
di Maurizio Ballistreri
Dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine del comunismo organicistico nell’Europa dell’Est, nel 1989 Francis Fukuyama, riscoprendo l’idealismo di Hegel, proclamò “la fine della storia”. Con questa apodittica affermazione il politologo nippo-americano intese affermare la definitiva vittoria del modello liberaldemocratico a livello planetario, con la codificazione di uno stabile diritto internazionale.
Ma l’invasione russa in Ucraina, il genocidio di Israele a Gaza e il golpe americano in Venezuela (non dimenticando gli attacchi contro la Somalia, l’Iran, lo Yemen e la Nigeria) presentano una diversa prospettiva, in verità già sviluppata con il bombardamento della Nato alla Serbia di Milosevic nel 1999, imposta dal capo della Casa Bianca dell’epoca Bill Clinton, la cattura del leader iracheno Saddam Hussein da parte degli Stati Uniti di Bush Junior nel 2003 e dalla vicenda libica con la deposizione e poi la morte di Gheddafi nel 2011 da parte di una coalizione guidata anche questa volta dagli americani e imposta dal loro presidente Obama.
D’altronde, gli Usa nel dopoguerra hanno costantemente interferito nella vita democratica di altri Paesi: dalle elezioni nel 1948 in Italia, alla destituzione del presidente del Guatemala Guzman nel 1953, al fallito sbarco nella Baia dei porci a Cuba per rovesciare il regime di Fidel Castro nel 1961, sino al “Piano Condor” che negli anni ’70 del secolo trascorso provocò una serie di golpe in Sud-America, tra cui quello contro il presidente socialista del Cile Salvator Allende e il suo governo di “Unidad Popular”, che portò alla sanguinaria dittatura di Pinochet.
Il principio costitutivo del diritto internazionale, quello della sovranità degli Stati, appare archiviato, come rivendicato senza mezzi termini dal presidente americano Trump e nessuna giustificazione può derivare dall’esigenza di interventi militari in paesi autoritari. Trump ha palesemente affermato che il suo Paese vuole affermare la “Dottrina Monroe” del 1823 a livello geopolitico, rilanciata con la “diplomazia delle cannoniere” dal presidente Theodore Roosevelt all’inizio del ‘900, cancellando il tema del costituzionalismo globale, necessario a garantire la pace e il rispetto dei diritti su scala mondiale.
Si tratta, a ben vedere, di nuovo “universalismo imperiale” e delle sue tavole: lo ius mercatorum del medioevo anteposto ai valori della pace, nonostante gli appelli di Papa Francesco e oggi di Papa Leone XIV, nel mentre sempre più irrilevanti sono le istituzioni internazionali, a partire dall’Onu, e l’Unione Europea. Un imperialismo geopolitico funzionale al nuovo tecno-capitalismo, in cui monopoli e finanza si sono saldati a livello globale, nel mentre il tycon che guida gli States minaccia Cuba, Colombia, Messico per arrivare alla Groelandia.
Ed è in questo cupo scenario che è palese la necessità di una nuova “lotta per il diritto”, da declinare oggi, attraverso il sostegno ai diritti fondamentali, per rilanciare la prospettiva di un “costituzionalismo globale”, che va dalla Weltbürgerliche Absicht di Kant al monismo di Hans Kelsen, fino a teorie più recenti, dialettizzate con le tradizionali categorie della cittadinanza.
Si pone sul piano storico-giuridico un problema: l’affermazione di un catalogo di diritti e delle loro garanzie – che rappresenta il nucleo essenziale del costituzionalismo moderno – per uscire dal dominio del mercato e delle oligarchie economiche che hanno “privatizzato la politica”, ridotto la partecipazione democratica, violato il principio dell’autodeterminazione dei popoli.





