Home Politica estera CI SIAMO FORSE INCASTRATI DA SOLI

CI SIAMO FORSE INCASTRATI DA SOLI

0

di Nino Macrì Pellizzeri

Ho ascoltato con molta attenzione l’intervista fatta qualche settimana fa da Lilli Gruber al ministro degli
esteri ucraino Dmytro Kuleba. Mi è piaciuta molto essenzialmente per due motivi.
– L’intervistato è stato lasciato parlare senza interruzioni per il tempo che riteneva necessario ad
esprimere il suo pensiero;
– Tutti gli intervistatori, Lucio Caracciolo e Marco Travaglio oltre alla Gruber, hanno espresso
liberamente, come è giusto, le loro opinioni, ma si sono guardati bene dall’assalire e contestare
l’intervistato.
Tutto ciò sembrerebbe ovvio, ma non succede pressocché mai nei nostri talk show e non sono sicuro che
sarebbe accaduto se l’intervistato fosse stato Labrov (l’equivalente di Kuleba sull’altro fronte). Comunque
meglio così.
Kuleba ha espresso le sue ragioni ed ha risposto in maniera esauriente, ovviamente dal suo punto di vista,
alle domande, talvolta difficili, che gli sono state poste. La parte conclusiva è stata però la vera sintesi, la
parte essenziale, piena di significato, di tutto il suo discorso. Kuleba, in termini calcistici, ha ricordato che
recentemente una squadra italiana, indietro di tre goal, non si è per questo arresa e alla fine ha vinto la
partita. Egli non può oggi permettersi di ipotizzare altro che la vittoria completa dell’Ucraina, la cacciata
della Russia al di là dei confini del 1991, vale a dire riconquistando anche la Crimea. Inoltre la Russia dovrà
ripagare totalmente i danni causati dalla guerra etc. E’ questo il dovere a cui non può derogare.
E’ stata una dichiarazione netta e precisa che ho molto apprezzato. Cos’altro infatti può permettersi di
pensare il ministro degli esteri di un Paese che è stato invaso 17 mesi fa, che è stato distrutto per buona
parte del suo territorio, che ha visto morire o rendere invalida la sua migliore gioventù, che ha assistito alla
fuga dal Paese di una parte sostanziale della popolazione, per lo più giovani madri che portavano in salvo i
loro figli, lasciando genitori e mariti sotto le bombe nemiche per cercare rifugio in un Paese straniero e
sconosciuto. Come sapete ho vissuto da vicino questa diaspora e capisco perfettamente ciò che significhi
tutto ciò.
A lui non interessa, e non può essere che così, il fatto che anche dall’altro lato del fronte ci sono soldati che
muoiono, madri e mogli che piangono i loro cari. Lui ha il dovere di vincere questa guerra e, come
giustamente dice, non deve neanche prendere in considerazione la possibilità contraria, vale a dire la
sconfitta del suo Paese o, forse peggio, una continua, lunghissima guerra di attrito senza vincitori né vinti,
ma con altre, molte, centinaia di migliaia di morti da entrambe le parti.
Sa che non più chiedere l’ingresso oggi nella NATO del suo Paese e sostiene di non avere nessuna
intenzione di chiederlo. Chiede però due cose: la prima è semplice, armi, armi e ancora armi, sempre più
potenti e distruttive; la seconda è una garanzia formale che, finita la guerra, l’Ucraina potrà entrare senza
indugi e senza ulteriori esami, nell’alleanza atlantica. Sa bene infatti che quest’ultimo è forse il punto più
importante per Putin e teme che, finiti i combattimenti, gli USA siano più disponibili ad accettare almeno
questa richiesta russa.
A questo punto della guerra Zelensky non può permettersi di diventare il nuovo Petain, di accettare una
trattativa che lasci qualcosa in mano russa, e questo vale per tutto il governo. Se prendesse una tale
decisione, infatti, spaccherebbe irrimediabilmente il suo Paese in due parti. Una tirerebbe un sospiro di
sollievo “basta guerra, basta morti!” ma un’altra direbbe all’opposto “Allora i nostri cari sono morti per
niente? Il loro sacrificio viene disprezzato dal governo a cui hanno creduto!”. Non si tratterebbe per
Zelensky solo della perdita del ruolo e, forse, della vita, ma di disordini violenti e altri morti nella
popolazione. Probabilmente Zelensky sa benissimo che la guerra si avvolgerà in una spirale sempre più

violenta e distruttiva, che i morti cresceranno a dismisura, e che la vittoria è tutt’altro che scontata, ma non
può permettersi di prendere in considerazione tutto ciò.
Dall’altro lato del fronte Putin è ugualmente in un vicolo cieco. Se ricordate, fonti accreditate dell’Occidente
ritenevano alla fine del 2021 che non ci sarebbe stata alcuna guerra perché le truppe schierate alla
frontiera russa erano decisamente insufficienti per occupare l’Ucraina, un Paese grande due volte l’Italia.
Putin, secondo me, inscenava grandi manovre militari alla frontiera ucraina, proprio di fronte a quelle che
Usa e Ucraina stavano facendo dall’altro lato soltanto come dimostrazione di forza. La sua strategia era
purtroppo drammaticamente errata. Pensava che nessuno sul fronte occidentale avrebbe rischiato una
guerra, e in quest’ottica aveva addirittura inviato una bozza di trattato di pace che superasse in via
definitiva gli accordi di Minsk, ignorati per altro da entrambe le parti. DI fronte al rifiuto americano di
esaminare perché “irricevibile” la bozza di accordo, si trovò, dal suo punto di vista, in un vicolo cieco.
Terminare le manovre e ritirare le truppe avrebbe irrigidito ancora di più Ucraina e USA nelle trattative che
erano, bene o male, ormai necessarie. Adottò quindi un piano di riserva: occupare con un blitz l’aeroporto e
la città di Kiev, confidando che il governo si sarebbe immediatamente disintegrato o rifugiato all’estero.
Anche questo piano si rivelò errato, sia perché i servizi segreti americani avevano scoperto in anticipo
l’attacco, ma soprattutto perché Zelensky, da leader in calo drammatico di consensi si trasformò in eroe
rifiutando l’offerta americana di trasferirlo immediatamente all’estero per formare un governo al di fuori
dei confini.
E fu la guerra: una guerra di tipo ottocentesco, con il territorio conteso metro per metro, e, se non
bastasse, con bombardamenti aerei indiscriminati del tipo di quelli della Seconda guerra mondiale. Oggi
Putin è anche lui senza vie di uscita. Lui è da qualche decennio il punto di equilibrio di un potere costituito
dagli eredi del KGB, di cui è sempre stato parte fondamentale, dei militari, dei vari governatori regionali e,
un po’ di meno, dei vari gruppi economici, gli “oligarchi”. Tutto ciò si fonda su una base estremamente
conservatrice e nazionalista e sul potere della chiesa ortodossa a cui Putin, ricreando il tradizionale potere
imperiale russo si era riavvicinato da molto tempo. A tutti questi, Putin deve rendere conto e non può
permettersi di ammettere una sconfitta totale. Deve dimostrare di aver ottenuto i risultati minimi che si era
prefissi: tenere lontana la NATO ed aver salvato la Crimea e le province russofone dell’Ucraina. Nel nostro
immaginario Putin è un autarca di tipo cinquecentesco, despota assoluto e solitario. Niente di più erroneo:
egli deve rendere conto alla base su cui si regge, all’esercito, alla chiesa etc. Un colpo di stato può mettere
in discussione o addirittura sovvertire il suo governo, ma esso sarebbe sostenuto dagli stessi poteri, anche
se da persone diverse. Il nuovo potere sarebbe certamente più nazionalista ed estremista del precedente
perché non potrebbe “arrendersi” al nemico atavico, gli USA, che, secondo l’opinione generale mira solo a
distruggere la “santa Madre Russia” e la sua storica civiltà. L’idea che Putin possa essere sovvertito da una
rivoluzione popolare democratica è una pura illusione. La democrazia è assolutamente estranea al popolo
russo a tutti i livelli. Essa è presente in frange minoritarie e solo in pochissime grandi città come San
Pietroburgo e forse Mosca. Ci vorranno dei secoli perché la Russia possa evolvere da una struttura e una
cultura quale era al Congresso di Vienna ed è ancora oggi, fino a ciò che rappresenta la cultura dell’Europa
Occidentale odierna. E solo a patto che essa venga integrata con pari diritti nel contesto europeo di oggi.
Del resto, crediamo veramente che Polonia, Ungheria etc. abbiano assorbito i valori della democrazia
odierna? La Russia ha la nostra stessa storia, drammaticamente interrotta per un ventennio dal periodo
internazionalista e marxista di Lenin. Con Stalin si ristabilì l’impero, anche se in forme e modalità diverse di
trasmissione del potere. Il tempo si cristallizzò in quell’immenso territorio, che avrebbe invece tutti i diritti
e gli elementi per costituire una grande forza in un’Europa unita. Ovviamente ciò che è successo ha
ulteriormente allontanato di molti decenni questa prospettiva.
L’altro attore di questa guerra sono gli USA. Essi hanno grandi responsabilità perché si sono rifiutati di
negoziare nel dicembre 2021, quando avrebbero potuto farlo. Ne hanno la responsabilità storica, ma la

