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L’OCCIDENTE SMARRITO

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di Antonio Foccillo

La sovra nazione Europa, la globalizzazione scientifica tecnologica economica, la dimensione intercontinentale, quando non planetaria, di ogni problema ambientale, demografico, energetico, la ricerca disordinata e cruenta di nuovi equilibri geopolitici tra le maggiori potenze del mondo sono eventi che stanno stravolgendo le certezze dell’Occidente.

Crescono, inoltre, i flussi migratori dai paesi poveri del Sud e dell’Est del mondo verso quelli industrializzati e ricchi del Nord e dell’Ovest. In questa situazione si rischia una “democrazia politica” senza cultura democratica diffusa nei cittadini, che però a questo punto non sarebbe più una democrazia.

È vero che un approccio filosofico porta a considerare la democrazia un concetto intrinsecamente imperfetto: ad esempio nella democrazia, intesa come volontà della maggioranza, è insita una contraddizione e cioè se la maggioranza desiderasse un governo antidemocratico, la democrazia cesserebbe di esistere e qualora ci si opponesse a tale risultanza cesserebbe di essere democrazia, in quanto andrebbe contro alla volontà della maggioranza.

Non è un caso teorico, infatti, in alcuni paesi una forte maggioranza religiosa porta al potere i leader religiosi, disconosce la laicità dello Stato e desidera instaurare una teocrazia. Infine è da considerare che, contrariamente a quanto normalmente si reputa, parole “democrazia” e “libertà” non necessariamente vanno di pari passo, infatti, in un sistema politico può esserci democrazia senza libertà e può esserci libertà senza democrazia. Pertanto bisogna stare molto attenti perché anche in un sistema democratico come il nostro è possibile determinarsi mancanza di libertà. E questo violerebbe anche il concetto di uguaglianza.

La storia documenta il prevalere di situazioni di disuguaglianza nell’esercizio del potere e anche nelle società democratiche i cittadini sono ben lontani dall’essere uguali per risorse, per cultura, per influenza politica. Un grado elevato di ineguaglianza politica esiste in tutte le società umane. Tuttavia la tendenza ad assegnare alle disuguaglianze un valore assoluto tale per cui l’approssimazione alla democrazia sarebbe impossibile, non risulta adeguatamente motivata. Infatti, dal punto di vista democratico non si nega l’esistenza di élite, anche in forte contrapposizione tra di loro, tuttavia ciò non significa monolitismo.

Lungo tutto il secolo XIX, la discussione e la concreta esperienza politica attorno alla democrazia riguardava l’opportunità di ancorarla principalmente all’idea di libertà e di rappresentanza, come volevano Tocqueville o Mill, oppure all’idea di uguaglianza, come preferivano Rousseau o Marx. Prevalse la prima ipotesi e la libertà politica, benché concettualmente diversa dalle libertà civili (in quanto contenente un elemento di positività partecipativa estranea alle prime) venne affiancata ad esse.

Così il diritto di voto, originariamente ristretto ad un’esigua classe di cittadini, selezionati principalmente in base al censo, si andò estendendo in modo costante verso la totalità dei cittadini d’ambo i sessi (suffragio universale) e si accrebbe il pluralismo delle assemblee e degli enti che partecipavano al processo democratico.

La democrazia non implica che non vi siano élite ma definisce un principio specifico con cui procedere alla formazione delle élite stesse, che riporta la competizione tra individui e gruppi tesi alla conquista del potere alla gara per ottenere il consenso popolare mediante il voto. La democrazia, fornendo a tutti l’opportunità di partecipare attivamente alla vita politica, promuove, più di ogni altro sistema politico, l’autonomia personale, il senso critico e tutte le qualità personali migliori.

In ultima analisi, come diceva J. S. Mill, anche gli interessi personali sono meglio tutelati in un ordinamento democratico, dato che gli individui hanno la forza e gli strumenti per proteggerli direttamente. Nel momento in cui le regole e i valori democratici definiti nella teoria vengono applicati al mondo reale, è evidente che si determina un livello di approssimazione più o meno soddisfacente.

Il governo ai governati è nelle democrazie contemporanee una metafora ideologica, perché il governo è neppure dei rappresentanti ma della loro maggioranza. Il principio di maggioranza guadagna una sua assolutezza, dal momento che la consultazione elettorale si risolve in un’operazione aritmetica, essendo il voto un’unità astratta in cui si traduce la volontà politica del cittadino. È il principio del voto personale ed eguale, libero e segreto, di cui all’articolo 48, 2° comma, della nostra Costituzione.

La logica della maggioranza che si trasfigura a volontà generale non ha nulla a che fare con il governo ai governati. A differenza di quella degli antichi, la democrazia dei moderni e più ancora quella contemporanea non rispecchia più la concretezza dei corpi sociali. Le singolarità elettorali consentono di dare alla volontà della maggioranza il volto e l’autorità assoluta della volontà generale.

La causa profonda del processo storico che sembra voler destrutturare la democrazia nella sua ispirazione fondamentale sta nel fatto che la democrazia classica è restata soccombente dinanzi a un processo di mondializzazione del potere, così come quella contemporanea, nata negli stati-nazione, è insidiata dalla globalizzazione.

Si ha un bel dire che le società omogenee ordinate entro le Costituzioni degli stati nazionali stanno cedendo e mutando in società multietniche, multireligiose, multiculturali. Ma con quali leggi e ordinamenti e principi? Quelli dell’integrazione e dell’inclusione o della tutela delle diversità e dell’esclusione? Che fine starà per fare il principio dell’eguaglianza dei cittadini, grande civile conquista negli stati-nazione e fondamento delle loro democrazie, dinanzi a comunità di immigrati che chiedono per gli individui che le compongono l’identità collettiva del gruppo di appartenenza, quasi piccole nazioni in uno stato ospitante?

L’Europa, nella sua costituzione, si è data un motto: «Unita nella diversità». Ma esistono forze e valori in grado di rendere reale, e non utopica, una tale coppia dialettica? E non solo tra gli stati, ma all’interno di ciascuno di essi? Mai come in questo passaggio la democrazia appare, nelle sue diverse tipologie costituzionali, vulnerabile e inclinante verso oligarchie, strutturate in poteri anche non politici bensì economici, sociali, mediatici, o verso governi personali.

Per far sopravviver la democrazia occorre ancorarla a dei valori che la salvino anche nei grandi scenari della deterritorializzazione del potere, delle unioni sopranazionali, delle egemonie transnazionali, insomma di quelle forme inedite che ha assunto la globalizzazione, ivi comprese quelle città-mondo in cui sta andando a concentrarsi metà della popolazione del pianeta, e che fungono da capitali dei mercati globali.

La legittimazione sostanziale della democrazia sta nella sua radicale alienità dalla rivoluzione e dal terrorismo. Ne consegue che la violenza verbale, la delegittimazione reciproca di maggioranza e opposizione, vanno evitate perché eccitano intolleranza e scontro tra i cittadini.

La democrazia è colloquio in ogni luogo sociale se è colloquio nella sua istituzione fondamentale che è il Parlamento. E ancora, il valore costitutivo della democrazia deve essere la cultura. Oggi la libertà dell’insegnamento e della ricerca è proclamata in ogni Costituzione democratica.

La democrazia stessa ha bisogno di un consenso libero e critico dei cittadini, per non cadere nelle coazioni demagogiche di una propaganda politica alimentata dall’ignoranza, dalla disinformazione, dalla cultura o subcultura faziosa. Garantire la libertà della cultura è oggi garantire il pluralismo dei media, delle istituzioni scolastiche, universitarie e di ricerca, delle imprese editoriali, delle associazioni di tendenza, delle accademie, delle manifestazioni artistiche.

Vi è poi la partecipazione. Un ruolo d’importanza fondamentale in questa direzione è attribuito ai corpi intermedi. La riorganizzazione del mondo in senso globale ha assestato un duro colpo alla democrazia rappresentativa com’è stata consegnata alla tradizione politica europea dall’Illuminismo settecentesco.

Per questo bisogna che vi sia un ritorno alla Politica (quella con la P maiuscola) e non accontentarsi di questa pseudo politica. Come? Riscoprire valori, ideali e partecipazione democratica. Lo si può fare. Basta l’impegno nuovamente dei cittadini, dei corpi intermedi e dei partiti che ritornino a parlare con la gente sulla base di piattaforme politiche che riaffermino nuovamente i diritti delle persone. 

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  • Redazione

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