
Chi scrive appartiene, senza aggettivi imbarazzanti, alla destra di Winston Churchill, liberale nel cervello e conservatrice nella spina dorsale. Nel contempo nutro un’antipatia viscerale, incurabile e direi persino igienica per i dittatori, laici o religiosi. Spesso, va detto, finti laici e finti religiosi, accomunati da un’unica fede autentica: il loro potere perpetuo.
Così, senza troppi giri di parole, addio Nicolás Maduro. Questa volta per davvero: non una di quelle morti politiche che lasciano il cadavere in piedi, ma una caduta secca, improvvisa, definitiva. Un accenno soltanto: a Caracas, nella notte, la musica è cambiata. E non per caso.
C’è chi, alla Casa Bianca, coi dittatori del “cortile di casa”, dialoga; c’è chi li blandisce e li “contiene”. Donald Trump, più semplicemente, quando decide che è finita, non le manda a dire. I suoi predecessori traccheggiavano; lui chiude i capitoli.
Chi era Maduro?
Un dittatore, senza bisogno di note a piè di pagina.
Un sanguinario, con curriculum coerente.
Un narcotrafficante, per completare il quadro.
Eppure, miracolo della miopia ideologica, alla sinistra planetaria stava simpatico. Perché nel grande sillabario progressista vale una regola ferrea: chiunque faccia dispetti agli Stati Uniti — la nazione grazie alla quale godiamo del lusso d’ insultarla — diventa automaticamente, se non un eroe, almeno un compagno dalla mano pensante.
È lo stesso riflesso pavloviano che portò all’adorazione di Fidel Castro, davanti al quale si inginocchiarono intellettuali di smisurata sicumera morale, come il non compianto Gianni Minà.
Maduro, diligente erede di quella scuola tropicale del dispotismo, ha avuto una carriera all’altezza del lignaggio: ha preso un Paese potenzialmente ricco e lo ha restituito affamato; ha parlato di popolo mentre lo reprimeva; di elezioni mentre le falsificava; di giustizia mentre riempiva le carceri.
Ha governato grazie alla violenza contro gli oppositori, alla corruzione sistemica, ai brogli elettorali e a un apparato repressivo degno della sua causa.
In sintesi: autista – di Chavez, il suo idolo – diventato presidente, presidente diventato tiranno, tiranno finalmente caduto.
Ha trasformato la rivoluzione in miseria, il socialismo in morte, carcere ed esilio per gli oppositori, l’ “independencia” venezuelana in paura quotidiana.
Non ha lasciato idee, né progresso, né futuro: solo un Paese in ginocchio e una dittatura che, come tutte, è finita nel modo più banale possibile.
Perché i tiranni, malgrado molta, troppa letteratura sul punto, neppure nei loro capitoli finali hanno un tratto di originalità.





