il dono che mi precede e in seguito mi presenterò a lui; forse mi accoglierà con benevolenza». 22 Così il dono passò prima di lui, mentr’egli trascorse quella notte nell’accampamento.
23 Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e passò il guado dello Iabbok.
24 Li prese, fece loro passare il torrente e fece passare anche tutti i suoi averi.
25 Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora.
26 Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui.
27 Quegli disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». 28 Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». 29 Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». 30 Giacobbe allora gli chiese: «Dimmi il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?».
E qui lo benedisse. 31 Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel «Perché – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva». 32 Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all’anca. 33 Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l’articolazione del femore, perché quegli aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico.
33,1 Poi Giacobbe alzò gli occhi e vide arrivare Esaù che aveva con sé quattrocento uomini. Allora distribuì i figli tra Lia, Rachele e le due schiave; 2 mise in testa le schiave con i loro figli, più indietro Lia con i suoi figli e più indietro Rachele e Giuseppe. 3 Egli passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi al fratello. 4 Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero.
5 Poi alzò gli occhi e vide le donne e i fanciulli e disse: «Chi sono questi con te?». Rispose: «Sono i figli di cui Dio ha favorito il tuo servo». 6 Allora si fecero avanti le schiave con i loro figli e si prostrarono. 7 Poi si fecero avanti anche Lia e i suoi figli e si prostrarono e infine si fecero avanti Rachele e Giuseppe e si prostrarono. 8 Domandò ancora: «Che è tutta questa carovana che ho incontrata?».
Rispose: «È per trovar grazia agli occhi del mio signore». 9 Esaù disse: «Ne ho abbastanza del mio, fratello, resti per te quello che è tuo!». 10 Ma Giacobbe disse: «No, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché appunto per questo io sono venuto alla tua presenza, come si viene alla presenza di Dio, e tu mi hai gradito. 11 Accetta il mio dono augurale che ti è stato presentato, perché Dio mi ha favorito e sono provvisto di tutto!». Così egli insistette e quegli accettò.”
Dov’è l’antagonismo, dov’è lo scontro? In quale punto Esaù si rivela quale aguzzino di Giacobbe divenuto Israele? In quale occasione Israele disprezza Esaù?
Come è accaduto che Esav e Jaakov, colui che è aggrappato al tallone di suo fratello come ci rivela il suo nome, siano diventati il simbolo di un dissidio inconciliabile?
Kabbalisticamente qual è il significato segreto, il sod, di questi fondamentali passukim?
Questi sono i passi ove Giacobbe, subito prima di incontrare il fratello, si rivela come Israele. Sì, questi due passukim sono centrali per la fede giudaico-cristiana sotto molti punti di vista.
Ad esempio, Genesi 32,11 contiene una formula meravigliosa, quella che inizia con la parola Katonti, non sono degno:
Katonti mikol hachasadim umikol ha’emet asher asita et avdecha
“Non sono degno di tutti gli atti di misericordia e di tutta la verità che hai mostrato al tuo servo.”
Come ho scritto in precedenza parlando della menzogna, Chesed e Emet sono strettamente legate.
Con la Verità giunge ineluttabilmente anche la Misericordia Divina.
Senza Verità entra in campo Gevurah, il rigore, la restrizione, la punizione.
Inoltre, Israele nel passo si divide in due campi, apparente profezia della futura composizione della rivelazione giudaico-cristiana.
Questi sono solo alcuni degli spunti che ci offrono questi bellissimi brani della Torah che danno pienamente ragione alla ricostruzione di Papa Benedetto.
Esaù e Giacobbe si riconciliano pienamente, malgrado le differenze. Si trattano con affetto e rispetto reciproco.
Questo dicono le Scritture!
Risulta chiaro che, pur con tutte le giustificazioni del mondo, anche l’atteggiamento indifferente del mondo ebraico, che ha assunto anche altri aspetti negativi, quale la maledizione del nome di Gesù (Yimakh shemo, “che il suo nome sia cancellato”) ha svolto la funzione di ostacolare nel pensiero speculativo ebraico, se non di precludere nei più, la possibilità di raggiungere i risultati di Benedetto.
Oltre all’ovvia considerazione che, se la Torah (seppure in forma adeguata ai popoli pagani) ha raggiunto i quattro angoli della terra, la predicazione cristiana un qualche merito agli occhi del Signore lo avrà avuto…
Questo concetto è stato fatto proprio da un rabbino visionario, che mi fece conoscere un mio fratellino minore, un rabbino di sangue sacerdotale (e la cosa ha un’enorme rilevanza), grande esperto di gematria, con cui ho avuto degli scambi molto fertili.
Per questo rabbino le cose stanno come le ha poste Benedetto, di cui lui peraltro non sapeva nulla: ho chiesto.
Si chiama Ariel Cohen Alloro ed è un allievo del grandissimo kabbalista Yitzchak Ginsburgh, a sua volta maestro dei miei mentori in Israele.
