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IN IRAN I MANIFESTANTI CHIEDONO IL RITORNO DELLO SCIÀ

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Se il regime continua a sparare sui manifestanti, andremo lì in loro soccorso per recuperarli”.

Queste le parole del presidente americano Donald Trump riguardo alla situazione in Iran dove, da sei giorni, ci sono proteste, le più importanti da tre anni, in tutto il paese contro il regime di Teheran. Proteste che hanno fatto almeno otto vittime, oltre a decine di feriti.

Un consigliere senior della Guida Suprema dell’Iran ha risposto alla minaccia di Trump, affermando che l’interferenza degli Stati Uniti nelle proteste avrebbe portato al caos in tutta la regione

La tensione sale comunque ora dopo ora in Iran, dove si contano già otto morti in scontri legati alle manifestazioni di malcontento popolare partite domenica scorsa dalla capitale Teheran e poi estesesi ad altre regioni del Paese.

Uno degli episodi, riportato dall’agenzia Fars, è avvenuto ad Azna, nella provincia del Lorestan, dove tre persone sono state uccise e altre 17 sono rimaste ferite in incidenti avvenuti quando un gruppo di manifestanti avrebbe “attaccato una stazione di polizia” durante un raduno. Stando alle prime informazioni, le vittime sarebbero civili.

La stessa fonte ha riferito di altri due civili uccisi in scontri con le forze dell’ordine a Lordega, mentre la tv di Stato ha riportato che un membro delle forze di sicurezza iraniane è stato ucciso nella notte durante le proteste a Kouhdasht, dove sono anche risultati feriti altri 13 tra combattenti Basij e agenti di polizia.

Il Centro per i diritti umani in Iran Abdorrahman Boroumand, con sede a Washington, ha denunciato situazioni in cui la polizia ha “aperto direttamente fuoco” contro i manifestanti. In aggiunta, lo stesso centro sostiene che la persona uccisa a Kouhdasht in realtà non fosse un miliziano affiliato alle Guardie rivoluzionarie, bensì un giovane appartenente a una minoranza religiosa.

Le manifestazioni degli ultimi giorni sono le più significative dai tempi della grossa rivolta scoppiata in Iran nel 2022, pur non avendone al momento raggiunto le dimensioni. In quel caso, le proteste esplosero dopo l’arresto di Mahsa Jina Amini, studentessa 22enne accusata di non aver indossato correttamente l’hijab, e la sua morte sotto custodia della polizia. Questa volta, il moto di esasperazione popolare è scattato in primis nel settore dei commercianti di Teheran, che hanno chiuso i loro negozi per protestare contro l’alta inflazione, la svalutazione della moneta e la stagnazione economica. Poi sono state coinvolte altre categorie, come quella degli studenti in diverse città.

Finora, il governo si è mostrato propenso a tentare di placare il malcontento, riconoscendo le “legittime rivendicazioni” di chi protesta per le difficoltà economiche. Allo stesso tempo, le autorità si sono dette pronte ad agire contro “gruppi ostili” che puntano a “trasformare le manifestazioni in violenza”: così hanno motivato l’arresto di sette persone accusate di legami con organizzazioni anti-Teheran straniere.

Le manifestazioni sono cominciate domenica scorsa nella capitale, per poi spostarsi soprattutto nelle aree occidentali e sud-occidentali.

Le manifestazioni si sono estese fino alla città santa di Qom, roccaforte del clero sciita e della Repubblica islamica, dove i dimostranti hanno scandito slogan a favore della monarchia nonostante le massicce misure di sicurezza. Gli slogan di protesta sono andati ben oltre le rivendicazioni economiche, prendendo apertamente di mira il regime clericale e la guida suprema, con crescenti richieste di cambio di regime e di un ritorno all’era dello Scià. 

È la prima volta negli ultimi cinquant’anni che slogan pro-monarchia dominano i cori. Il principe iraniano in esilio Reza Pahlavi, ha elogiato i manifestanti in tutto l’Iran, ha reso omaggio alle vittime delle recenti dimostrazioni e ha esortato all’unità nazionale, affermando che il loro sacrificio sta plasmando un percorso condiviso verso la libertà dell’Iran.

