
Dalle condanne per “eccesso” ai risarcimenti ai familiari dei criminali, così lo Stato trasforma i suoi difensori in imputati e svuota le caserme.
“Usi obbedir tacendo e tacendo morir”.0 Per due secoli questo motto ha scolpito l’anima dell’Arma dei Carabinieri. Obbedienza, silenzio, sacrificio. Oggi quel motto è diventato tragicamente letterale.
Tacciono quando li processano. Tacciono quando li condannano. Tacciono quando si tolgono la vita: decine nel solo 2025. E muoiono davvero. Non più per mano del nemico. Ma di solitudine, di abbandono, di uno Stato che prima li manda in strada e poi li tratta da imputati.
Dodicimila sotto organico. Quaranta per cento oltre i cinquant’anni. Dimissioni a doppia cifra. Millecinquecento euro al mese. E se spari per difenderti, finisci sotto processo. Se insegui un fuggitivo e quello si schianta, finisci indagato per omicidio.
Non sono slogan. Sono fatti. Hanno nomi e cognomi.
Emanuele Marroccella. Roma, settembre 2020. Il collega viene accoltellato con un cacciavite. L’aggressore scappa. Marroccella spara. Cinque anni di processo, tre anni di condanna. Più di quanto chiesto dal pubblico ministero. E dovrà risarcire di tasca sua i familiari del ladro: quindicimila euro a ciascun figlio, cinquemila a ciascun fratello. Carriera finita. Vita distrutta.
Luciano Masini. Villa Verucchio, Capodanno 2025. Un uomo ha già accoltellato quattro passanti, avanza col coltello. Masini spara. Aveva un video che dimostrava tutto. L’aver ricevuto un encomio ufficiale, su richiesta di Giorgia Meloni, non gli ha risparmiato undici mesi di tormento prima dell’archiviazione.
Antonio Lenoci. Milano, novembre 2024. Fares Bouzidi, senza patente, drogato, non si ferma all’alt. Otto chilometri a centoventi all’ora, contromano. Lo scooter si schianta, l’amico Ramy muore. Bouzidi prende due anni e otto mesi. Lenoci, il carabiniere che guidava l’auto che inseguiva, viene indagato per omicidio stradale. La sua colpa sarebbe essere stato troppo vicino.
Tre carabinieri. Tre interventi. Uno condannato, uno salvato dal video ma tormentato per un anno, uno sotto processo per aver fatto il suo lavoro.
Questo è il mondo al contrario. Comunque la giri, la colpa è sempre del carabiniere. Mai del criminale.
Il carabiniere è obbligato a intervenire. Ma se interviene e spara, finisce sotto processo. Se interviene e insegue, finisce sotto processo. Se non interviene, rischia l’omissione d’atti. È una trappola senza uscita. Qualunque cosa faccia, paga.
Lo Stato ti dà una pistola e poi ti processa se la usi. Ti manda in strada e poi ti misura col bilancino la reazione di un secondo. Ti chiede di fermare i criminali e poi ti condanna se il criminale cade. Ti paga millecinquecento euro al mese e ti chiede di rischiare la vita, la carriera, la famiglia, tutto. Per finire sotto processo. Per pagare gli avvocati di tasca tua. Per sentirti dire che avresti dovuto sparare in aria, aspettare, trattare, mediare. Mentre un cacciavite ti entra nel petto.
E chi può, se ne va. Non i pensionati: i giovani. Trenta, quarant’anni, nel pieno della carriera. Preferiscono fare le guardie giurate piuttosto che rischiare il carcere per un inseguimento. Chi può dar loro torto?
Il Sindacato Italiano Militari ha scritto, dopo la condanna di Marroccella: “È inaccettabile che chi serve lo Stato debba percepire un senso di abbandono istituzionale”. Parole troppo educate. La verità è più cruda: lo Stato ha tradito le sue divise.
“Siamo qui con queste divise che tante volte ci vanno strette, specie da quando sono derise da un umorismo di barzellette. E siamo stanchi di sopportare quel che succede in questo Paese, dove ci tocca farci ammazzare per poco più di un un milione 0al mese.”
Lo cantava Giorgio Faletti a Sanremo nel 1994. Trent’anni dopo, non è cambiato nulla. È solo peggiorato.
Eppure, stanotte, da qualche parte in Italia, una centrale radio annuncerà rapina in corso. Ladri in un appartamento. Rissa. Aggressione. E un carabiniere si alzerà e andrà.
Sapendo che quando interviene il delinquente potrebbe diventare lui. E se costretto a sparare per difendersi, potrebbe perdere tutto, dal lavoro alla libertà.
Ci andrà lo stesso.
“La voce in radio ci fa tremare, che di coraggio ne abbiamo tanto. Ma qui diventa sempre più dura, quando ci tocca fare i conti con il coraggio della paura. Che poi, se c’è una chiamata urgente, si prende su e ci si va lo stesso”.





