Home Opinioni FUMARE UNA SIGARETTA A TEHERAN. E NON SOLO

FUMARE UNA SIGARETTA A TEHERAN. E NON SOLO

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A Teheran le ragazze, prima d’essere ammazzate, picchiate o trascinate in galera, fumano. Senza velo.

 

Accendono le sigarette per strada, e nella breve epifania della fiamma compare — come un santino rovesciato — il ritratto dell’ayatollah Khamenei, guida suprema e, a quanto pare, supremo piromane della propria iconografia. Nell’ultimo oracolo ha decretato che i manifestanti saranno processati come “nemici di Allah.” Nemici suoi, più esattamente.
E in effetti Allah, che davvero coincide con questo vecchio malvissuto ardente sulla carta, è all’altezza del suo simulacro: violento ma alla fine fragile, fumoso, destinato a consumarsi mentre le ragazze, con una lentezza voluttuosa e deliberata, aspirano il tabacco.
Viva dunque le donne. Viva le ragazze che fumano a Teheran.
Una donna che fuma — rammento — appariva già nel 1878 su L’Illustrazione Italiana: non una fotografia, un disegno; e l’articolo che lo accompagnava, benché il giornale fosse laicissimo, aveva toni da predica savonaroliana. Quel gesto, scriveva l’articolista, preannunciava poco solo la fine del mondo. Il mondo, com’è noto, non finì. In compenso cominciò a cambiare.
E poi il cinema. Non solo quello d’antan, con la sigaretta come protesi dell’anima, ma anche quello contemporaneo. Da Lauren Bacall a Sharon Stone in Basic Instinct e dintorni: le donne “cattive” — le bad girls — fumano sempre. Perché il fumo è un linguaggio: dice distanza, autonomia, disprezzo per l’educazione ricevuta e, soprattutto, per quella imposta.
Come fumava mia madre. Fino al suo penultimo giorno. Aveva cominciato a sedici anni, facendo rizzare — non solo metaforicamente — i capelli alla buona società napoletana. Non era una posa, non era una sfida calcolata: era un atto naturale di libertà, compiuto con quella grazia incosciente che appartiene solo a chi non chiede permesso.
Grazie, mamma.
Mi hai insegnato il gusto del tabacco.
E quello, infinitamente più raro, della libertà.
Oggi, a Teheran, una sigaretta accesa vale più di un comizio. È un manifesto tascabile, una dichiarazione di indipendenza arrotolata in carta sottile. Brucia in fretta, sì — ma intanto illumina. E mentre il volto del tiranno si consuma nella fiamma, resta il gesto: piccolo, elegante, irriducibile. Come tutte le vere rivoluzioni.
 
 

 
 

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  • Redazione

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