La sua organizzazione porta il nome di Facing each other “di fronte l’uno all’altro”, e il suo simbolo meraviglioso sono i due Cherubim sull’Arca dell’Alleanza.
Una sola Alleanza. Stipulata con il Popolo e allargata a chi si abbandoni al Cristo, come dice l’Evangelista:
Giovanni 14,1-14
Gesù consola gli apostoli: egli ritornerà da loro
1 «Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me!
2 Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? 3 Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi; 4 e del luogo dove io vado, sapete anche la via».
5 Tommaso gli disse: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo sapere la via?» 6 Gesù gli disse: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7 Se avete conosciuto me, conoscerete anche mio Padre; e fin da ora lo conoscete, e l’avete visto».
8 Filippo gli disse: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9 Gesù gli disse: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre; come mai tu dici: “Mostraci il Padre”? 10 Non credi tu che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico di mio; ma il Padre che dimora in me fa le opere sue. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se no, credete a causa di quelle stesse opere.
12 In verità, in verità vi dico che chi crede in me farà anch’egli le opere che faccio io, e ne farà di maggiori, perché io me ne vado al Padre; 13 e quello che chiederete nel mio nome, lo farò, affinché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14 Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome io la farò.”
La speculazione di Benedetto genera quasi un senso di delusione in entrambi i campi, ci fa sentire tutti un po’ incapaci per non aver compreso la Verità che era raggiungibile, purché si abbandonassero i reciproci pregiudizi.
Un altro ostacolo risulta la secolare violenza contro gli ebrei che, oltre alle condivise categorie di violenza stupida ed incapace, con la visione di Benedetto ne assumerebbe una nuova, ovvero di essere totalmente sacrilega, oltrepassando così la già gravissima violazione dei Comandamenti relativi al prossimo tuo.
Risulta, quindi, chiaro che esiste una congiura, totalmente involontaria, ma non di meno efficacissima per porre nell’oblio l’ultima fatica teologica del Papa.
Benedetto, prima di tornare trionfante tra le braccia del Padre Nostro, ci ha lasciato un monumento altissimo e inseguito vanamente per duemila anni: una spiegazione teologica coerente del perché Kadosh Bauch Hu, dopo aver condotto il Suo Popolo fuori dall’Egitto e dopo averlo santificato con la Sua Legge, si sia degnato di incarnarsi e di soffrire sulla Croce per gli altri popoli del mondo, ai quali mancava una via verso la salvezza.
Non voglio certo dire che la nostra Via giudaico-cristiana, nelle sue mille sfaccettature, debba per forza essere l’unico veicolo soteriologico esistente (sto pensando, ad esempio, al Buddismo); se facessi ciò mi arrogherei prerogative che non mi spettano e che, forse, non spettano ad alcuno.
Quello che, però, possiamo affermare con Giusta Voce, come dicevano gli Egizi, è che la nostra tradizione giudaico-cristiana sia un Vero e Giusto mezzo di salvezza e un percorso di ritorno vittorioso alla Casa del Padre, in una delle Sue molte Dimore.
Non ho citato gli egizi a casaccio.
La spiritualità giudaico-cristiana ha le sue radici saldamente piantate nella fertile terra nera, la Kemet, che corre parallela al grande fiume Nilo.
La civiltà egizia, al contrario di quasi tutte le sue contemporanee, viveva per morire bene. Viveva ingegnandosi su come passare indenne il giudizio di Osiride per rinascere nel Sekhet-Aaru, il Canneto, il paradiso dei Giusti di Voce e degli Dei.
La concezione metafisica egizia è complessa e avvincente.
La vita deve rappresentare una preparazione alla Vita che verrà, che è quella che conta veramente.
Non c’è spiritualità giudaico-cristiana senza Mosè, un principe d’Egitto.
Ecco perché giudizi tranchant, in assenza di profondi riscontri, non sono possibili.
La Rivelazione dell’Uno, il Suo svelamento, che è al tempo stesso Verità in senso greco e in senso semitico, è lo scopo della nostra presenza nella Creazione.
Non sono ammissibili scorciatoie o giudizi sommari. Questi “trucchi” sono essenzialmente portatori di violenza e di miseria e non hanno alcun effetto benefico.
Ma tornando a quella storica visita di San Giovanni Paolo II, le ragioni teologiche che spinsero Benedetto alle conclusioni che giustificarono la rottura di un diaframma che durava da molti secoli, non furono mai integralmente esplicitate se non dopo numerosi anni di attesa.
E ci fu il rischio che non ne venissimo neppure a conoscenza.
In occasione del 92° compleanno di Benedetto XVI, il 16 aprile 2019, venne dato alle stampe un volume che avrebbe meritato diffusione mondiale e che avrebbe dovuto essere commentato nelle scuole e nelle comunità di ogni segno.
