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QUEL CHE FU E CHE NON FU LA REGINA MARGHERITA

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di Aldo A. Mola

Quel che non fu: è il meno…

Margherita di Savoia non fu affatto la superba bellezza che le venne attribuita da cortigiani e da repubblicani abbacinati, come Giosue Carducci, dai gusti peraltro assai opinabili. D’altronde i problemi delle monarchie andavano molto al di là del fascino fisico delle sovrane e/o delle dame del seguito.

Di certo la regina non fu sposa felicissima. Quando nel 1868 la prese in moglie, da anni il principe Umberto era unito “more uxorio” con la duchessa Eugenia Attendolo Bolognini, sposata con il duca Litta Visconti Arese. Come la generalità di imperatori, re, principi, militari, borghesi e popolani, ciascuno aveva le sue “storie”. Nessuna faceva speciale notizia se non per chi ci ricamava pettegolezzi elevati a trame politico-diplomatiche. È il caso della super-chiacchiera sul ruolo attribuito a Virginia Oldoini, contessa di Castiglione (1837-1899), che, secondo la leggenda, avrebbe procacciato con le sue grazie il favore di Napoleone III a pro’ del regno di Sardegna o addirittura della “causa italiana” contro l’impero d’Austria. Se avesse fatto dipendere la riscossa dell’Impero di Francia dalle “performances” della “Nicchia” (come la contessa era detta) o delle altre dame via via conquise, Napoleone il Piccolo avrebbe dovuto fare guerre a getto continuo su innumerevoli fronti. Suo apprezzato ministro era Walewsky, figlio “naturale” di Napoleone I e di Maria Walewska, che aveva sperato propiziare il ripristino del regno di Polonia.

Forse la regina Margherita, non ignara che, al pari del padre, anche Umberto accompagnava i viaggi in Italia (e non solo) con l’assaggio di “prelibatezze locali”, avrà gioito quando trapelò che si era invaghito della contessa di Vincenza Santa Fiora: non per sé stessa ma pensando che la Litta ne avrebbe sofferto.

A differenza di quanto è stato solitamente scritto, la regina non fu neppure una “clericale reazionaria”. In una lettera giovanile ella stessa confidò di non essere affatto “bigotta”. Certo era e rimase convintamente cattolica: la sua era la Chiesa dei precetti e dei comandamenti, tra i quali primeggiano quelli dal quinto al decimo, ma con molta comprensione per le “trasgressioni”. Come fa un militare a non uccidere? La giustificazione della “guerra giusta” è invalsa sino a quella del Golfo. Da non molto i pontefici predicano la pace disarmata e disarmante. Non solo. Il segreto diplomatico e la diplomazia segreta sono esecrati ma molto praticati. Un capo di Stato può non sottrarre i tesori al vinto e può non spremere i sudditi con tasse sui beni essenziali (farine, sale e via via sino ai portoni carrai, ai balconi, ai cani da guardia…) quando occorrono entrate per fronteggiare le spese correnti ordinarie e straordinarie e i debiti con esose banche estere? Come fa a non desiderare le donne e gli averi altrui quando tutti si conducono a quel modo e trovano sollievo nel più conveniente dei sacramenti, la confessione, completa di pentimento e di penitenza? La storia, anche la più depurata da aneddoti pruriginosi, ne era zeppa. E qualche cosa insegnava anche alle principesse e alle regine.

D’altronde i sovrani per primi avevano bisogno assoluto dall’indulgenza del clero: un confessore comprensivo e un ecclesiastico pronto a celebrare il “Te Deum” rischiando i fulmini del papa. Fra’ Giacomo da Poirino, che amministrò il viatico al morente Camillo Cavour, e don Valerio Anzino, che si adoprò per assicurare la “buona morte” a Vittorio Emanuele II (ne hanno scritto Aldo G. Ricci e Tito Lucrezio Rizzo) mostrano la «bontà infinita» di Chi «ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei» (Dante, Purgatorio, III, 121-122), anche senza mediazione ecclesiastica.

…E quel che fu: il più.

