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RACCONTO – LA CARTA E LO SPECCHIO (5)

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di Dario Martello

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           E infatti mi ritrovai disteso sul fondo del pozzo, immerso nel buio più totale. Ero pervaso da uno strano indolenzimento, ma rassicurato dal fatto di sentirmi ancora tutto intero. Era la prima volta che assistevo a qualcosa di così emozionante da non riuscire nemmeno a trovare le parole per descriverlo a me stesso. Un’altra visione incredibile, forse solo sognata, che però era ancora troppo fugace per riuscire a scalzare del tutto il sentimento di sconcerto che questo luogo continuava a suscitare. La curiosità di scoprire cos’altro mi avrebbe mostrato si mescolava al persistente timore di rimanervi intrappolato per sempre, a prescindere da quanto di bello o di sgradevole mi aveva finora mostrato.

Allontanai presto questi pensieri, distratto dalla sensazione di bagnato che sentivo provenire dal pavimento. Da qualche parte stava entrando dell’acqua. Ne udivo con chiarezza lo sciabordare, sempre più forte. La situazione mi fece rinsavire ancor più della stretta del freddo, che ora sentivo contrastare così tanto rispetto al piacevole tepore precedente che quell’oggetto, ora scomparso, sembrava conferire all’ambiente. Fui sollevato al pensiero di saper nuotare, ma soprattutto nel constatare che la conformazione del pozzo ricordava quella di un imbuto rovesciato: galleggiando sull’acqua sarei sicuramente riuscito a raggiungere l’estremità della corda che penzolava alcuni metri sopra di me. Mi denudai in fretta, quel tanto che bastava per non rischiare d’essere troppo appesantito dai vestiti.

L’acqua saliva rapida, arrivando in poco tempo a lambirmi la vita. Continuava a salire. Dopo aver inondato lo stanzone, mi raggiunse la gola e invase l’imboccatura verticale del pozzo. Iniziai ad annaspare. Era il momento di provare a restare a galla. Ce la facevo. Il livello dell’acqua aumentava rapidamente, sospinto verso l’alto dal ridotto diametro del condotto. Purtroppo, però, non era ancora arrivato il momento di gioire. Infatti, poco dopo, iniziò a stabilizzarsi. A volte il destino è proprio ingiusto, pensai; ero quasi arrivato a sfiorare la cima di quella maledetta corda proprio nel momento in cui aveva smesso di crescere. Tentai di convincermi che fosse solo un’impressione dovuta all’agitazione. Ma mi sbagliavo. Ogni tentativo di afferrarla andava regolarmente a vuoto, con l’unico risultato di farmi ingurgitare un altro po’ d’acqua, togliendomi altra energia, adesso così preziosa per evitare di finire definitivamente sotto.

Presi a chiamare aiuto con tutto il fiato che avevo in gola, a tossire, a sbattere rabbiosamente i pugni contro le pareti, sprecando inutilmente la poca energia ancora rimasta. «Aiuto! Aiuto! Aiutatemi, vi prego!» Avevo ricominciato a parlare e, in effetti, quella fastidiosa sensazione d’avere qualcosa in bocca era svanita. Ma l’agonia non sarebbe durata a lungo. La ristrettezza dell’imboccatura mi costringeva a rimanere in verticale, muovendo di continuo le braccia per non annegare in quell’acqua gelata. Cosa che, fra non molto, avrei cessato di fare.

Era giunta la fine, e tuttavia mi appariva tutto così irreale che non ero nemmeno sicuro che di una vera fine si trattasse. Infatti, la rassegnazione che stava per prendere il sopravvento era allo stesso tempo accompagnata da un profondo senso di calma, certo dovuto alla situazione ormai ritenuta senza speranza, ma forse più per il fatto che mi ripensavo ferito in quella grotta: un ricordo sempre più lontano, ma che, sin dall’inizio, non mi aveva mai del tutto abbandonato. Morire due volte? Impossibile, pensai. Dov’era il trucco?

Smisi di agitarmi e guardai per un’ultima volta l’imboccatura del pozzo. Intravidi qualcuno. «Ehi, lassù!» gridai con quanto fiato avevo in gola. «Ho bisogno d’aiuto!» Chiunque fosse, doveva avermi sentito e soprattutto visto, perché mi fece un cenno con la mano. Ma l’unico che fino a quel momento sembrava essersi accorto di me era…

La sua figura prese ad armeggiare intorno alla carrucola; dopo aver afferrato uno dei lembi della corda, la fece scorrere verso il basso in modo che potessi raggiungerne la cima. La afferrai saldamente. Mi sentii sollevare per un breve tratto. Fui pervaso da un senso di euforia, ormai sicuro d’avercela fatta.

