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Reagire a chi vuole un mondo senza etica

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Siamo di fronte sempre più evidentemente a una crisi generale globale per nuove guerre, ma anche per devastazioni, emarginazioni, povertà, violenze di tutti i generi, non ultimo quello che sta emergendo sul caso orribile di Jeffrey Epstein, che dimostra il degrado in cui è precipitata l’Umanità.

Lo scorso articolo scrissi su come questi eventi hanno condizionato in negativo la libertà e la democrazia, oggi mi soffermerò a valutare come hanno inciso sull’etica e sull’uguaglianza.

Ormai si è persa qualsiasi morale ed etica su cui si muove l’arroganza di chi ha il potere, tecnologico, economico, politico e finanziario, che rinnega la costruzione di un ordinata convivenza civile e così vengono meno anche principi quali l’uguaglianza e la libertà.

La parola etica deriva dal greco ethos e significa comportamento, costume, anche apparire o temperamento. Spesso si parla di etica morale, professionale, dell’impresa, di mercato, di bioetica, tutto riconducibile all’etica deontologica, cioè quell’insieme di teorie etiche basate sul principio che fini e mezzi sono strettamente dipendenti gli uni dagli altri.

Vorrei affrontare il concetto di etica sociale, che come la denominazione lascia presupporre, investe quella vastissima area della morale, che tende a fissare i principi di coesione, essendo una disciplina che appartiene alle scienze morali e che stabilisce il comportamento etico tra le relazioni sociali.    

L’etica sociale si sviluppa, in particolare, in relazione alla moderna separazione tra pubblico e privato e dei concetti di sovranità e libertà. Più in particolare l’etica sociale giungeva, perciò a definire alla metà del XIX secolo il primato dell’homo oeconomicus, che si fondava sull’esaltazione dell’essere umano, nato per identificarsi a pieno con i mezzi e le finalità del sistema industriale. Successivamente, alla metà del XX secolo, le categorie dell’etica hanno fatto registrare un inquietante e pericolosissimo corto circuito, i cui effetti sono addirittura peggiorati in questo scorcio di secolo.

Cosicché i fondamenti, ormai consolidati, dell’etica sono stati sempre più messi in discussione, se non rovesciati, che incidono sui destini dell’umanità molto più profondamente, di quanto non avessero fatto le ideologie, i sistemi filosofici e persino le stesse religioni.

Siamo in presenza di un degrado così profondo di rapporti basilari della vita civile, per cui ogni singolo elemento del tessuto connettivo socio-politico si trova a essere coinvolto nella crisi del suo immediato interlocutore istituzionale, attraverso una progressiva cancellazione di ruolo e di rappresentanza, che lentamente, passo dopo passo, sembra mettere in discussione i principi stessi da cui ha preso origine l’esperienza della Stato repubblicano.

È vero che non esistono in questo momento tanti valori condivisi, in base ai quali chiedere solidarietà e aggregare interessi diversi, soprattutto a causa della frammentazione delle rivendicazioni e degli egoismi soggettivi, amplificati dai nuovi modelli sociali.

Se si vuole uscire da questa drammatica situazione l’etica deve ritrovare il suo ruolo centrale, non solo nelle grandi prospettive della cultura e dell’economia, ma in ogni aspetto della vita umana. Non dobbiamo più evitare di parlarne e, soprattutto, dobbiamo riproporla con più forza e determinazione.

Altro elemento che viene coinvolto direttamente da questo sentimento negativo è l’uguaglianza. Anche se la storia documenta il prevalere di situazioni di disuguaglianza nell’esercizio del potere e anche nelle società democratiche, i cittadini sono ben lontani dall’essere uguali per risorse, per cultura, per lo status, ma il principio dell’uguaglianza costituisce uno degli strumenti più efficaci per la realizzazione storica dell’ideale di giustizia. La nozione di uguaglianza si presta a comprendere sia i rapporti puramente formali di equivalenza o di equipollenza, sia i rapporti politici, morali e giuridici. 

Marco Tullio Cicerone ha sostenuto: “Tutti gli uomini essendo soggetti alla stessa legge, essi devono essere uguali[1]”. L’uguaglianza è stata affrontata in tutti i campi e da diversi pensatori da: Socrate a Platone, da Aristotele a Isocrate Panegirico, da Hobbes a Locke, da Rousseau a Kant, fino ai più recenti che considerano gli uomini liberi ed eguali e pertanto devono disporre di uguali diritti.