Margherita di Savoia fu pienamente consapevole del suo ruolo di regina d’Italia e lo esercitò su fronti particolarmente cari al re. In primo luogo il regno neonato aveva urgenza di organizzare lo “strumento militare”. A differenza del Vecchio Piemonte, in molti Stati pre-unitari non esisteva il servizio militare obbligatorio. La sua imposizione fu fomite di insorgenze e del brigantaggio. La vittoria della Prussia di Bismarck sulla Francia di Napoleone III nella guerra del 1870 venne correttamente spiegata con la superiorità della scuola germanica, dell’istruzione paramilitare e della motivazione ideale. Altrettanto andava fatto in Italia. Nel 1877 la legge voluta dal ministro della Pubblica istruzione Michele Coppino, massone, introdusse l’istruzione elementare obbligatoria e gratuita. L’anno dopo il suo successore Francesco De Sanctis, a sua volta massone e già docente alla Scuola Militare della Nunziatella, aggiunse l’obbligo dell’educazione fisica anche per scolare e studentesse. Nei licei venne introdotto il costoso e poi abbandonato insegnamento del tiro al bersaglio, predicato da Giuseppe Garibaldi. Nel 1879, come ricorda Oreste Bovio, decano della storiografia militare, nella sua insuperata “Storia dell’Esercito Italiano, 1861-2000”, l’Esercito prese finalmente l’aggettivo di Regio. Nel 1882 fu creato lo Stato Maggiore, forte di capi e di un corpo di ufficiali altamente preparati e di lunga durata in carica a garanzia della continuità necessaria, mentre i ministri della Guerra, soprattutto dopo l’avvento della Sinistra, cambiavano a getto continuo.

Umberto I vedeva, capiva e voleva, anche più di quanto il Parlamento concedesse. Margherita era sulla sua stessa linea. La capacità suasoria della regina, anche tramite scrittori, poeti, artisti, scienziati e inventori, mirava appunto a moltiplicare gli “esempi”, a infondere coscienza unitaria nei “popoli d’Italia”. Allo scopo fu alpinista provetta nell’Italia che ebbe il rude Quintino Sella promotore del Club Alpino Italiano quale palestra, non tanto di muscoli ma di ardimento e di moralità. È quanto non comprende chi fraintende (come fa un suo biografo) il legame ideale tra la regina della “Capanna Margherita” e l’alpinista Luigi Beck-Peccoz, che ebbe il privilegio di accompagnarne le scalate e morì di schianto dinnanzi ai suoi occhi mentre percorrevano un ghiacciaio.

L’ostinazione della regina cozzava con la pochezza della Camera. Nel decennio dopo Adua (1896) le spese ordinarie per l’esercito scesero da 245 milioni a 236, una flessione prolungata al di sotto dei 230. Con un confine indifendibile verso l’Impero d’Austria e diffidente nei confronti della Francia repubblicana, socialista, ugonotta e sprezzante nei confronti di Roma, come mostrarono la strage di terrazzani italiani a Aigues-Mortes e le aggressioni di migranti nostrani a Lione, a quel modo l’Italia non era in condizioni di fare la sua parte in Europa e nel Mediterraneo. Era il cruccio della Regina Madre che il 19 agosto 1900, pochi giorni dopo l’assassinio di Umberto, in una lettera (pubblicata da Aldo di Ricaldone) a Elena Morozzo della Rocca, baronessa Sonnino, scrisse (in francese, che qui traduciamo): «Che triste, triste cosa che io vedo e che sento in me, attorno a me, dopo trentadue anni di unione felice, che lo diveniva ogni di più con l’età che avvicinava i caratteri! E poi il povero re era così buono così leale, così generoso di cuore e d’animo, sempre gentiluomo sino al fondo del suo essere. […] I miei figli [Vittorio Emanuele III e la regina Elena, NdA] sono perfetti per me e io sono così felice che il paese abbia accolto così bene il giovane Re. Suo padre deve vederlo e ne sarà felice perché amava tanto suo figlio. Ma quando penso che ho visto quello che ho visto senza morire, non posso comprenderlo; evidentemente la Provvidenza ha voluto così!, perché io sto bene e anche i miei nervi sono in buono stato.» E così li tenne per un quarto di secolo, durante il quale accompagnò l’Italia nella buona e nella cattiva sorte.

Margherita era la regina di un Paese che già era regime democratico parlamentare (rinato, non nato, nel 1946, per decreti legge emanati da Umberto di Savoia) e varò leggi di prim’ordine, come l’abolizione della pena di morte (1889). A conferma che il regime monarchico non è affatto geneticamente inferiore ad altri. Lo dimostrano Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Norvegia, Svezia e altri ancora. Non sono né antidemocratici né selvaggi. Come non lo fu lo Stato d’Italia dalla sua nascita al 1925.

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