Home editoriali UCRAINA, CARTE IN TAVOLA TRA TRUMP E I GUERRAFONDAI DEL DEEP STATE

UCRAINA, CARTE IN TAVOLA TRA TRUMP E I GUERRAFONDAI DEL DEEP STATE

0

Carte in tavola. Gioco allo scoperto. Il gioco del Deep State di mettere i bastoni tra le ruote alle trattative di pace è stato denunciato e reso nudo da Tulsi Gabbard direttrice della National intelligence Usa, l’agenzia che coordina tutte le agenzie di intelligence degli Stati Uniti.

“I guerrafondai del Deep State e i loro media di propaganda – ha scritto su X la Usa, Tulsi Gabbard – stanno nuovamente cercando di indebolire gli sforzi del presidente Trump per portare la pace in Ucraina e in Europa”.

In un rapporto attribuito dalla Reuters agli 007 americani, si “afferma falsamente – scrive Tulsi Gabbard – che la «comunità di intelligence statunitense» concorda e sostiene il punto di vista dell’Ue-Nato secondo cui l’obiettivo della Russia è invadere/conquistare l’Europa (al fine di ottenere sostegno per le loro politiche pro-guerra)”. “La verità – aggiunge Tulsi Gabbard – è che l’intelligence statunitense ritiene che la Russia non abbia nemmeno la capacità di conquistare e occupare l’Ucraina, per non parlare di «invadere e occupare» l’Europa”. 

Alle affermazioni di Tusi Gabbard fa eco Kirill Dmitriev, inviato speciale del presidente russo Vladimir Putin, secondo il quale il Deep State sta cercando di scatenare la terza guerra mondiale alimentando la paranoia anti-russa nell’Unione Europea e nel Regno Unito.

Tulsi Gabbard, ricorda la Tass, “ha smentito le notizie riportate da alcuni mass media sulla presenza di piani russi per stabilire il controllo sull’intero territorio dell’Ucraina e su altre parti dell’ex Unione Sovietica nella sua dichiarazione pubblicata su X. Dichiarazione che è stata postata e commentata da Dmitriev sul social ex Twitter”.

“Il direttore dell’intelligence nazionale Gabbard – ha scritto Dmitriev su X – è grande non solo per aver documentato le origini della bufala sulla Russia di Obama/Biden, ma ora anche per aver smascherato la macchina bellicista dello Stato profondo che cerca di incitare alla terza guerra mondiale alimentando la paranoia anti-russa in tutto il Regno Unito e nell’Ue”.

Tulsi Gabbard non ha messo in chiaro soltanto l’azione del Deep State, ma anche quella dei media che propagandano le logiche guerrafondaie.

La denuncia della Gabbard apre una riflessione sulle sovvenzioni di Bruxelles ai media tradizionali.

Il Think Tank MCC Brussels  ha pubblicato una ricerca di Thomas Fazi, significamente intitolata “Brussels’ Media Machine”, dove si analizzano i contributi pagati dalla Commissione ai Media.

L’Unione Europea ha investito il denaro dei contribuenti, secondo una stima prudente di 80 milioni di euro all’anno, in “progetti mediatici”, senza contare i finanziamenti indiretti, come i contratti pubblicitari. 

Le varie compagne climatiche o su altri temi, che muovono decine di milioni di euro, sono escluse dalla cifra.

Il rapporto mostra anche che l’UE gestisce un “complesso mediatico europeo” altamente sofisticato, attraverso il quale riesce a plasmare la narrativa dei media su sé stessa e sui propri programmi.

Sul rapporto si legge: “La Commissione europea, attraverso il solo programma Journalism Partnerships, con un budget complessivo che ad oggi sfiora i 50 milioni di euro, supervisiona un vasto ecosistema di ‘collaborazioni’ mediatiche dell’UE. Nel corso degli anni, queste hanno incluso centinaia di progetti, che vanno dalle campagne promozionali a favore dell’UE a discutibili iniziative di ‘giornalismo investigativo’ e vaste campagne ‘anti-fake news’. E questo si aggiunge alle campagne pubblicitarie finanziate attraverso il programma “Misure di informazione per la politica di coesione dell’UE” (IMREG), per un importo pari finora a 40 milioni di euro…”

“Ancora più preoccupante – sostiene il rapporto – è il ruolo centrale svolto dalle principali emittenti pubbliche europee in questo processo. Questi progetti dimostrano che non si tratta di collaborazioni occasionali, ma piuttosto di un rapporto semi-strutturale in evoluzione tra le istituzioni dell’UE e le reti mediatiche pubbliche”.

La Commissione europea sembra aver pagato quasi tutto e tutti nel mondo dei media.

Impressionante il finanziamento alle agenzie di stampa, dalle quali traggono le notizie quasi tutti i mezzi di informazione.

