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Referendum, la tirannia dello status quo

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Referendum giustizia

Referendum: il paradosso di Friedman

Vincerà la ragionevolezza riformista e liberale o il tam tam della tribù dei sedicenti progressisti divenuti dei conservatori e reazionari che difendono uno status quo del tutto irragionevole?

È questa la posta in gioco, oltre a quella strettamente politica, nel referendum di marzo sulla riforma della Giustizia in Italia. L’esito non è affatto scontato, come a lungo si è pensato, ma è molto incerto a giudicare dai sondaggi che mostrano un crescente spostamento di favori per il No.

Temo che il fronte del Sì stia sottovalutando non tanto la portata epocale della prova di forza che attende gli italiani e l’Italia il 23 marzo, quanto le forze che gli si contrappongono.

Quel fronte sembra essersi sentito finora confortato dai primi sondaggi ad esso favorevoli. Si è forse anche sentito al sicuro in forza della ragionevolezza della riforma proposta.

E sembra avere sottovalutato la forza del blocco conservator-reazionario (sedicente progressista) che aveva ed ha di fronte. Non sembra avere mobilitato il suo popolo con una campagna propagandistica e di comunicazione adeguata ed a misura della grande posta (di civiltà liberale) in gioco.

Certo che la riforma è ragionevole!

Certo che è congrua con la Costituzione, ed anzi un completamento dellìart.111, oltre che del processo accusatorio!

Certo che essa mira a liberare la magistratura ed a realizzarne davvero l’indipendenza e l’autonomia liberandola dalla tirannia di gruppi di magistrati iper-attivi e protagonisti che, controllando le correnti, controllano anche il CSM!

Certo che quei magistrati capi-corrente (soprattutto PM) tiranneggiano e influenzano tutti i loro colleghi (in particolare i giudicanti) perché sono arbitri di carriere e dei procedimenti disciplinari. Certo che la riforma è ragionevole perché mette fine al “sistema” correntizio rivelato con chiarezza estrema dallo stesso ex capo-sistema, Luca Palamara.

Ma la ragione non basta. Non basta avere ragione. Occorre anche la forza a suo sostegno. E in democrazia la forza viene dalla mobilitazione delle masse attraverso la propaganda e la comunicazione. Bisogna battere una forza ostile enorme che è quella dello status quo, irrazionale o irragionevole che sia.

Non basta affidare questo compito agli interventi spontanei e occasionali dei deputati e dei giornalisti nei talk show televisivi o a qualche sapido articolo sui giornali favorevoli al Sì.

Non bastano i numerosi esempi delle incongruenze e assurdità di tanti provvedimenti di magistrati ideologizzati che sembrano avere per avversario non il delinquente, ma il concittadino pacifico ed onesto.

Non basta citare gli esempi degli errori giudiziari da Tortora, a Zuncheddu a Stasi ai circa 1000 casi l’anno di ingiuste detenzioni, senza che quasi mai alcun magistrato venga sanzionato per errori gravissimi, negligenza, ignoranza delle leggi o loro mancata applicazione.

Certo che la loro impunità trae origine dal dominio delle correnti. Certo che nell’attuale gran bazar del CSM (come ha testimoniato Palamara) vige il criterio: “tu mi assolvi (e promuovi) i miei ed io ti assolvo (e promuovo) i tuoi”.

Denunciare occasionalmente e singolarmente tutto questo non basta. Occorreva ed occorre organizzare il consenso alla riforma perché il dissenso ha dalla sua la tirannia dello status quo ed il tribalismo nutrito di superiorità etica della sinistra.

Occorreva per esempio (ed occorre, se ancora si è in tempo), dare non solo voce, ma anche corpo ai molti magistrati favorevoli alla riforma. Ciò sarebbe stato possibile rendendo palese – anche con una spaccatura nell’ANM – la profonda divisione esistente all’interno della magistratura. L’intera vicenda e le polemiche più aspre sono tra magistrati a tutti i livelli, da Nordio/Gratteri in giù.

