
A New York City — “Nuova York”, come la chiamava il mai abbastanza rimpianto Ruggero Orlando, con quel misto di ironia e fastidio che riservava allo snobismo d’accatto delle elites allocate nella Grande Mela — il nuovo sindaco, Zohran Mamdani, inaugura il mandato giurando sul Corano. Glielo porge Bernie Sanders, reliquia ambulante di un socialismo da dopolavoro ferroviario, uno che ancora crede insieme a Marx e a Cenerentola: materialismo dialettico e sogno americano frullati nello stesso bicchiere, come un milkshake ideologico mal riuscito ma che si vende bene sui social.
L’immagine è già grottesca di per sé. Ma il senso è peggiore. Perché giurare sul Corano non è un atto folcloristico, non è un gesto “inclusivo” buono per Instagram. È un’assunzione di responsabilità totale. Il Corano non è solo un libro sacro: è, per l’islam, ciò che per il cattolico è l’ostia consacrata — parola che si fa norma, legge che si fa vita. Con esso entrano in scena gli hadith, la sunna, la sharia: un corpo nebuloso eppure stringente, incompatibile — radicalmente, strutturalmente — con l’Occidente cristiano, liberale e civile, fondato su filosofia greca, diritto romano, consuetudinario e distinzione dei poteri.
Tradotto, senza infingimenti: Zohran Mamdani giura simbolicamente anche sulla lapidazione delle adultere, sulla pena di morte per gli omosessuali — eseguita, con macabra fantasia, dal tetto dei palazzi — e, soprattutto, sulla confusione deliberata fra religione e politica. Quella confusione che l’Europa ha cominciato a superare proprio con l’avvento del cristianesimo.
E una parte cospicua degli intellettuali — odiatores sui, come sempre — applaude. Non per convinzione, ma per dispetto. È un colpetto a Donald Trump, dicono. Fine dell’analisi. Tipicamente “sinistrorza”: l’odio come unica bussola, anche quando porta dritti contro gli scogli.
L’altra fotografia arriva da Teheran. Lì i ragazzi, e stavolta persino i poveri commercianti stritolati da una politica economica da libero stato del Katonga, scendono in piazza per reclamare la restituzione delle libertà strappate alla Persia — sì, Persia: così si è chiamata per tremila anni, e così torneremo a chiamarla — dal 1979, anno dell’usurpazione clericale. Gli ayatollah, quei fetentissimi pretacci sciiti, rispondono come sempre: piombo, galere, e una telefonata a Vladimir Putin, sodale naturale di ogni teocrazia armata.
I morti, per ora, sono una decina. Ma siamo solo all’inizio. Anche perché la stampa occidentale, della faccenda, pare non essersi accorta. Comme d’habitude: si piange solo dove conviene.
E allora sì: che schifo.





