
di Silverio Allocca
La Cina ha annunciato la sostituzione del ministro degli Esteri Qin Gang, un paio di mesi dopo che l’ex favorito del presidente Xi Jinping è scomparso dalla scena pubblica.
L’agenzia di stampa statale cinese Xinhua ha dichiarato martedì che il parlamento del Paese, l’Assemblea Nazionale del Popolo, ha rimosso Qin e lo ha sostituito con il diplomatico più anziano del Paese, Wang Yi, suo predecessore come ministro. La cupa dichiarazione non ha fornito ulteriori dettagli.
Direi che la spiegazione di questa scelta è immediatamente evidente: Qin Gang è stato il grande assente agli incontri di Kissinger a Pechino, probabilmente perché negli ultimi mesi ha rappresentato l’ala dura della politica estera cinese, per necessità strategica o per quella miopia che non alberga solo in Occidente.
Questa sostituzione, a mio avviso, rappresenta un chiaro segnale all’establishment statunitense che rafforza la lettura della recente missione diplomatica di Henry Kissinger, il centenario ex Segretario di Stato americano, ampiamente documentata da un articolo recentemente apparso su ofcs.report (disponibile in 12 lingue) dal significativo titolo “Kissinger incontra Xi Jinping: una nuova Yalta?”.
Henry Kissinger, controversa figura di spicco della politica statunitense per gran parte del XX secolo, ha più volte stigmatizzato la mancanza di lungimiranza della politica americana degli ultimi 30 anni, una politica che nel corso delle ultime due amministrazioni, quella di Donald Trump e quella attuale di J. Biden, ha più volte dimostrato la totale mancanza di una capacità programmatica degna di questo nome.
A conferma di questo giudizio abbiamo:
1) la fallimentare gestione dell’intera vicenda ucraina, che si segnala per essere stata uno dei più clamorosi flop della politica estera della Casa Bianca, con i neocon americani finalmente costretti a confrontarsi con la – evidente fin dall’inizio – totale impossibilità per l’Ucraina di sconfiggere la Russia. Per non parlare del sostegno dato ad un insignificante, vanaglorioso, incompetente showman che non è dato capire per quale fortunata grazia abbia ricevuto (come del resto si può dire di molti dei personaggi politici che negli anni hanno animato ed ancora animano le passerelle mediatiche dell’avanguardia politica occidentale, da Trump a Boris Johnson, da Giorgia Meloni alla stessa deludentissima Ursula von der Leyen) l’ascesa al rango di Presidente dell’Ucraina;
2) la disputa con Pechino, tra l’altro, sulla questione di Taiwan. Il vero problema è che ci troviamo costantemente di fronte ad un Presidente palesemente incapace di cogliere il significativo peso di un paio di elementi decisamente non trascurabili:
a) le relazioni tra Stati Uniti e Taiwan sono regolate dal Taiwan Relations Act che non prevede l’automaticità dell’intervento militare degli Stati Uniti: tutto deve, infatti, essere concertato dal Presidente degli Stati Uniti e dal Congresso, il che significa che le ripetute dichiarazioni di Biden relative alla certezza di un pronto ed immediato intervento militare statunitense a fianco di Taiwan in caso di attacco da parte della Cina sono semplicemente delle boutade, delle dichiarazioni utili a rassicurare gli alleati e non la manifestazione di una mutata linea strategica di Washington. A conferma di questa lettura c’è un articolo di Kevin Liptak, Donald Judd e Nectar Gan, scritto per la CNN il 23 maggio 2022 e pubblicato con il significativo titolo “Biden dice che gli Stati Uniti risponderebbero ‘militarmente’ se la Cina attaccasse Taiwan, ma la Casa Bianca insiste che non c’è alcun cambiamento di politica”, che sottolinea la necessità di un richiamo alla realtà dei fatti di un Presidente scarsamente consapevole di una verità ineludibile: quella del concreto rischio di mettere in gioco, con i suoi reiterati atteggiamenti sconsiderati (purtroppo interpretabili, vero o falso che sia, come indicativi di una surrettizia volontà presumibilmente condivisa da certi -non meglio definiti e definibili– ambienti dell’establishment americano, di abbandonare la cosiddetta “politica di ambiguità strategica” nei confronti dì Beijing), non solo se stesso ma il suo stesso Paese coinvolgendolo in una guerra che non potrebbe mai vincere in quanto l’equilibrio militare si sta rapidamente spostando a favore della Cina. Per non parlare del fatto che anche qualora non si arrivasse a questo, la sola presa in considerazione di una potenziale marcia indietro espone gli Stati Uniti a un danno d’immagine pari -se non superiore– a quello dagli stessi già ampiamente ‘guadagnato’ sul campo a Luglio, al Vertice NATO di Vilnius, allorché lo stesso Biden fu costretto a dire NO! all’ingresso dell’Ucraina nella NATO;
b) il recente viaggio non estemporaneo a Pechino di Henry Kissinger con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista strategico alla luce della necessità per Washington di arrendersi rapidamente all’impossibilità di confidare ulteriormente nella possibilità di costruire un Nuovo Ordine Mondiale unipolare a guida statunitense
c) il debito pubblico degli Stati Uniti, recentemente ‘affrontato’ e ‘risolto’, per così dire, con il semplice innalzamento del tetto previsto: un debito il cui peso rischia di ricadere in tempi brevi interamente sulle spalle dei contribuenti statunitensi, visto che il dollaro USA cesserà presto di essere la sola valuta di riferimento per tutte le transazioni commerciali che riguardano fonti energetiche e materie prime.
