
di Antonio Foccillo
A Davos, per la prima volta, si è parlato della globalizzazione in termini negativi e si è proposto di ripristinare il concetto della sovranità delle Nazioni. Quando qualcuno di noi l’ha scritto in passato, con libri ed editoriali, veniva considerato pazzo. Ebbene oggi finalmente si comincia a ragionare!
Il processo di globalizzazione era stato spiegato come una grande speranza per cambiare in positivo le condizioni di vita in tutto il mondo. Infatti, era considerata dai suoi sacerdoti come una forza positiva, capace di incentivare la crescita e di migliorare anche le condizioni delle popolazioni povere del pianeta.
Dopo averla descritta come una possibilità positiva, Stiglitz, scriveva: “Le regole del gioco sono state fissate dai grandi paesi industrializzati in funzione dei loro interessi particolari e non c‘è da stupirsi che abbiano badato al loro tornaconto.Non hanno cercato di creare modalità eque e condivise, e men che meno regole che favorissero la diffusione del benessere nei paesi più poveri[1]”. Non è la prima e nè sarà l’ultima volta!
Questo processo ha deregolamentato e con la finanziarizzazione ha stravolto l’economie mondiali, e ha, di fatto, prodotto una recessione mondiale dell’economia, riducendo gli spazi e gli investimenti nell’economia produttiva e puntando sulla speculazione finanziaria, attaccando il welfare, come spesa improduttiva, ritenendolo, quindi, insostenibile alla luce dei nuovi processi economici e finanziari.
Essa ha dato la prima spallata al sistema europeo in quanto è stata quella delle sole operazioni monetarie e finanziarie. Determinando una crisi delle U.E., che non è riuscita a darsi una strategia alternativa, vincente ed autonoma, e così ha influenzato in negativo, con l’austerity, le politiche economiche dei singoli Stati, dimostrandosi prigioniera del capitale finanziario.
Bisogna riflettere con molta attenzione su cosa è successo, quanti guasti si sono prodotti nell’economia, nel sociale e nella politica, per la conseguente riduzione dei poteri delle istituzioni, per l’attacco ai partiti, per la sostituzione di governi eletti con tecnici, per la richiesta di modificare le stesse costituzioni europee e, soprattutto, per avere ridotto la sovranità degli Stati.
Allora, sul concetto che la globalizzazione ha fallito tutti i suoi scopi e ha fatto solo danni va ripresa la discussione su come ritornare a riproporre di nuovo il ripristino della sovranità degli Stati. Questo mi permette di ragionare sullo Stato, sulla sua riorganizzazione e sulla sua funzione.
Lo Stato moderno, come l’avevamo conosciuto, non ha avuto origine all’improvviso, anche se la sua nascita storicamente si fa risalire al trattato di Westfalia, che rappresenta l’inizio convenzionale di un nuovo ciclo storico, essendo lo Stato moderno quello che ha ridimensionato la risultanza di evoluzioni plurisecolari.
Le connessioni con le epoche precedenti sono in rapporto a tre elementi costitutivi dello Stato: il governo, il popolo e il territorio. Inoltre, caratteristica dello Stato è la sovranità, designata come attributo della suprema potestà statale e che consiste nell’indipendenza assoluta da altre potestà e altri ordinamenti e, infine, nell’egemonia assoluta nei rapporti con altri soggetti all’interno del territorio e dell’ordinamento statale, nei rapporti con Comuni, Province, Regioni.
Con la globalizzazione e con la finanziarizzazione dell’economia si è affermato che l’epoca della sovranità era ormai arrivata alla fine. È stata amplificata in Europa, dove lo Stato nazionale aveva rappresentato l’organizzazione propria tipica della vita politica e della formazione del diritto positivo, perché ha perduto il ruolo di centro della politica mondiale.
Segno di questa decadenza si considera anche il fatto che, da tempo, non vengono più concepiti e propugnati sistemi di pensiero o visioni generali del mondo[2]. È vero che vi sono stati persistenti tentativi di comprendere fatti nuovi ma sono stati sempre analizzati mediante applicazioni di categorie e schemi ideati in diverse condizioni storico-spirituali e quindi inefficaci a far fronte alla realtà in cambiamento.
La costruzione stessa dell’Unione Europea è stata attuata facendo riferimento a figure e modelli del costituzionalismo liberale e più in generale si è ricondotto a un movimento, divenuto preminente nel secondo dopoguerra, quando si impose il disegno di trasferire oltre i limiti ristretti dei vecchi Stati nazionali la protezione dei diritti fondamentali e anche l’attuazione dei principi del costituzionalismo per i pubblici poteri, legislativo, amministrativo, giudiziario.
Così con l’Europa la compagine nazionale e territoriale dello Stato sovrano si è aperta e ha teso alla propria dissoluzione, in forza di un duplice trasferimento di potestà: da un lato nel senso delle “integrazioni” sovranazionali e del nuovo ordine mondiale, e dall’altro delle attribuzioni a poteri intermedi autonomi.
In più, il sovrapporsi del diritto comunitario e la cosiddetta globalizzazione dell’economia hanno determinato sostanziali mutamenti dei fini pubblici, così al posto della vecchia dicotomia tra “interessi legittimi individuali” e “interessi pubblici generali” la dottrina liberista ha imposto quella tra “diritti di terza generazione” e “interessi pubblici emergenti”. In particolare, questi ultimi sono stati correlati all’impostazione comunitaria derivante dal Trattato di Maastricht, dal Trattato di Amsterdam e da gli altri che si sono susseguiti, nonché con la tematica della deregolamentazione che né è conseguita e al processo di integrazione europea.
Di conseguenza il ruolo dei poteri pubblici è stato reso ancor più complesso e articolato dal grado di sofisticazione dei mercati specie di quelli finanziari, dallo sviluppo tecnologico, dalla concorrenza sempre più accesa a livello europeo e mondiale, dall’emergere di nuovi interessi pubblici di rango primario (tutela dell’ambiente, tutela dei consumatori, ecc.).
Accanto alle analisi, appare ora opportuno elaborare categorie nuove in grado di sostituire o per lo meno integrare istituti e concetti propri di una concezione dello Stato e del suo rapporto con i cittadini per ripristinare la sovranità.
In questo frangente la politica deve essere in grado di fare un salto di qualità per porsi come interlocutrice qualificata e credibile nella programmazione dei cambiamenti che dovranno essere legiferati e che – in assenza di una strategia – sono lasciati solo alla libera iniziativa di coloro che finora hanno operato per il disfacimento dello Stato.
Deve ri-precisare una nuova strategia in cui lo Stato si riappropri delle sue funzioni di garante dei cittadini e da questo deriva che le forme organizzate dell’istituzioni devono contribuire alla creazione di una nuova politica economica, svincolata dalle logiche europee e in grado di rispondere ai cittadini.
Per fare questo vi è bisogno di scoprire e creare istituzioni più umane, che indirizzino e incoraggino il comportamento effettivo delle persone in una direzione sempre più coerente con il nostro senso universale, con il nostro bisogno di normalità, ragionevolezza, eticità, moralità e funzionalità. Da questi deriva che le forme organizzate delle istituzioni devono partecipare alla creazione di una società diversa in modo tale che provveda a una equa distribuzione dei redditi, ad una tutela della giustizia individuale, a una garanzia dei diritti e delle tutele e soprattutto a una partecipazione dei diversi soggetti sociali e dei cittadini.
Che esista, poi, nell’attuale situazione, la volontà politica di attuare questo piano, è un altro discorso, ma questa sarà la parte più importante che dobbiamo conseguire.
[1] J. E. Stiglitz,2006, La globalizzazione che funziona, p.4, Einaudi, Torino
[2] Ugo Spirito – Dall’attualismo al problematicismo – Sansoni





