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ISPI 2026, Monti chiama UE a resistenza anti Trump – Parte II

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di Lucio Leante

RAPPORTO ISPI 2026: MONTI CHIAMA UE A RESISTENZA ANTI-TRUMP, MA “CON GARBO” (2)

Il senatore a vita Mario Monti, nel suo scritto conclusivo all’ultimo Rapporto dell’ISPI (l’Istituto da lui stesso presieduto), in sostanza chiama i paesi europei ad una “resistenza” alle mire “autoritarie” e unilateraliste del presidente americano Donald Trump. Proprio come ha fatto il premier canadese Mark Carney nei giorni scorsi a Davos.

Nella gran parte del suo scritto Monti sorprende il lettore per l’uso ampio, insistente – e improprio- di categorie psicologiche implicanti giudizi etici sfavorevoli rivolti al presidente americano, ma anche ad “alcuni leader europei” (che non nomina) – a suo avviso- troppo morbidi nei suoi confronti.

A Trump attribuisce tra l’altro un’“aperta ostilità nei confronti dell’Unione Europea”, un “appetito per adulazioni”, un “innato senso di superiorità”, “inclinazioni” al potere assoluto” e all’unilateralismo, “intenzioni autoritarie”, “simpatie autocratiche”; caratteristiche psicologiche che farebbero presagire “un asse autoritario” il presidente presidente russo Vladimir Putin.

Così pure rimprovera ad alcuni leader europei una tendenza all’adulazione e alle concessioni (Monti li chiama “doni propiziatori”) attribuendo loro un “impulso all’adulazione”, “una sorta di sindrome di Stoccolma” e un “compiacimento nel trovarsi in ostaggio di una personalità soverchiante”.

Quest’uso intenso di improprie categorie psicologiche frammiste a giudizi morali in materia politica da parte di un personaggio da cui ci si attenderebbe più oggettività sottrae peso scientifico al suo scritto e alla sua autorevolezza.

Egli dichiara la sua fiera ostilità verso quella “nuova schiera di intellettuali” che dopo avere spiegato che “la legge del più forte sta rapidamente sostituendo lo Stato di diritto” invitano “ad adattarci a questa nuova realtà, piuttosto che a resistervi”.

Egli ammette che “è ancora troppo presto per capire quale sarà l’impatto complessivo della presidenza Trump”, ma trova subito una chiave per predire un futuro adi sciagure. E la trova nell’assimilare il presidente americano a quello russo e nel predire lo stabilirsi tra loro di “un asse autoritario”.

“È certo (sic!) – dice- che i punti di contatto tra Trump e Putin sono molteplici: dalla comune inclinazione verso forme di governo autoritarie, alla simpatia per un’economia oligarchica subordinata al potere politico, fino alla loro idea di cosa significhi ‘verità’”.

 E quale sarebbe per Monti la pistola fumante, la prova regina della gemellanza dei due bulli internazionali complici in pectore di un “asse autoritario”? Eccola servita con le sue parole: “Persino il nome – scrive- dato da Trump al suo social media ufficiale (Truth Social) riecheggia quello dell’organo di stampa ufficiale del movimento bolscevico (Pravda)”. Ineccepibile sillogismo! Trump e Putin complici bulli e autoritari sono da Monti colti con le mani nel sacco! Forse sono entrambi comunisti? Altrimenti come si spiegherebbe il titolo del social trumpiano ”la verità”?
(Dopo lo scoop del nostro pregiato senatore a vita dicono che Maurizio Belpietro, ormai smascherato, stia meditando seriamente di cambiare il nome alla testata del suo quotidiano. “La verità” è diventato un titolo troppo compromettente!).
Monti si premura di avvertire gli europei che “oggi un atteggiamento ostile (a Trump) sarebbe tanto dannoso quanto lo è stato, nelle fasi iniziali, l’impulso all’adulazione”. Ma aggiunge subito che “ciò di cui l’Unione ha bisogno è piuttosto recuperare lucidità, fiducia in sé stessa e, soprattutto, dignità”. E un “maggiore coraggio”.

