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AUGURI AGLI ADEPTI DELLA SETTA DEI MARCHIATORI

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L’augurio di vero cuore agli adepti della marchiatura e dell’appartenenza è di guarire riacquistando un rapporto con la realtà e con la libertà.

La marchiatura è l’operazione di apposizione di un segno distintivo (marchio, bollo, tatuaggio) su persone (gli schiavi), oggetti, merci o bestiame per identificarne la proprietà, l’origine, la qualità o la conformità alle norme. 

Il marchio è appartenenza, una delle parole più potenti e ambivalenti della lingua italiana, in quanto significa contemporaneamente: radicamento (appartengo a qualcosa e mi riconosco parte di essa); possesso (qualcosa appartiene a me, è mia, sotto il mio controllo); esclusione (chi non appartiene viene automaticamente messo fuori).

Voglio rassicurare gli adepti della setta del marchio che siamo liberi, volontari, non prendiamo soldi da chiunque e non ci riconosciamo in alcuna linea ideologica, religiosa e politica, in quanto apparteniamo alla nostra coscienza e solo ad essa. Conseguentemente, non possediamo niente e nessuno, nemmeno la verità, che è invece rivendicata come possesso dagli appartenenti alla setta del marchio. Non siamo controllati e non controlliamo. Sicuramente, non appartenendo e non volendo che altri o altro ci appartengano, siamo esclusi dalla setta del marchio, la qual cosa, chiaramente, ci rende felici.

Più la setta del marchio ci vuole marchiare, etichettare, bollare e più siamo sicuri di svolgere bene il nostro mestiere, che è quello dell’analisi, dell’informazione e non della propaganda, che piace molto agli adepti del marchio.

L’adepto della setta del marchio, quando si rapporta con te, ad esempio, si chiede e ti chiede, se sei cristiano. Se tu gli rispondi di no, allora vuole sapere qual sia la tua appartenenza. Gli rispondi: nessuna. Non ho una religione. Quindi, l’adepto del marchio di etichetta come ateo. Vagli a spiegare, al poveretto di scara intelligenza e non a caso “appartenente”, che tu non sei ateo, perché alla parola theós non attribuisci il significato di Dio, ma ritieni interessante e a te risonante quanto emerge da una lettura del Prologo del Vangelo di Giovanni, altrimenti detto “Inno al lógos”, laddove il vocabolo lógos è associato a quello di theós, implicante azione.

Nel Prologo del Vangelo di Giovanni o Inno al Lógos, leggiamo:

ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος

En archê ên ho Lógos, kai ho Lógos ên pros ton Theón, kai Theòs ên ho Lógos.

Nel Principio era il Lógos, il Lógos era presso Theón, e il Lógos era Theós.  

È fondamentale considerare che ἐν (en) in greco può essere la preposizione ἐν (en) che significa “in”, “dentro”, “durante” (con il dativo), oppure il pronome numerale “uno/a” ἕν (hen), o ancora una particella correlativa “μέν” (spesso tradotta con “da una parte”).

Se traduciamo ἀρχῇ  (arché) con Principio, l’incipit del Prologo non è in principio in senso temporale di un prima e di un dopo, ma nel Principio, in quanto en è in, nel senso di dentro e durante.

Ne deriva che il lógos è nel Principio e ne è, inoltre, l’azione in quanto theós.

In un frammento di Sesto Empirico (II-III secolo d.C.) relativo al De philosophia di Aristotele e in un passo dell’apologia Ad Autolico di Teofilo di Antiochia (II secolo d.C.), l’idea di divinità viene accostata all’ordine e al movimento della volta celeste. Per Aristotele, scrive Sesto Empirico, l’origine della nozione di dio è duplice, derivando «da ciò che accade nell’anima e dai fenomeni celesti».

Il legame tra la divinità e il movimento regolare dei pianeti sarebbe testimoniato, secondo Teofilo, anche da un punto di vista etimologico: «È chiamato Dio (Theós) perché ha fondato tutte le cose sulla propria stabilità e per il (significato di) théein […] correre, essere in movimento, essere attivo».

Se theós deriva dai verbi theeîn, correre e theâsthai, vedere, il sostantivo theós andrebbe tradotto con “colui che corre verso l’evidenza”.

È possibile pensare che esista un Principio principiante e ordinante, senza che a questo si attribuisca l’identità di un Dio di una qualsiasi religione? Principio la cui azione è theós nel senso di correre verso l’evidenza?

Per l’idiota adepto del marchio chi la pensa in questo modo è ateo. L’adepto del marchio possiede il timbro della verità.

Veniamo alla politica.

Sulla guerra in Ucraina il giornale, e anche chi scrive, si avvale delle fonti OSINT (Open Source Intelligence), ossia tutte le informazioni disponibili pubblicamente, sia online che offline, raccolte e analizzate per scopi di intelligence, investigazioni, sicurezza informatica e giornalismo; includono social media, forum, siti web, media tradizionali, documenti governativi, pubblicazioni accademiche, dati geografici, registri pubblici.