Sui social molti militari chiedono ai manifestanti di non scagliarsi contro di loro, in quanto anch’essi sostengono le manifestazioni e si chiede l’intervento di paesi stranieri come Usa e Israele. 

È successo ripetutamente negli ultimi 25 anni che ci siano state proteste, senza che il regime sia stato scalzato: le proteste studentesche nel 1999-2000; il  Movimento Verde nel 2009-2010; le proteste economiche a livello nazionale nel 2017-2018; la rivolta per il prezzo del carburante nel novembre 2019; le proteste per l’acqua e il pane nel 2021. E, cosa più drammatica, il movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022-2023, in seguito alla morte di Mahsa Amini in custodia.

“A Washington, Gerusalemme e nelle capitali europee – scrive The Jerusalem Post – si pone sempre la stessa domanda: come aiutare senza ostacolare. Il dilemma affonda le sue radici nella memoria collettiva iraniana: il rovesciamento del Primo Ministro Mohammad Mossadegh, sostenuto dalla CIA, nel 1953. Per gli iraniani, non si tratta di un evento oscuro accaduto quasi 75 anni fa. Piuttosto, è un trauma che risuona nel corso degli anni. È anche il prisma attraverso cui Teheran inquadra ogni gesto occidentale di sostegno al dissenso interno.

Quando i leader iraniani accusano gli Stati Uniti e Israele di istigare le proteste, non stanno inventando una narrazione dal nulla. Stanno evocando un episodio reale che continua a risuonare. Quell’incidente conferisce alle affermazioni del regime sull’ingerenza straniera un senso di plausibilità – una credibilità del tipo “già visto, già fatto” che altrimenti potrebbe non esistere”.

“Gerusalemme – scrive il Jerusalem Post – sarebbe ovviamente entusiasta di un regime diverso a Teheran, uno che non investa risorse in Hezbollah, Hamas e missili balistici puntati sulle città israeliane. Ma il coinvolgimento di Israele è radioattivo. Netanyahu lo ha detto con cautela questa settimana in un’intervista a Newsmax. Il cambiamento in Iran, ha detto, “verrà dall’interno”. Gli israeliani, ha sottolineato, capiscono ciò che il popolo iraniano sta attraversando e sono solidali, ma non spetta agli esterni decidere il futuro dell’Iran”.

Tuttavia la pressione economica è importante, e molto.

Le attuali proteste non sono scoppiate dal nulla. Sono state innescate dall’inflazione, dal crollo della moneta e dal dirottamento di centinaia di miliardi di dollari per finanziare un grandioso programma nucleare e i delegati regionali creati per formare un “anello di fuoco” attorno a Israele. Nel frattempo, i comuni cittadini iraniani sono rimasti senza elettricità o acqua affidabili.

Le sanzioni imposte in risposta a queste politiche iraniane hanno contribuito notevolmente alla vulnerabilità economica dell’Iran e inasprirle ora in modo mirato può esercitare ulteriore pressione sul regime e limitare la sua capacità di comprare lealtà.

Le sole sanzioni, tuttavia, fa notare il Jerusalem Post, non sono sufficienti; dovrebbero essere integrate dal supporto tecnico ai manifestanti. Un modo per farlo è garantire l’accesso a Internet fornendo strumenti per aggirare la censura come Psiphon e kit di connettività satellitare come Starlink. Ciò consente ai manifestanti di contrastare direttamente la capacità del regime di isolarli, coordinare la repressione e controllare la narrazione.

Anche colpire la macchina della repressione è importante. Sanzioni ai fornitori di tecnologie di sorveglianza, alle aziende di telecomunicazioni che applicano la censura e alle unità del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica direttamente coinvolte nelle repressioni comprometterebbero la capacità del regime di reprimere le proteste.

Un altro modo in cui l’Occidente può dare il suo contributo è sostenere le organizzazioni della diaspora iraniana che operano a distanza dai governi. Questi gruppi possono fornire assistenza finanziaria, legale e morale senza macchiare i manifestanti come rappresentanti stranieri.

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