L’Europa – dice- “dovrà mostrare maggiore coraggio se non vuole diventare la vittima designata di una diarchia Trump-Putin”.

Come la sua griglia di analisi è basata su concetti soggettivi ed evanescenti come “inclinazione”, “simpatia”, “idea di verità” così la sua predica psico-moralistica è intrisa di esortazioni edificanti.

Su queste fragili basi Il nostro professore moralista passa poi alle indicazioni pratiche e  invita i paesi europei a “resistere” alla tendenza autocratica ed autoritaria innescata da Trump (secondo lui in combutta con Putin) a “costituire un’alleanza con altri paesi europei (come il Regno Unito e la Norvegia) e con partner di altri continenti (tra cui Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda e altri, inclusi i paesi in via di sviluppo) per promuovere regimi democratici fondati sul rispetto delle regole”. Una proposta molto simile ha fatto pochi giorni fa il premier canadese Mark Carney a Davos.
Una cooperazione “in buona fede” con Washington – secondo Monti è auspicabile, ma solo “nella misura in cui gli Stati Uniti siano disposti a proseguire lungo la linea che loro stessi hanno promosso dalla Seconda guerra mondiale in poi”.

I paesi che si sono discostati dalle loro posizioni tradizionali per fare “concessioni” e “doni propiziatori” agli Stati Uniti dovrebbero ora “ritirarle”, ma “con garbo” – aggiunge.

Monti cita a tale proposito la Global Minimum Tax ricordando che al vertice del G7 in Canada del giugno 2025 tutti i paesi membri hanno accettato la richiesta americana di esentare le imprese statunitensi da questo “primo e pur modesto passo contro l’evasione e l’elusione fiscale delle imprese multinazionali”

Analogamente ricorda che l’Unione Europea ha concesso a Washington la rimozione della digital tax dall’elenco delle possibili nuove risorse proprie del prossimo bilancio pluriennale “rinunciando così a una parte della propria autonomia per tutto il prossimo decennio su richiesta di un paese terzo”.

Su un solo dossier Monti è perfettamente in linea con Trump ed è la necessità di un aumento delle spese militari europee. “Anzi – aggiunge- anche nell’improbabile caso che gli Stati Uniti ritirassero tale richiesta, l’Europa dovrebbe continuare lungo questa strada”.
La politica estera americana viene definita da lui non solo “sempre più volatile” e inaffidabile, ma anche orientata “verso strategie più vicine a regimi autocratici” e lontana dai “principi che Europa e Stati Uniti hanno condiviso negli ultimi ottant’anni”.

Per Monti, come per gli altri autori dei saggi del rapporto ISPI 2026, ci sarebbe stata una continuità di rispetto delle regole e delle istituzioni internazionali nella politica estera degli USA dalla fine della II guerra mondiale fino ad oggi e non ci sarebbe cioè stata una svolta unilateralista (ispirata dai neocon) nella fase del dopo guerra fredda. La svolta anzi la rottura delle regole sarebbe avvenuta solo con Trump. È questo il limite metodologico, scientifico e politico del rapporto 2026 dell’ISPI presieduto da Monti. Quest’ultimo (con altri leader europei come Carney) hanno tutto l’interesse a fingere che il periodo dal 1990 ad oggi sia stato una fase di ordine internazionale liberale e di rispetto delle regole multilaterali. Essi puntano su un ritorno alla Casa Bianca di un presidente democratico, al fine di riprendere il cammino della rivoluzione dem (globalista, neocon, woke e green) interrotta dalla vittoria di Trump.    

A questo obbiettivo politico generale, Monti collabora con il suo psico-moralismo pedagogico, chiamando, su quella base, gli europei ad una politica più decisamente anti-trumpiana.

Ma da condurre “con garbo”.

Autore

  • Redazione

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