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KIEV, PROPAGANDA AUTOLESIONISTA E REALTÀ MERCANTILISTA

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Il presidente dell’Ucraina Zelensky pare avere imboccato la via di un mondo irreale, forse quello di Hollywood o del Metaverso, in quanto colleziona provocazioni propagandistiche atte solamente a ritorcersi contro l’Ucraina.

Dopo essere caduto nella trappola della restituzione degli ufficiali della Azov, mostrati al rientro con l’aereo presidenziale e dichiarati eroi, dando così il destro alla Russia di dire che non rispetta gli accordi, in quanto i prigionieri Azov dovevano rimanere in Turchia fino alla fine del conflitto, ora ne ha pensata un’altra delle sue: la pulizia etnica in Crimea.

Zelensky ha affidato alla tatara Tamila Tasheva di far sapere, tramite il magazine americano Newsweek, cosa intende fare quando avrà conquistato la Crimea.

In primo luogo, ha fatto sapere la Tasheva, verranno espulsi gli 800 mila russi che sono arrivati in Crimea nel corso dei decenni scorsi e i 10 mila ucraini che sono rimasti saranno considerati collaborazionisti.

Mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Presi dall’ansia propagandistica per supplire al fallimento della controffensiva gli esponenti di Kiev collezionano esternazioni autolesionistiche in serie.

L’espulsione di 800 mila russi e la punizione di 10 mila ucraini rimasti in Crimea di per sé sono misure orribili, ma dichiararle senza avere conquistato il territorio è davvero da babbei.

Afflitti da dabbenaggine propagandistica autolesionista sono anche i parlamentari di questa Unione Europea che ha perso completamente la testa.

La commissione Affari Esteri dell’Eurocamera, in un relazione approvata a larghissima maggioranza, chiede alla Corte Penale Internazionale di emettere un mandato di arresto per Alexander Lukashenko. “La Bielorussia – si legge nel dispositivo della relazione – è responsabile dei danni causati e dei crimini commessi in Ucraina, anche per il ruolo del regime nei trasferimenti illegali di bambini. L’Ue e gli Stati membri prendano tutte le misure necessarie a livello internazionale per consentire il perseguimento penale dei leader politici e militari bielorussi responsabili di crimini contro l’umanità e genocidio”.

Una mossa del genere non fa altro che dare l’alibi a Lukashenko per intervenire direttamente nella guerra Ucraina e continua ad eliminare ogni possibile ponte di dialogo.

Nel frattempo Putin ha cambiato interlocutore e attacca direttamente le multinazionali e i grandi gestori di fondi che hanno nelle loro mani la gran parte della produzione di grano ucraino, avendo fatto man bassa dei territori.

Nel giorno nel quale viene annunciato lo stop all’accordo tra Russia e Ucraina per l’esportazione del grano ucraino via mare, dal porto di Odessa, sale la polemica sul tema e sulla reale destinazione di questo cereale.

I Paesi ricchi si sono accaparrati l’80 per cento del grano e dei cereali, mentre agli Stati più poveri e colpiti dalla crisi alimentare è andato appena il 3 per cento.

Lo fa notare un’analisi di Oxfam. «L’accordo che ha consentito di riprendere le esportazioni di cereali dall’Ucraina ha certamente contribuito a contenere l’impennata dei prezzi alimentari – aumentati comunque del 14% a livello globale nel 2022 – ma non ha rappresentato la soluzione alla fame globale che oggi colpisce almeno 122 milioni di persone in più rispetto al 2019» ha detto Francesco Petrelli, policy advisor sulla sicurezza alimentare di Oxfam Italia.

La sollevazione morale nei confronti della Russia che affama i poveri del mondo sembra essere, come al solito, una grande menzogna, che copre gli affari dei Paesi ricchi.

Menzogna che, come tutte le bugie, ha le gambe corte, ma soprattutto finisce con dare una mano alla Russia, che fa ora del grano un elemento di geopolitica.

Mosca, infatti, restituisce la palla ai Paesi occidentali dichiarando che sostituirà gratis il grano ucraino all’Africa.

Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, citato dalla Tass, ha detto che la posizione dei Paesi europei sull’accordo del grano “dovrebbe essere definita: senza vergogna”, aggiungendo che le forniture di grano dalla Russia all’Africa saranno discussi al vertice di San Pietroburgo” e Mosca “è pronta a sostituire la fornitura di grano ucraino ai Paesi che ne hanno bisogno gratuitamente”.

La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova durante una trasmissione televisiva di Channel One ha detto: “Non ci fidiamo delle promesse dell’Onu e dell’Occidente”

La Russia, secondo la portavoce del ministero degli esteri, non intende più fidarsi delle promesse dei paesi occidentali e delle Nazioni Unite in merito all’accordo sul grano del Mar Nero, e potrebbe prendere in considerazione il ritorno all’accordo solo dopo aver visto risultati concreti. “Abbiamo dato tutte le possibilità al Segretario Generale delle  Nazioni Unite – ha aggiunto –, eravamo pronti a lavorare con lui e abbiamo fatto tutto quanto in nostro potere per sbloccare  la situazione. Non accetteremo più assicurazioni e promesse, o qualche sprezzante iniziativa dell’ultimo minuto mirata solo a farci dire ‘sì’. Solo risultati concreti. E quando verranno presentati tali risultati concreti, solo allora, forse, sarebbe possibile pensare di tornare a questo accordo”.        

La Zakharova ha sottolineato che la parte russa ha fatto di tutto affinché “i paesi veramente bisognosi potessero utilizzare i prodotti alimentari che potevano essere inviati attraverso i canali previsti da questo pacchetto di accordi. Ma, sfortunatamente, il gioco dell’Occidente è andato troppo oltre”.