Nel periodo 2014-23 la Commissione europea ha investito denaro, tra gli altri, nei seguenti soggetti:

L’Agence France-Presse ha ricevuto 7 milioni di euro dall’UE, l’ANSA (Italia) 5,6 milioni di euro, la Deutsche Presse-Agentur (Germania) 3,2 milioni di euro, l’Agencia EFE (Spagna) 2 milioni di euro, l’Associated Press (AP) 1 milione di euro, Lusa News Agency (Portogallo) 200.000 euro, Polish Press Agency 500.000 euro e Athens News Agency 600.000 euro.

Anche una selezione di testate giornalistiche sembra essere stata pagata dalla Commissione europea, con la cifra divisa su più anni:

Euronews (paneuropea) 230 milioni di euro, ARTE (Francia) 26 milioni di euro, Euractiv (paneuropea) 6 milioni di euro, Gazeta Wyborcza (Polonia) 105.000 euro, 444.hu (Ungheria) 1,1 milioni di euro, France TV (Francia) 400.000 euro, GEDI Gruppo Editoriale (Italia) 190.000 euro, ZDF (Germania) 500.000 euro e Bayerischer Rundfunk (Germania) 600.000 euro.

Le emittenti pubbliche hanno ricevuto i seguenti importi:

Deutsche Welle (Germania) 35 milioni di euro, France Médias Monde 16,5 milioni di euro, France Télévisions 1 milione di euro, RAI Radiotelevisione italiana (Italia) 2 milioni di euro, RTBF (Belgio) 675.000 euro, RTP (Portogallo) 1,5 milioni di euro, Estonian Public Broadcasting, ERR 1 milione di euro, RTVE (Spagna) 770.000 euro ERR (Estonia) 1 milione di euro e TV2 (Danimarca) 900.000 euro.

Organizzazioni mediatiche come Reporters Without Borders (Francia) e Journalismfund Europe (Belgio) hanno ricevuto rispettivamente 5,7 milioni di euro e 2,6 milioni di euro. Un’organizzazione olandese che si definisce indipendente, Bellingcat, ha ricevuto 440.000 euro.

L’Unione Europea sta anche un’operazione di influenza su larga scala al di fuori dell’UE, ovviamente sotto la formula del “sostegno alla libertà e al pluralismo dei media”.

I progetti si sono concentrati in particolare sui media in Ucraina, Armenia, Azerbaigian, Georgia, Moldavia, Russia, Bielorussia e Balcani occidentali.

“Questo rapporto – si legge nelle conclusioni dello stesso – ha svelato i contorni di un complesso, vasto e in gran parte nascosto, di finanziamenti UE ai media: un sistema che, lungi dal limitarsi a sostenere il pluralismo e l’indipendenza, cerca sistematicamente di plasmare le narrazioni pubbliche e promuovere un ambiente mediatico allineato agli interessi istituzionali dell’UE. Eppure, persino le numerose prove qui raccolte probabilmente sottostimano la reale portata del coinvolgimento dell’UE.

Nonostante la sua frequente retorica sulla trasparenza, il sostegno finanziario dell’UE ai media è straordinariamente difficile da tracciare in modo completo. I finanziamenti provengono da molteplici linee di bilancio e programmi, spesso sovrapposti, e vengono diffusi attraverso un labirinto di siti web e piattaforme, ognuno dei quali presenta informazioni in formati diversi, con una terminologia incoerente e set di dati incompleti. Compilare una mappa completa di tutte le attività mediatiche sostenute dall’UE si rivela quindi una sfida formidabile, che mette in discussione l’impegno autoproclamato dell’Unione per l’apertura”.

Nelle conclusioni si afferma che il “rapporto si è concentrato esclusivamente sui programmi UE formalmente dedicati al sostegno ai media. Non include i flussi di finanziamento indiretti, ad esempio contratti pubblicitari o di comunicazione assegnati ad agenzie di marketing che poi ridistribuiscono i fondi ai principali media”.

Il rapporto ci parla di un’ampia rete di clienti mediatici in tutta Europa, tra cui molte delle più grandi emittenti televisive e quotidiani del continente.

Le considerazioni finali del documento riguardano la democrazia. “Questa pratica – se legge den documento – confonde ulteriormente il confine, già labile, tra informazione pubblica e promozione politica. I risultati delineati in questo rapporto chiariscono che la salute democratica dell’Europa si trova ad affrontare una minaccia seria e crescente. La democrazia dipende fondamentalmente da media autenticamente liberi, indipendenti e pluralistici, media che chiedano conto al potere, analizzino le narrazioni ufficiali e riflettano un ampio spettro di opinioni sociali”

“È urgentemente necessaria – conclude il documento – una presa di coscienza pubblica del ruolo dell’UE nel finanziamento e nella definizione delle narrazioni mediatiche. I legami istituzionali tra potere politico e giornalismo devono essere esaminati attentamente e, in ultima analisi, recisi. Le istituzioni dell’UE non dovrebbero occuparsi di finanziare il giornalismo. Solo ripristinando una separazione netta e senza compromessi tra istituzioni politiche e media l’Europa può sperare di ricostruire una fiducia autentica nel dibattito pubblico e, con esso, la vitalità democratica che afferma di difendere”.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui