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La pista esoterica negli attentati a Mussolini

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Violet Gibson

La Gibson e la catena di cinque

La mattina del 7 aprile 1926, sullo sfondo solenne del Campidoglio, si consumò uno degli episodi più enigmatici della storia del fascismo.

Tra la folla che acclamava il capo del governo, una donna irlandese, Violet Gibson, attendeva con una pistola nascosta sotto un giornale l’uscita di Benito Mussolini, reduce da un discorso inaugurale.

Secondo la ricostruzione fornita dal biografo Richard Olivier Collins, la Gibson si fece avanti tra due poliziotti e, a pochi centimetri dal volto del Duce, premette il grilletto.

Il colpo lo ferì di striscio al naso. Un secondo sparo non partì a causa dell’inceppamento dell’arma. Subito disarmata dai carabinieri, la donna venne arrestata mentre Mussolini, illeso, rientrava sotto protezione.

Ombre e interrogativi

Fin dalle prime indagini, il commissario Pennetta ipotizzò che la Gibson non avesse agito da sola. Restavano infatti aperte alcune domande cruciali: chi le aveva procurato l’arma?

Chi erano le persone con cui trascorreva lunghe ore lontano dal convento romano dove alloggiava?

Una testimonianza successiva riferì che, nel dicembre 1925, la donna aveva dichiarato di aver trovato dei “collaboratori” per compiere una grande impresa voluta da Dio. Durante una crisi mistica, parlò addirittura di cinque persone coinvolte nel progetto, una delle quali si sarebbe opposta alla missione.

Interrogata dalla polizia, la Gibson sostenne di non ricordare nulla e negò persino di aver posseduto una pistola. Dichiarò di essere stata guidata da presenze invisibili, da un angelo che avrebbe orientato il suo braccio al momento dello sparo. A molti parvero affermazioni deliranti, ma alcuni osservatori dell’epoca avanzarono un’ipotesi diversa: suggestione ipnotica o manipolazione esoterica.

Le “Catene magiche” e il Gruppo di Ur

In quegli anni circolavano in ambienti occultisti italiani teorie sulle cosiddette “Catene magiche”: gruppi di persone riunite con l’intento di evocare influenze occulte e indirizzare eventi storici.

Tali pratiche venivano discusse, ad esempio, negli ambienti legati al Gruppo di Ur e al filosofo Julius Evola, che dalla fine degli anni Venti tentarono di esercitare un’influenza spirituale sul fascismo attraverso richiami al paganesimo e alla “Tradizione”.

In uno scritto pubblicato sulla rivista Ur, firmato con lo pseudonimo “Iagla” (attribuito da alcuni a Evola), si parlava esplicitamente di suggestione post-ipnotica: un comando impartito sotto ipnosi, destinato a essere eseguito in un momento stabilito, senza che il soggetto ne conservi memoria cosciente.

È in questo clima culturale che alcuni autori hanno collocato la cosiddetta “pista esoterica” dell’attentato.

Il nome di Colonna di Cesarò

Nel corso dell’ultimo interrogatorio, il 16 giugno 1926, la Gibson fece il nome di Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, ex ministro e poi esponente dell’opposizione antifascista. Lo indicò come la persona che le avrebbe consegnato l’arma al Pincio e che, il giorno dell’attentato, le avrebbe fatto un cenno all’uscita di Mussolini dal Palazzo dei Conservatori.

Colonna di Cesarò negò ogni coinvolgimento. Ammetteva di aver conosciuto la Gibson anni prima, a Monaco, in ambienti legati alla Società Teosofica, ma dichiarò di non averla più rivista. La polizia fascista lo scagionò, sottolineando che, in quanto oppositore ormai sorvegliato, difficilmente avrebbe potuto organizzare un complotto senza essere notato.

Altri attentati e nuovi sospetti

Il 1926 fu segnato da ulteriori attentati contro Mussolini: quello dell’anarchico Gino Lucetti, che lanciò una bomba contro l’automobile del Duce, e quello del quindicenne Anteo Zamboni, che sparò durante una manifestazione a Bologna.

Nel caso Zamboni, una testimonianza parlò di uomini che avrebbero fatto cenni coordinati prima dello sparo, come a guidarne l’azione. Anche qui qualcuno evocò l’ipotesi di una “catena” di cinque individui, richiamando le stesse suggestioni emerse nel caso Gibson.
Politica, diplomazia e silenzi

Al processo, la Gibson fu dichiarata inferma di mente e rimpatriata nel Regno Unito. La tesi della follia isolata risultò politicamente conveniente: evitava tensioni diplomatiche con la Gran Bretagna e consentiva a Mussolini di rafforzare la propria posizione interna, presentandosi come bersaglio di forze oscure ma protetto dal destino.

Nel contesto internazionale, figure come Annie Besant, leader del movimento teosofico e critica del fascismo, alimentavano una visione del conflitto politico come scontro tra civiltà e forze spirituali contrapposte.

Se dietro l’attentato della Gibson vi fosse davvero un piano organizzato – politico o esoterico – non è mai stato dimostrato. Le indagini sulle eventuali complicità si interruppero presto, lasciando spazio a interpretazioni divergenti.

Resta il fatto che Mussolini trasformò quei tentativi falliti in strumenti di consolidamento del potere, sfruttando l’emergenza per rafforzare la dittatura. Tra cronaca giudiziaria, diplomazia e suggestioni occultistiche, la “pista esoterica” rimane uno degli aspetti più controversi e affascinanti degli attentati al Duce.

 

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