In buona sostanza, mentre il grano ucraino è finito solo al 3 per cento ai Paesi africani e all’80 per cento ai Paesi ricchi, Italia compresa, sbugiardando la sollevazione morale che copre un business che lascia alla fame chi è alla fame, la Russia gioca la carta dell’invio gratis di grano ai Paesi poveri africani, consolidando i suoi rapporti in un continente dove Mosca è già presente, soprattutto con la Wagner.

Fare propaganda moralistica nei Paesi europei, con i media main stream che fanno i pifferai, per poi dare il destro alla Russia di consolidare i suoi rapporti con l’Africa, è davvero una politica da babbei.

Alle parole Mosca ha fatto seguire i fatti.

Un attacco notturno, ieri notte, ha danneggiato le infrastrutture del porto di Odessa, dal quale partono le navi cariche di grano.

Un avvertimento a multinazionali e ai fondi che dominano la produzione ucraina che gli accordi vanno rispettati, altrimenti salta tutto.

L’interlocutore di Putin va oltre Zelensky e arriva direttamente nel sancta sanctorum della finanza.

Il ministero della Difesa russo, citato da Ria Novosti, ha detto che le truppe russe hanno lanciato un attacco di rappresaglia contro le strutture ucraine, dove si stavano preparando attacchi terroristici contro la Russia usando droni marini, dopo che è stato colpito il ponte di Crimea. “La notte scorsa – ha detto il ministero – le forze armate russe hanno lanciato un attacco di ritorsione con armi ad alta precisione contro strutture in cui si stavano preparando atti terroristici contro la Russia utilizzando imbarcazioni senza equipaggio, nonché nel luogo della loro fabbricazione a un cantiere navale vicino alla città di Odessa”.

Il ministero della Difesa russo ha anche affermato che “nell’area di Mykolaiv e Odessa, sono stati distrutti depositi di carburante per circa 70mila tonnellate, che fornivano carburante alle forze armate ucraine. Tutti gli obiettivi pianificati per l’attacco sono stati colpiti. Sono stati registrati incendi e detonazioni sugli oggetti distrutti”.

Il Cremlino ha inoltre accusato l’Ucraina di utilizzare il corridoio del grano del Mar Nero per “scopi di combattimento”. “La zona (dell’accordo sul grano) è utilizzata dal regime di Kyiv per scopi di combattimento”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov.

A chi è buon intenditore saranno suonate le orecchie.

Ucranian counteroffensiveUcraina attacco da nord

Nel frattempo, mentre la controffensiva langue e presenta il conto di 50 mila morti e del 20 per cento di mezzi distrutti relativamente alle brigate impegnate a sud, i russi attaccano Lyman e Kupyansk, mettendo Kiev sulla difensiva.

Serhii Cherevatyi, portavoce del Comando militare orientale dell’Ucraina, citato dal Kyiv Independent, ha affermato che la Russia sta concentrando “più di 100.000 uomini, più di 900 carri armati, più di 555 sistemi di artiglieria, 370 Mlrs” nella direzione di Lyman-Kupiansk.
Secondo lo Stato Maggiore delle Forze armate di Kiev, la Russia “continua a concentrare i suoi sforzi principali sugli assi di Kupiansk, Lyman, Bakhmut, Avdiivka e Marinka”.

Mosca, dal canto con una nota del ministero della Difesa, come riporta Ria Novosti, afferma che le sue truppe sono avanzate di circa un chilometro e mezzo in direzione di Kupyansk, nella regione di Kharkiv, nell’Ucraina orientale. “Nella direzione di Kupyansk, le unità del Gruppo di forze occidentale – si legge nella nota – continuano con successo le operazioni offensive nella loro area di responsabilità. L’avanzata totale è stata di due chilometri lungo il fronte e fino a 1,5 chilometri in profondità”.

Rimane inoltre il fatto che la Wagner, ormai concentrata in Bielorussia, entrando in Russia e successivamente in Ucraina, potrebbe attaccare Kiev da nord.

In questo senso si presenta come insulsa la posizione del Parlamento Europeo di chiedere alla Corte europea di emettere un mandato di arresto per Alexander Lukashenko. Mandato di arresto che non avrebbe alcun effetto concreto, come non lo ha avuto quello per Putin, ma che darebbe al presidente bielorusso l’alibi per sentirsi libero di dare il via alla Wagner anche a partire dal proprio territorio. In questo caso le truppe mercenarie si troverebbero a poter entrare in Ucraina a circa 140 chilometri a nordi di Kiev, mettendo sotto scacco la capitale.

Difficile capire, a questo punto, visto che gli Usa hanno chiaramente fatto capire che non intendono entrare in guerra con la Russia e non si sognano di volerla smembrare, come vorrebbero ucraini e Paesi baltici, chi sta soffiando sul fuoco.

Non è improbabile che siano le multinazionali che vedono sfumare i loro interessi e non è casuale, a questo punto, che Putin abbia diretto i propri strali direttamente ai loro interessi.

La posta in gioco è commercio del grano contro commercio dei fertilizzanti e concessione dello Swift alla banca russa che riceve i soldi delle transazioni nel campo agricolo.

Più che all’Unione Europea, all’Onu e a Washington, le bombe su Odessa e la messa fuori uso del porto sono un chiaro avvertimento a chi ha interessi diretti di tipo economico, ossia a chi, in Occidente, sta cavalcando la guerra per imporre all’Europa una sudditanza alle strategie di finanza e di oligarchi sedicenti filantropi.

Il gioco ormai è scoperto e giocare a carte scoperte non è facile se non hai una mentalità sistemica.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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