Si tratta certo di una divisione tra liberali e difensori della casta e della tribù (di sinistra), ma anche di una divisione tra magistrati dominatori e magistrati dominati. E, invece si sta lasciando credere al grande pubblico che la magistratura sia un blocco compatto e che l’ANM parli ed agisca in nome e per conto di tutti i magistrati.

E passa così la falsa impressione, diffusa dalla ANM, che la riforma sia “contro la magistratura” e “punitiva verso i magistrati” o che miri a “mettere il PM sotto il controllo del potere esecutivo”. C

erto che questo è un banale processo alle intenzioni. Ma riesce a fare ignorare, in assenza di una contro-propaganda efficace e massiccia, che, per la prima volta nella storia, questa riforma riconosca in Costituzione al PM in quanto tale l’indipendenza, l’autonomia e l’inamovibilità di cui gode il giudice.

Paradossalmente in questo clima ogni sacrosanta critica proveniente dal fronte del SI agli assurdi provvedimenti emessi da alcuni magistrati ideologizzati perde la sua carica critica e viene presentato come un attacco alla magistratura.

Cito, tra i tanti, quello dell’obbligo di firma, salvo stringenti impegni personali, disposto per due presunti aggressori di poliziotti alla manifestazione filo-Askatasuna di Torino e quello che ha riconosciuto un risarcimento i 700 euro a carico dello Stato ad un immigrato pluricondannato e privato della patria potestà portato in Albania perché non aveva potuto vedere i suoi figli. I

n questi ed altri casi le rimostranze di ministri o della stessa presidente del Consiglio vengono ribaltate: “ce l’avete con tutti i magistrati” – dicono dall’ANM.

E la loro propaganda fa breccia tra i disinformati.

Tra questi vi è una moltitudine di gente che, pur nemmeno conoscendo i termini della riforma e del referendum, voterà No per mere motivazioni di appartenenza alla tribù dei progressisti di sinistra.

È il loro tribalismo da tenere in conto come una potente forza di conservazione dello status quo. Contro la ragionevolezza della riforma rischia di prevalere il tam tam della tribù dei presunti migliori per i quali non conta il contenuto della riforma, ma chi la sostiene. Right or wrong my tribe.

Insomma sembra che l’attuale maggioranza ed il più ampio fronte del Sì stiano sottovalutando la “tirannia dello status quo” sostenuta da gruppi organizzati egemonici e definibili anche “tirannici”.

Questa tirannia fu illustrata dal “paradosso del riformismo” descritto dal grande economista liberale e riformista americano Milton Friedman nel suo libro Capitalism and Freedom e in altri suoi lavori. Friedman sostenne che le riforme sono difficili da attuare e richiedono un impegno massimo perché le minoranze (talvolta anche tiranniche), che dalla riforma temono di perdere il loro potere, si organizzano e combattono aspramente in difesa dei loro privilegi mentre coloro che sarebbero avvantaggiati dalla stessa riforma tendono a non impegnarsi e a non organizzarsi, magari contando sulla “razionalità” della riforma stessa.

Sono poi una moltitudine coloro che temono il cambiamento anche quando lo status quo è irrazionale, illiberale e dannoso per loro stessi e coloro che antepongono i costi di breve periodo ai vantaggi di lungo periodo che la riforma comporta.

Il fronte del Sì, probabilment,e ha sottovalutato il paradosso di Friedman e la conseguente tirannia dello status quo. Forse c’è ancora tempo per rimediare. Ma occorre che le forze di maggioranza e il fronte del Sì si diano una “smossa” prima che sia troppo tardi.

Autore

  • Lucio Leante

    Lucio Leante

    Lucio Leante, laureato in Scienze Politiche, giornalista professionista. È stato per circa 25 anni corrispondente dell'ANSA da Mosca, Praga, New York e Ankara. Ha collaborato per varie testate nazionali tra cui Il Mondo e l'Europeo. Ha scritto articoli e saggi per Il Mulino e Mondoperaio. Ha contribuito a libri collettanei tra cui "Public Diplomacy: USA v/s USSR" e "Storia dell'integrazione europea".

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