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Referendum, valutare il contenuto non fare propaganda

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di Antonio Foccillo

La propaganda sul prossimo referendum costituzionale sulla giustizia, come da anni succede nella politica italiana, è solo uno scontro fra due fazioni, che dimostrano soltanto intolleranza verso l’altra posizione, invece che una sana discussione di merito. 

Tutto questo, ancora una volta dimostra l’inconsistenza di una classe politica incapace di svolgere il ruolo democratico che gli compete e nel quale ci si confronta su proposte alternative. Invece, solo offese, denigrazioni, criminalizzazioni, prevaricazioni verso l’avversario per imporre la propria idea.

Tuttavia non è più procrastinabile avviare un confronto dialettico di merito fra le diverse proposte politiche, perché, purtroppo, già sul nostro futuro pesano troppe incertezze e troppe incognite, e la necessaria dialettica dovrebbe proprio servire a individuare quale modello di società, di economia, di stato sociale, quale divisione dei poteri, quali tutele sul lavoro, quali diritti dei lavoratori, quali diritti di cittadinanza devono avere una risposta necessaria di fronte ai rischi di economie prive di principi sociali.

In questo contesto economico neoliberista attuale, si sono, invece, configurati, sempre più pressanti gli attacchi a modello fondato sullo Stato sociale. Il tutto si è giustificato con la necessità di competitività per rafforzare quel modello di capitalismo selvaggio e delle politiche monetariste, diventate ormai ideologia egemone, e così facendo si sono stravolti anche gli stessi principi di civiltà, come quelli della tolleranza e solidarietà tra gruppi diversi e tra generazioni diverse che hanno fatto forte il modello europeo.

Una parte consistente di questa impostazione è stata giustificata dalle letture sbagliate o acquiescenti verso i nuovi mantra economici/finanziari da diversi economisti.

George Bernard Shaw sosteneva che: “Il compito degli economisti è quello di analizzare il presente e prevedere il futuro”; “molto spesso”, aggiungeva: “capita che preferiscono analizzare il futuro prevedendo solo il presente”. Purtroppo così è stato!

Quanti studiosi hanno predicato e imposto politiche sbagliate, dimenticando la lezione di Keynes. La risultanza di tutto ciò è che le persone si sono disinteressate, chiudendosi solo sui propri problemi.

L’esserci chiusi in noi stessi, anche fisicamente, ci ha portato ad avere paura di chiunque sia minimamente diverso dal nostro bagaglio di esperienze acquisito e a non vedere più le diversità in un valore di crescita e arricchimento di quel bagaglio che ci portiamo dietro. Si ha paura di essere soli, lasciati al proprio destino. Questo, purtroppo, è diventato realtà, maggiormente con la pandemia, la guerra, il neo imperialismo e l’aggressione di paesi sovrani.

Cosa che non apparteneva in alcun modo a quella cultura dell’Europa e, in particolare, in Italia di quei partiti della prima Repubblica, che facevano del senso della comunione, solidarietà, inclusione e del rispetto degli altri un loro punto di forza.

In effetti ci sono allarmanti sintomi che preconizzano questo timore del precipizio in cui è caduta l’Umanità. Ma decisivo sarà per la sopravvivenza della democrazia, l’equilibrio tra culture universalistiche e culture particolari, tra culture partecipative e centralità dell’uomo nella visione della società e nelle scelte politiche.     

In questo contesto di smarrimento e di impotenza dell’uomo, che stiamo vivendo in questi tempi bui, ritengo che sia opportuno richiamare proprio quegli insegnamenti passati, il cui valore intrinseco resta sempre valido.

In questo lungo periodo, purtroppo, la politica ha fallito. Il problema della liberazione dell’uomo nell’era della civiltà tecnica non è stato risolto, anzi è stato abbandonato.

Bisogna porsi il problema di come mettere dei limiti alla potenza della finanza, per riguadagnare terreno, per far ricrescere principi organizzatori che non siano utilitari e ridare spazio a una nuova classe dirigente della politica. Invece, in realtà, dopo la fine della Prima Repubblica, si sono presentate sempre le stesse facce ed è ripartita la solita demagogia.

I protagonisti che si propongono sono gli stessi che da quasi trent’anni, in ogni occasione, si spacciano per nuovi, mentre, invece, hanno governato per decenni. Alcuni di loro sono entrati in Parlamento da più di vent’anni, dopo essere stati scelti dai propri leader e non dai cittadini.

Questa è una classe politica che cavalca la “pancia” di un elettorato sempre meno “interessato”. Ha di fatto creato una situazione in cui le spinte maggioritarie hanno ristretto l’accesso alle minoranze; dove ci sono nominati e non più preferenze; dove i diritti delle persone sono stati ristretti dinnanzi al pareggio di bilancio; dove la politica dal basso non ha più luoghi per esprimersi e creare nuovi gruppi dirigenti.

Il risultato del loro impegno politico è stato non aver risolto niente, anzi aver peggiorato la situazione economica, sociale e istituzionale.

Questa non è la Politica. La Politica è impegno, passione, sentimento, professionalità, cuore e cervello, strategie, azione e proposte ed è fatta da persone fra le persone, il guardarsi negli occhi e discutere, discutere, discutere, per poi mediare e far prevalere l’interesse generale e non quello particolare. È partecipare per quel sentirsi parte integrante di qualcosa di più grande.

Nasce sempre più una voglia di cambiamento che comincia a diventare imperante.

Per farlo ci vuole una nuova consapevolezza di un’azione che promuova un riformismo sulla base di un progetto di crescita ed evoluzione delle condizioni di benessere sociale del cittadino e dei lavoratori, garantendo nelle scelte politiche la natura di equità e uguaglianza, dalle quali discende la distribuzione delle tutele e delle diverse garanzie.

Rigenerare una nuova classe dirigente, ripristinare una democrazia partecipata, attraverso “nuovi” partiti che abbiano un’anima ideale, e, soprattutto, puntare su strategie per un progetto di modello diverso della società è la scommessa da fare. Per questo bisogna puntare sui giovani.

I giovani, dato che saranno i nuovi dirigenti di questo Paese, devono poter studiare e lavorare, ma devono potere e dovere partecipare in un impegno che garantisca un modello di società più giusta e più equa. Una società che riconosca a tutti pari opportunità e soprattutto che sia fondata sul lavoro, sulla solidarietà, sui diritti e sull’emancipazione di ogni individuo, ma soprattutto, che si ritorni a essere cittadini liberi e non sudditi.              

Una battaglia di questi genere può essere ancora vincente e soprattutto può essere coinvolgente, se continua a guardare la società, i cittadini, i lavoratori, i giovani in una nuova ottica di partecipazione e non comparse passive di scelte fatte da altri soggetti.

Certo non è facile ma bisogna attrezzarsi per farlo. Non dobbiamo arrenderci nel proporla. Bisogna vincere questa sfida! 

 

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