 

Nel corso del Novecento il socialismo democratico integrò i diritti conquistati da liberali e democratici, con una serie di diritti e politiche sociali (diritti sindacali, istruzione, assistenza sanitaria e pensionistica, assegni di disoccupazione, servizi sociali), il cui scopo era correggere gli squilibri dell’economia di mercato e ridurre le disuguaglianze sociali.

Ci sono diverse forme di uguaglianza relative alle persone e alle situazioni sociali. Nella nostra Costituzione è stato introdotto un articolo che si divide in due parti: uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale. L’uguaglianza formale sancisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, specificando chiaramente le caratteristiche che erano e sono tuttora alla base della maggior parte delle discriminazioni (e che non sono comunque esaustive, concordano i costituzionalisti).

Mentre l’uguaglianza sostanziale prevede che lo Stato si impegni attivamente dal punto di vista politico, economico e sociale per eliminare queste discriminazioni. Quindi, oltre che dal punto di vista del diritto, l’articolo 3 sancisce l’uguaglianza di fatto dei cittadini: e affida allo Stato il compito di crearne le condizioni.

L’uguaglianza è una condizione di cose o persone uguali, cioè che abbiano le stesse qualità, gli stessi attributi. Si può sostenere che si è tutti uguali, sia da vivi che da morti. Sono le costrizioni, le ambizioni, le tante imposizioni e a volte le semplici circostanze che rendono diversi.

Le stesse disuguaglianze che sono esistete anche in passato, non solo permangono, ma tendono ad allagarsi. Quando questo avviene, sono messe in discussione, non solo il diritto di cittadinanza, ma anche le libertà individuali e collettive, che fanno venire meno anche le stesse uguaglianze. Si è massificato tutto e si è limitata la possibilità di diversificarsi con le proprie idee, imponendo il pensiero unico.

Bisogna reagire. Non siamo nella giungla, non ci può essere selezione della specie, ritorniamo agli antichi valori, cioè quel modello del welfare delle, casse del mutuo soccorso, della coesione e della solidarietà dove si aiutano soprattutto i deboli nelle società civili su un trinomio forte su cui si è costruito, almeno in Europa, un modello di società, cioè: libertà, uguaglianza e fratellanza. Sono valori che hanno contribuito a edificare allora quell’idea di mettere la persona al centro di ogni cosa, e a garantire diritti essenziali e pari opportunità a tutti. Oggi vengono sminuiti e avviliti, come se fossero inadeguati.

Affrontare il tema dell’uguaglianza non può prescindere, procedendo nelle riflessioni, dall’impossibilità di tenere disgiunto quel trinomio, perché l’approfondimento interiore di un termine richiama inevitabilmente gli altri due. Non ci può essere l’uguaglianza se non è accompagnata dalla libertà e dalla fratellanza. La libertà, l’uguaglianza e la fratellanza presuppongono l’amore per gli altri e ne sono compenetrati da quel sentimento che rende tutto possibile.

Tali termini e tali valori vengono usati in molti modi e spesso con significati diversi, per cui occorre stare attenti a incorrere in errori e, magari inavvertitamente, confondere aspetti e concetti apparentemente molto simili.

Giordano Bruno sosteneva: “Gli uomini sono tutti uguali perché sono fatti della stessa materia universale e quello che li distingue è solamente il colore della pelle, che dipende dal clima[2]”. “Ma al tempo stesso gli uomini secondo Bruno sono profondamente diversi l’uno dell’altro per il principio del merito[3]”. Quindi sembra una contraddizione fra il principio di uguaglianza e la necessaria diversità, ma non è cosi!

 In conclusione, urge instaurare un’agire politico, istituzionale, economico, sociale ed etico che consiste nella cura primaria degli interessi collettivi, sulla base di una gerarchia di valori. Non ritengo che sia facile, soprattutto per le profonde trasformazioni prodotte dalla finanziarizzazione dell’economia e della libertà di mercato. Ma il problema sta tutto là: di fronte a tanti disvalori è possibile ancora recuperare una battaglia ideale e valoriale od ormai è persa per sempre?. Credo che dobbiamo farla, per ridare nuovo valore all’etica, all’uguaglianza, alla libertà e alla democrazia!   

 

[1]     Marco Tullio Cicerone,1992, De legibus, Zanichelli, Bologna  

[2] M. Ciliberto, 2011, Giordano Bruno e la filosofia del Rinascimento, Gruppo editoriale l’Espresso, Roma

[3] Ibidem

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