Sebbene la questione del debito degli Stati Uniti sia materia piuttosto complessa che come tale richiede un ampio approfondimento in opportuna sede, vale comunque la pena di fare qui una riflessione che depone a favore di un cambiamento di atteggiamento della Casa Bianca in tempi brevi, un cambiamento caratterizzato dall’assunzione di toni doverosamente meno rigidi in quanto i proclami ideologici possono al più rivelarsi utili, rigorosamente pro tempore, ad infiammare gli animi dei sempliciotti e a fare proselitismo tra i nazionalisti di qualsivoglia tendenza politica, mentre la vera politica è sempre stata un’altra cosa, come dimostra il recente richiamo all’ordine che parte della comunità imprenditoriale ha rivolto agli ambienti guerrafondai statunitensi.
Quegli ambienti che, in preda ai timori per la sicurezza nazionale, hanno recentemente imposto al Paese un allontanamento, palesemente dannoso sotto tutti i punti di vista, dal ben più logico e produttivo pensiero pragmatico.
In questo senso, è più che lecito supporre che l’allontanamento di Qin Gang dal Ministero degli Esteri cinese sia avvenuto, almeno dal punto di vista filosofico, per effetto di richiami alla realtà rivolti all’establishment cinese del tutto analoghi a quelli che negli Stati Uniti hanno motivato i CEO di Intel e Nvidia ad esortare Biden ad alleggerire le sanzioni alla Cina relative ai semiconduttori in quanto ciò sta causando ai due colossi dell’alta tecnologia perdite di profitto miliardarie per via del tassativo divieto di vendere la loro tecnologia avanzata a clienti cinesi del calibro di Huawei, DJI, Hikvision: clienti che incidono annualmente sul fatturato delle citate aziende americane per svariati miliardi di dollari.
Detto per inciso, nello specifico del settore, otto anni di retorica populista vetero-nazionalista in stile Trump e Biden hanno prodotto danni a dir poco irreversibili, in quanto la sconsiderata gestione politica della disputa sino-americana ha spinto le aziende cinesi di semiconduttori ad agire prontamente per colmare il vuoto creato dall’imposizione a Pechino di uno scenario “do-or-die”, nella palese illusione che questa mossa “strategica” avrebbe costretto la Cina a una resa incondizionata che in realtà non solo non è avvenuta, ma ha messo l’America nell’infelice posizione di dover ora cercare di superare la Cina con l’innovazione e i prezzi bassi (due linee d’azione che il rialzo dei tassi imposto dalla Fed ostacola non poco).
Questo, tra l’altro, è uno dei tanti esempi che dimostrano come sanzioni, dazi e altre forme di coercizione economica che causano inflazione e riduzione della produttività, non solo non risolvono i problemi sul tappeto, ma aprono la strada a problemi molto più onerosi che minacciano di far precipitare il mondo in una guerra globale dai risvolti apocalittici.
Come sono solito dire, i politici che sono veramente dannosi per un Paese sono quelli che agiscono sulla base di deliri ideologici, non quelli che impostano le loro azioni di governo facendosi guidare dal pensiero logico e dal pragmatismo.
Alla luce di queste considerazioni, va detto che l’ipotesi di una nuova distensione nei rapporti tra Pechino e Washington, se da un lato mette il mondo nella felice condizione di poter tirare un sospiro di sollievo per aver allontanato l’ipotesi di una pericolosa escalation militare, dall’altro non rappresenta una notizia positiva per chi ha finora dimostrato di volersi affrancare dal giogo dell’ingombrante leadership statunitense, cioè di voler approfittare della disputa tra Cina e Stati Uniti per ottenere la visibilità e l’autonomia politica da tempo ricercate.
Penso all’India, ma anche a diversi Paesi arabi, sudamericani e alla stessa Francia, che dal gioco della suddetta contrapposizione hanno ben sperato di trarre vantaggi diversi scegliendo di gravitare nell’orbita dell’una o dell’altra Grande Potenza, o di promuoverne una terza, come nel caso dell’Eliseo.
Di questi e di molti altri Paesi non si parla non tanto per la loro, al momento, marginale importanza, quanto piuttosto per la scelta prudenziale operata da questi in favore di un basso profilo in attesa che il dipanarsi delle nebbie faccia intravedere la scelta, comunque al momento rigorosamente gregaria, più opportuna.
Infatti, un nuovo corso delle relazioni sino-statunitensi potrebbe portare alla ricostituzione di un duopolio planetario simile a quello dei tempi della Guerra Fredda, che è stato poco remunerativo per tutti tranne che per i grandi attori geopolitici in campo.
In un simile contesto, il destino della Russia e della vecchia Europa non si riflette in nessuno degli schemi del passato. La domanda è: la Russia e l’Unione Europea saranno in grado di promuovere un patto di cooperazione che permetta loro di risorgere dalle ceneri dell’attuale conflitto?
Al momento non è dato saperlo e quindi non resta che attendere gli eventi.





