
C’è una vecchia pagina di Svetonio che, più di molti editoriali odierni, illumina il nostro tempo. Caligola, stanco dei senatori, nominò tale il suo cavallo Incitatus. Non per amore dell’equino, ma per disprezzo dell’istituzione. Era una caricatura del potere, e come tutte le caricature diceva la verità meglio dei ritratti ufficiali. Oggi, con meno franchezza e più camici bianchi, si compie un gesto analogo: se un cavallo poteva diventare senatore per capriccio di un imperatore, una bambina può diventare un bambino per sentenza di un giudice, con il timbro rassicurante della scienza.
La vicenda è nota e, proprio per questo, merita di essere raccontata con il tono delle cose che fanno paura perché appaiono normali. Tredici anni. Un’età in cui lo Stato vieta di firmare un contratto, di sposarsi, di acquistare una casa, di guidare un motorino e anche di acquistare e fumarsi, e fino a 18 anni (?) – fortunatamente la pratica quotidiana ha la meglio su codeste norme criminogene – le sue normalissime sigarette in santa pace. Ma non di rinnegare il proprio corpo.
Qui la minore età evapora come nebbia al sole: il minore resta incapace di intendere e di volere per tutto, tranne che per ciò che è irreversibile. È un prodigio giuridico degno di un circo: l’infanzia diventa improvvisamente matura quando serve all’ideologia woke, e ridiventa infantile quando la stessa ideologia non ha interesse a disturbarla.
Il tribunale, con prosa degna di un referto clinico da dottor Jekyll più che di una sentenza, parla di “armonia tra soma e psiche”, di “consapevolezza piena”, di “progetto irreversibile”. Parole solenni, usate come incenso per coprire l’odore acre di una contraddizione: si dichiara matura una volontà proprio nel momento in cui si ammette che quella volontà nasce da una disforia, cioè da uno stato di alterazione. È come certificare la lucidità di un febbricitante perché delira con coerenza.
Qui entra in scena la scienza, quella scienza che ama definirsi neutrale ma che, quando fiuta l’aria del progressismo woke – quello sì una malattia della mente – si mette sull’attenti come un soldatino. Il bloccante della pubertà – nome gentile per una serratura chimica – viene somministrato con la promessa di guadagnare tempo. Ma il tempo, in natura, non è un oggetto che si mette in pausa. Bloccare il corpo significa bloccare anche la maturazione psichica: il bambino resta sospeso in un limbo biologico, un Peter Pan farmacologico, mentre gli anni passano e l’anagrafe mente. Si impedisce al corpo di parlare e poi ci si stupisce se la psiche urla.
Si dice che tutto questo serva “a prevenire il dolore”. È l’argomento più persuasivo, perché è il più ricattatorio. Ma la medicina, quando rinuncia all’attesa e alla prudenza, diventa una scorciatoia che conduce spesso al burrone. I dati – quelli veri, non gli slogan – raccontano che la stragrande maggioranza dei preadolescenti con disforia di genere attraversa quella tempesta e ne esce accettando il proprio sesso biologico. È la natura che lavora, lentamente, come ha sempre fatto. Interromperla equivale a strappare una pianta dal terreno perché cresce storta a primavera.
Eppure, mentre altri Paesi frenano, chiudono cliniche, rivedono protocolli, qui si accelera. L’Italia, sempre pronta a essere avanguardia quando si tratta di sperimentare sui più fragili, scopre un coraggio improvviso. Non quello di proteggere, ma quello di autorizzare. Non quello di dire “aspettiamo”, ma quello di dire “procediamo”, come se la cautela fosse una forma di bigottismo e il dubbio una colpa morale.
Si elencano gli effetti collaterali come note a piè di pagina: disturbi fisici, squilibri psicologici, infertilità, depressione, rischio suicidario. Ma il progresso non ama i dettagli; preferisce le bandiere. E così la scienza, che dovrebbe essere una lampada sul tavolo, diventa una torcia agitata in piazza. Non illumina, acceca.
Alla fine resta una domanda, semplice e brutale: chi pagherà il conto se, tra dieci o vent’anni, quella “armonia irreversibile” si rivelerà una dissonanza permanente? Il giudice? Il medico? L’ideologo? No. Lo pagherà il corpo di chi oggi non ha voce, e a cui diciamo di aver scelto liberamente. È il trucco più antico del potere: far passare la necessità per libertà, e l’esperimento per cura.
La natura, intanto, osserva. Non polemizza, non firma sentenze, non scrive editoriali. Ma, come sempre, ha l’ultima parola. E quando si ribella, non è mai progressista. È solo terribile. Purtroppo non con scienza e giudici ma con le loro vittime.