realtà è che probabilmente non sono capaci di concepire un negoziato che richiede pazienza, capacità di
capire il punto di vista altrui e soprattutto tempi lunghi, talvolta anni, di pazienti discussioni, senza tentare
mai di mettere palesemente in un angolo la controparte. Del resto, in una recentissima dichiarazione, in un
contesto diverso, un membro del governo USA, spiega la propria visione di “negoziato”. Riferendosi alla
Cina dice: Con loro ogni negoziato è inutile. Durano un’eternità e non si conchiude niente”. Non si rendono
conto che oggi Usa, Russia e Cina partono da posizioni di sfiducia reciproca assoluta. Ognuno di loro è
convinto che l’altro voglia solo carpire la sua buona fede per trarne dei vantaggi, giocando sulle parole o
con altri “trucchi” simili. Bisogna quindi che si mettano uno di fronte all’altro singole persone fisiche, non
intere delegazioni, che siano anzitutto capaci di ristabilire fiducia reciproca; e già ciò richiede molti mesi.
Solo dopo si può cominciare a parlare di negoziato, sempre che le parti siano le stesse persone fisiche, non
entità che ricoprono le stesse posizioni; la fiducia infatti è verso una persona, non verso una posizione o un
ruolo. Questo è ciò che gli USA non capiranno forse mai, e per questo Kissinger, a più di cento anni ha
affrontato un lunghissimo viaggio e 12 ore di cambio di fuso orario, ed è stato ricevuto con tutti gli onori da
tutte le più alte cariche della stato cinese. Di lui, della sua parola Xi si fida, sulla base dei suoi precedenti per
molti decenni.
Oggi però gli USA possono fare molto poco nella vicenda Ucraina. Essi hanno certamente “il piede sul
freno” e non consentono all’Ucraina di ricevere tutte le armi di cui hanno bisogno. In realtà ciò serve solo a
prolungare una guerra infinita, sempre più sanguinosa che, su questa base, non può avere né vincitori né
vinti e si muoverà sempre sull’orlo di un disastroso conflitto mondiale che potrebbe scoppiare in ogni
momento, forse anche per errore. Il rischio è quindi che arriverà un altro inverno, gli eserciti si
trincereranno di nuovo in ripari sotto la neve, i bombardamenti nelle retrovie diverranno sempre più
violenti. E tutti continueranno a contare i loro morti, a centinaia di migliaia da entrambe le parti. E tutti i
democratici e gli idealisti da salotto, all’interno delle loro case confortevoli, su comodi divani e con un
aperitivo in mano, continueranno a discettare di democrazia, di libertà, di diritti e via di seguito. Fino a
quando? nessuno sa dirlo. Gli USA sperano in una rivoluzione del tipo di quella del 1917 che decreti la loro
vittoria. Si verificherà? E ammesso che avvenga la fine dei combattimenti ed una pace punitiva, essa servirà,
come il congresso di Versailles, a porre le basi di un’altra guerra ancora più dura e sanguinosa. E ciò che gli
americani vogliono?
Siamo quindi tutti incastrati a supportare una guerra sostanzialmente senza motivo perché si sarebbe
potuta evitare, anche se con i negoziati estenuanti che gli USA non amano.
Non c’è quindi soluzione? Si, a mio avviso ci sarebbe.
Brasile, India e Sud Africa hanno fatto proposte molto simili fra di loro. Sospensione dei combattimenti
senza precondizioni, arretramento di entrambe le parti dalla linea del fronte che verrebbe presidiata da
forze ONU, trattativa con la mediazione di terzi non allineati volta a consolidare la tregua, definizione di
principi per il riassetto futuro del territorio con referendum regionali controllati dall’ONU quando le
popolazioni si saranno reinsediate nei luoghi oggi spopolati, negoziazione internazionale per le garanzie
della sicurezza dei nuovi confini a protezione di tutte le parti coinvolte. L’autorità morale del pontefice
sarebbe senz’altro favorevole e sono convinto che anche la Cina si esprimerebbe a favore. In questo modo
più della metà della popolazione mondiale sarebbe favorevole e si tirerebbe dietro certamente altri Paesi.
La Russia penso che avrebbe una buona scusa per poter dire di avere ottenuto ciò che voleva. Restano solo
due giocatori: USA e Ucraina, l’Europa ha infatti rinunziato ad avere un ruolo. Bisognerebbe trovare una
scappatoia perché gli USA possano dire di essere riusciti a difendere di nuovo l’Europa dall’invasione del
mostro russo. Se si riuscisse in tutto ciò, l’Ucraina dovrebbe essere costretta ad adeguarsi ad una realtà
sancita da libere votazioni e il governo attuale potrebbe dire di avere ottenuto il massimo . Ovviamente
bisognerà immediatamente mobilitare ingenti risorse economiche e materiali per ricostruire un Paese
ormai distrutto. Bisognerebbe anche che l’Ucraina avesse una garanzia certa che, ridotta nei nuovi

confini, fosse al sicuro da ulteriori mire aggressive dell’orso russo. La Nato ai confini russi non è la
soluzione, proprio perché è stata la maggior causa della guerra attuale e bisognerà trovarne un’altra. Nel
frattempo i confini sarebbero garantiti dall’ONU. Sarà mai possibile? E chi si opporrà? E comunque, quale
sarebbe l’alternativa?

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui