Il vecchio compagno — quello che vive e lotta sotto strati di nostalgie e sconfitte — continua a innamorarsi delle Cause Perse come fossero reliquie di una purezza morale mai rinnegata. Mezzo secolo di smentite e tragedie non sono bastate: si ostina a vedere speranza dove c’è repressione, vede l’eroismo dove c’è tirannia.
Ucraina e Iran dovrebbero accenderlo di indignazione. Chiamano in causa tutto ciò che teoricamente dovrebbe difendere: rifiuto del sopruso, libertà di autodeterminazione, lotta per i diritti civili più elementari, resistenza ai regimi oppressivi.
Eppure tentenna, balbetta, si tira indietro.
Un secolo di “Cause Perse”… come nell’apoteosi toccata dal nostrano leader “Maximo” che elogiava il “liberatore” Pol Pot, futuro sterminatore indagato per genocidio (autentico e certificato).
“Ogni democratico, ogni comunista, sia, come sempre e più di sempre, al loro fianco”. E “loro” erano i Khmer Rossi. A Piazza Maggiore nell’Aprile 1975 a Bologna, il PCI organizzò una manifestazione grandiosa. L’oratore principale? Era il futuro leader Maximo, già segretario nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana.
L’Unità inviò prontamente i propri giornalisti in Cambogia, per raccontare la “straordinaria rivoluzione ” dei Khmer rossi.
I telegiornali RAI, pochi mesi dopo, iniziarono a trasmettere immagini e notizie sulle atrocità di Pol Pot e dei suoi seguaci, L’Unità reagì con veemenza: “I falsari della TV”, accusando la RAI di “esibizione di parzialità e menzogna”.
Autocritiche? … Mai pervenute.
In Ucraina quattro anni fa, i carri russi marciavano verso Kiev aspettandosi fiori sul tragitto vittorioso. Hanno trovato un popolo che non si piega. Un tiranno che riscrive la storia con la violenza, distrugge case, monumenti, identità. E dietro a tutto questo — agli occhi di Putin — c’è l’Occidente decadente, il nemico da schiacciare, per restaurare l’impero di Caterina.
Il compagno si blocca proprio qui: non riesce a riconoscere l’aggressione. L’imperialismo lo riconosce solo se c’è una bandiera a stelle e strisce in vista.
Sul fronte iraniano, la contraddizione esplode. Studenti, lavoratori, commercianti si ribellano alla teocrazia più feroce del pianeta con il record mondiale di esecuzioni, la maggior parte per reati politici. Da cinquant’anni Khomeini e Khamenei interpretano il Corano come lasciapassare per l’arbitrio più primitivo, riducendo le donne a qualcosa con meno valore del sasso che le lapida.
E quando un’intera nazione scende in strada, sfidando milizie e servizi segreti, la risposta è un massacro: migliaia di morti in poche ore. Obitori pieni, cadaveri lasciati nelle strade.
E il compagno? … Esita ancora.
Perché un pezzo di sinistra non sopporta di giudicarsi e finisce di condividere l’antidemocrazia populista delle destre più retrive o dei movimenti che, solo apparentemente, superano gli schieramenti, finendo per identificarsi in nuovi Populismi vestiti a festa.
Tutti affratellati da fole tossiche: la democrazia sarebbe un inganno, le élite una truffa, il popolo? Unico depositario della verità.
La stessa distorsione cognitiva si ripete davanti ad altri aggrediti come gli israeliani, oggi trasformati in reietti morali, dopo un diluvio di razzi, missili, attentati, stupri, rapimenti. Si arriva all’indecenza di sfilare nei cortei gridando gli slogan dei tagliagole “dalla terra al mare”.
Cause perse. No… coscienze smarrite.