Il giornale e chi scrive non prendono per buona la “verità” di agenzie profumatamente pagate dall’Unione Europea (vedi i documenti in merito reperibili on line) dove si descrivono le magnifiche sorti e progressive di un branco di funzionari e di burocrati, funzionali al IV Reich della Merkel, general contractor per l’Europa, alla finanza globalista e alle multinazionali, che invadono e vessano la vita dei cittadini.

Quando prendi in esame un fatto devi guardare in faccia la realtà, non quello che chi comanda la setta del marchio ti dice di pensare.

Se vuoi capire cosa accade in Ucraina devi guardare cosa dicono gli esperti occidentali, possibilmente quelli ucraini, i quali geolocalizzano i movimenti del fronte e quando questi ti dicono che Pokrovsk è caduta, significa che è caduta. Quando il Kyiv Independent o il Kyiv Post o l’Ucrainska Pravda ti danno le informazioni sulla corruzione del Paese, con i minimi particolari, devi capire che questa non è propaganda putiniana.

Tuttavia l’idiota della setta del marchio non vuole l’esame di realtà; vuole stabilire l’appartenenza. Se sei neocon, neo colonialista, in altri termini se ti adegui alla propaganda inglese e dell’Unione Europea puoi godere del marchio di appartenenza, altrimenti il tuo marchio è quello di putiniano o di fascista e sei escluso e ostracizzato, a volte anche insultato.

La logica dell’idiota della setta del marchio è figlia di quella dello schiavismo coloniale, che tanto piace ai neocon e ai neo colonialisti globalisti.  

Se dici che i pro-Pal e i flottiliani sono in rapporto con Hamas, sei un “pover uomo”. Poi arrivano le denunce e le manette alla rete di Hamas in Italia e i marchiatori stanno zitti e si nascondono.

Se dici che ti piace l’Occidente, ma non quello delle ideologie green e woke, sei un fascista o un putiniano?

Non è così. Molto più semplicemente condividi quanto afferma, ad esempio, J.D.Vance, che non è russo e tanto meno putiniano, ma americano sano di mente.

E se stai dalla parte di chi, come il professor James Hankins, che si congeda da Harvard in quanto in quel luogo di studi e ricerche importanti, internazionalmente riconosciuto, la storia della civiltà occidentale è out in favore di una indistinta nebulosa come la storia globale, cosa sei? Fascista? Putiniano? Peggio: trumpiano, che è il concentrato di fascista putiniano.

Hankins è un grande studioso del classicismo, scaturigine della modernità occidentale.

In una lettera James Hankins ha scritto che grandi talenti sono sacrificati in nome della cultura woke e di un rigetto e disprezzo di sé dell’occidente.

“Quando non si insegna ai giovani che cosa sia la civiltà – ha scritto saggiamente il professor James Hankins – si scopre che le persone diventano incivili”.

Hankins cosa è? Un putiniano? Un fascista? No. Hankins è un sano di mente irritato con quanto avviene negli atenei progressisti Usa, in quanto il classicista non deve, se liberale, essere per forza un progressista, può anche essere serenamente conservatore. Ma non è questo l’importante. L’importante da comprendere è che l’errore è nell’esclusione e nel senso di colpa e di odio di sé che ha portato, come lamenta Hankins, alla decapitazione di una storia della nostra civiltà e della sua coscienza di sé, che non può che produrre il suo opposto, l’inciviltà.

A raccontarci il grido di dolore del professor James Hankins è Federico Rampini sul Corriere della Sera, il quale esordisce, nel suo articolo, affermando che il più grande studioso USA del Rinascimento italiano si è dimesso per protestare contro la follia anti-occidentale che sta cancellando la nostra cultura dal curriculum degli studenti.

“Se si vuol capire la crisi delle università di élite in America – scrive Rampini – ecco una testimonianza d’eccezione: l’addio a Harvard di uno dei più grandi studiosi della cultura classica occidentale, un italianista di fama mondiale. È un divorzio pubblico, annunciato e motivato perché Harvard ha ripudiato questa tradizione culturale: la nostra”.

Ecco, nelle parole di James Hankins, riportate da Federico Rampini, le motivazioni dell’abbandono di Harvard: «Due settimane fa ho tenuto la mia ultima lezione a Harvard University, dove sono stato professore di storia per quarant’anni. Quattro decenni di esperienza in una delle principali università del mondo mi hanno offerto un punto di osservazione privilegiato per seguire la progressiva sostituzione della storia dell’Occidente con la storia globale. Questo cambiamento è una parte della ragione per cui le giovani generazioni si trovano oggi in uno stato di disorientamento morale e intellettuale. Sono arrivato al termine di un contratto quadriennale che avevo firmato nell’autunno del 2021. In quell’anno decisi che non volevo più insegnare a Harvard. Venivamo da quasi due anni sottoposti al rigido regime Covid dell’università. Si trattava di una forma di governo emergenziale che rispecchiava fin troppo fedelmente l’accettazione acritica, da parte dell’intero Paese, in nome della presunta “Scienza” sostenuta dal potere pubblico, di invasioni tiranniche della vita privata. A Harvard ai professori veniva imposto di tenere le lezioni con la mascherina e di svolgere i seminari su Zoom. Nessuna delle due pratiche era compatibile con la mia idea di educazione liberale».