Tutto partì da un atto di benigna “pressione” da parte del caro Cardinale Koch, colui che ammutolì Cambridge ad un convegno sulle religioni abramitiche.
Dopo tanti interventi politicamente corretti, il buon prelato fedele seguace del grande teologo tedesco, prese il microfono e pronunziò le parole proibite.
“Le religioni abramitiche sono due: Ebraismo e Cristianesimo.”
Gelo tra i luminari presenti, non abituati alla Verità.
Non c’era nulla da commentare: Gesù era ebreo, Maometto no.
La connessione tra giudei e cristiani è innegabile e incontestabile.
La discendenza da Abramo della rivelazione giudaico-cristiana è fattuale e l’Islam non c’entra nulla.
D’altronde lo dice lo stesso Corano alla Sura 109 – Sura Al-Kâfirûn (I Miscredenti):
“In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.
Di’: «O miscredenti!
2. Io non adoro quel che voi adorate
3. e voi non siete adoratori di quel che io adoro.
4. Io non sono adoratore di quel che voi avete adorato
5. e voi non siete adoratori di quel che io adoro:
6. a voi la vostra religione, a me la mia».”
La cosa è reciproca.
Avrete capito che il Cardinale Kock nascondeva una vena un po’ birichina, per cui quando l’anziano Pontefice (Santo e Martire nel mio cuore) gli consegnò un suo studio, l’ultimo, con la richiesta di non darlo alle stampe, Koch tanto fece che l’anziano Papa si convinse a concedere la sua autorizzazione, per nostra immensa fortuna.
C’era un motivo semplicissimo per giustificare la riluttanza di Benedetto XVI, nella sua grande umiltà, non voleva che questo suo saggio, pensato e realizzato quale messaggio di pace, al contrario provocasse polemiche a non finire.
Era un lavoro che doveva fungere da base per il reciproco abbraccio, non da benzina sul fuoco della polemica.
Ma il Cardinale Koch non ebbe titubanze e, convinto Benedetto, pubblicò il saggio del Papa sulla celebre rivista Communio, fondata nel 1972 da Joseph Ratzinger, Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac, Walter Kasper, Louis Bouyer, Jean-Luc Marion e altri.
E le polemiche arrivarono subito da entrambe le parti.
In particolare, il giovane rabbino capo di Vienna, Arie Folger, scrisse all’anziano pontefice una lettera dai toni severi.
Benedetto rispose e così iniziò una corrispondenza assai bella che culminò in un incontro tra Benedetto e il Gran Rabbino della capitale austriaca.
Queste vicende, a partire dall’articolo uscito su Communio e la corrispondenza che ne seguì sono state riunite in un bel volume che consiglio caldamente a tutti.
Si intitola Ebrei e cristiani (a cura di E. Guerriero, San Paolo, Cinisello Balsamo, Mi, 2019, 142 pp., 15 euro).
Il volume contiene l’articolo di Benedetto, la replica di Folger, la loro corrispondenza, i documenti più importanti del dialogo tra ebrei e cattolici.
Da notare che il rabbino Folger volle scrivere una prefazione di grande apprezzamento nei confronti del Papa.
Ove non si scelse l’onesta strada della critica aperta (sempre lecita) si preferì l’oblio.
Quasi come se fosse un parto senile da guardare con diffidenza e di cui è meglio non parlare.
Questo saggio è difficile da trovare, non se ne parla, non si studia.
Perché infastidisce quasi tutti. Perché c’è poco da obiettare alla grandezza della visione e della dottrina di Benedetto.
Qualche tempo fa uscì un video ove due ammiratori senza remore del papa tedesco e cattolici tradizionalisti convinti, se ne uscirono con un’enormità.
Peccato, sono due persone stimabilissime e di grande ingegno, persone che normalmente ascolto volentieri.
Sentir dire a due cosiddetti “specialisti” che i problemi in Medio Oriente si risolveranno con la conversione degli ebrei al cattolicesimo, il tutto condito da sorrisetti di intesa che fanno pensare che questa sia un’opinione condivisa in certi ambienti dove i due sono influenti, mi ha veramente devastato.
Benedetto, il vostro adorato Benedetto, ha scritto esattamente il contrario.
Pregare per la conversione degli ebrei, pratica antica e odiosa, rasenta e forse oltrepassa la linea del lecito spirituali.
Soprattutto va decisamente contro lo spirito e la lettera dello scritto qui pubblicato.
Speriamo che questa pubblicazione contribuisca a diffondere queste meravigliose parole di pace, armonia e santità.
Ovviamente non mi sono permesso di fare alcun commento alle parole di Papa Benedetto; ho solamente aggiunto qualche nota esplicativa allo scopo di aiutare tutti i lettori a trarre il massimo profitto dal testo e qualche sottolineatura in grassetto delle frasi che più mi hanno colpito.
Buona e Santa Lettura!
Segue nell’edizione di domani, con il testo di Benedetto XVI