«L’anno precedente l’università si era inginocchiata collettivamente durante l’Estate di George Floyd (le proteste di massa guidate da Black Lives Matter dopo l’uccisione dell’afroamericano a Minneapolis da parte di un poliziotto, ndr). Pensavo che si trattasse di un vuoto gesto di virtù esibita, ma mi sbagliavo: ebbe conseguenze serie sul modo in cui conducevamo le nostre attività. Nell’autunno del 2020, esaminando le candidature ai programmi di dottorato, mi imbattei in un candidato eccezionale, perfettamente adatto al nostro corso di studi. Negli anni precedenti sarebbe balzato immediatamente in cima alla graduatoria. Nel 2021, però, un membro della commissione ammissioni mi disse informalmente che “quella cosa” (cioè ammettere un maschio bianco) “quest’anno non poteva succedere”. Nello stesso anno, uno studente universitario che avevo seguito come tutor, di un’intelligenza fuori dal comune, letteralmente il miglior studente di Harvard — vincitore del premio per il laureando con il miglior curriculum accademico complessivo — fu respinto da tutti i programmi di dottorato ai quali aveva fatto domanda. Anche lui era un maschio bianco. Telefonai a diversi amici in varie università per capire perché fosse stato respinto. Ovunque mi raccontarono la stessa storia: le commissioni di ammissione ai dottorati in tutto il Paese stavano seguendo lo stesso protocollo non scritto che valeva anche da noi. L’unica eccezione che trovai a questa esclusione generalizzata dei maschi bianchi era una persona che era nata donna. Credo che Harvard oggi stia seguendo una rotta migliore sotto la guida del suo attuale presidente, Alan Garber. La reazione alla sconcertante indifferenza dell’università verso le manifestazioni antisemite seguite alle atrocità del 7 ottobre 2023, ha costretto la Harvard Corporation — l’organo che sceglie il presidente — a cercare una guida sicura. Ciononostante, ritengo di poter utilizzare molto meglio il mio tempo e la mia esperienza nella mia nuova sede istituzionale — la Hamilton School of Classical and Civic Education presso la University of Florida — anziché a Harvard. Il motivo è semplice: la Hamilton School è impegnata nell’insegnamento della storia della civiltà occidentale. Quando la pedagogia progressista ha sostituito i corsi sulla civiltà occidentale con la storia globale, si è prodotto un danno serio alla socializzazione dei giovani americani. Quando non si insegna ai giovani che cosa sia la civiltà, si scopre che le persone diventano incivili».

Ecco cosa è la setta del marchio; è la setta degli stalinisti e dei nazisti travestiti da progressisti, i quali se non condividi le loro idee, ossia non “appartieni”, ti marchiano a fuoco con gli epiteti più vari: putiniano e fascista sono attualmente i più diffusi.

Scrive Dario Frabbri su Domino di dicembre 2025: “Niente di più complicato che leggere gli eventi correnti. […]. Dunque, più che improbo decrittare la guerra d’Ucraina nel suo divenire. Tanto più partendo dall’Europa occidentale, luogo privo di strumentario e percezione storica”.

Se non si inquadra la guerra tra Mosca e Kiev nel processo di abbandono del globalismo per approdare al multipolarismo, si rischia solo di fare il gioco degli adepti della setta del marchio, che dividono il mondo tra buoni e cattivi, ovviamente presumendo di essere loro a detenere il potere della certificazione.

In senso stretto oggi la posta in gioco è ben riassunta nel titolo di Domino: “Ucraina agli americani, Donbass ai russi”, ma questa è lettura tattica. La strategia riguarda i nuovi assetti del mondo e qui, gli adepti della setta del marchio, essendo gli scherani di un mondo morente, hanno il solo ruolo di sputare veleno contro chi cerca di capire, non di tifare.

Il mestiere del giornalista non è tifare, ma cercare di capire, per trasmettere al lettore notizie e, se ci riesce, anche chiavi di lettura della realtà. Questo è quello che noi del Nuovo Giornale Nazionale cerchiamo di fare.

Lo facciamo come volontari, senza chiedere un emolumento qualsiasi, perché la libertà si conserva anche in questo modo.

Il resto lo lasciamo ai seguaci del marchio, ai quali auguriamo di guarire e di liberarsi dall’appartenenza, che è il contrario della libertà. Gli adepti del marchio sono degli schiavi che si sono venduti a un padrone.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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