Mentre, grazie al suo aiuto, mi issavo lungo di essa, con i pochi vestiti rimastimi addosso, imprecando e scivolando in continuazione sulle pareti rese viscide dall’umidità, ero più che mai deciso a pretendere delle spiegazioni. Che avrei certamente ottenuto, anche ricorrendo alle maniere forti, se necessario. Giunto alla sommità del pozzo, stavo per compiere l’ultimo sforzo; avevo i muscoli tutti indolenziti e sentivo le forze abbandonarmi, quando qualcuno mi afferrò energicamente per le spalle, trascinandomi fuori sull’erba. Erano le robuste mani di chi, poco prima, avevo visto sfiorare delicatamente il viso di quella vecchietta nel tentativo di addolcirne in qualche modo la disperazione.

          L’energumeno mi guardò come se stesse compatendo un povero sciocco, squadrandomi dalla testa ai piedi, vizio di cui non deteneva certo l’esclusiva. E mentre cercavo di scrollarmi quella fastidiosissima sensazione di bagnato che mi era rimasta appiccicata addosso, mi parlò: «Ehi straniero, in che guaio ti sei cacciato?»

«No, no: ascolta tu, invece» replicai brusco, puntandogli minaccioso l’indice contro, dimenticando di riservargli quel minimo di riconoscenza dovuta a chi mi aveva praticamente salvato, aiutandomi a compiere quell’ultimo fatidico metro. Mi resi subito conto della scortesia e cambiai tono: «Hai la compiacenza di spiegarmi, per favore, dove sono finito?»

Aggrottò perplesso la fronte, passandosi più volte la grossa mano sulla testa calva, quasi a volerne rivivere il tempo in cui le dita ne sistemavano la probabile folta chioma. «Ma come: ci sei finito tu, e mi chiedi pure il perché?»

Alzai ancor di più il tono della voce: «Aspetta un momento. Io lo so da dove vengo, non sono mica scemo: ti sto semplicemente chiedendo dove mi trovo adesso!»

Allargò le braccia. «E perché, non lo sai?»

«Se te lo sto chiedendo, evidentemente no. Ci arrivi a capirlo?» Cercai di scandire il più possibile e con calma le parole, resistendo alla tentazione di riversargli addosso tutta la frustrazione per non riuscire a venir a capo di questa assurda situazione.

Per un po’ ci guardammo in cagnesco, scrutandoci l’un l’altro, senza proferire parola. Prese da terra lo zaino, pronto a incamminarsi di nuovo. Ebbi però l’impressione che volesse dirmi ancora qualcosa. Lo vedevo combattuto. Infatti, dopo un attimo di esitazione, ripose nuovamente lo zaino a terra, sbottando quasi controvoglia: «Be’, sì… insomma, ti trovi dove ti trovi in base a come hai gestito le carte che ti sono capitate tra le mani. E non è che ti sono cadute sulla testa o le hai raccolte da terra così, per caso: sono proprio quelle giuste per te, quelle che in quel momento ti servivano. Vedi, il guardiano non è poi così antipatico come sembra, nonostante tutte le arie che si dà…» accompagnò queste ultime parole toccandosi la pancia, mimandone nel contempo la rotondità. Fu impossibile non riderci sopra e scambiarci una fugace occhiata d’intesa, capace d’archiviare l’iniziale tensione, «… e comunque le carte le distribuisce nel modo giusto: a volte possono non piacere, ma è così che funziona.»

«Eppure quella che per un attimo ho avuto tra le mani mi sembrava completamente bianca», replicai.

«No, no, è impossibile. Ricorda bene: tutte devono avere stampato sopra qualcosa, perché la figura sintetizza il racconto della tua storia, la somma di tutte le carte che ti sono passate fino a quel momento tra le mani; o meglio, delle parti che hai recitato… pardon» si corresse subito con un finto colpo di tosse, «che abbiamo recitato», affrettandosi subito ad aggiungere: «ma questo lo sai, vero?»

Percepivo come si aspettasse da me un cenno di conferma per quanto mi stava dicendo, che, però, non poteva vedersi arrivare. Pertanto, continuò a parlarmi con un tono quasi rassegnato, assumendo il tipico atteggiamento di chi è convinto di star portando avanti un discorso tutto sommato inutile: «…e l’ultima che hai tenuto tra le mani è quella che tutte le riassume, rappresentando il tema del futuro spettacolo che sarai chiamato a recitare…», per poi concludere sottolineando le parole con un sonoro sbuffare: «…uffa, ma è mai possibile che tu… non capisca.»

Era soprattutto il tono della voce, quello che più di altro mi faceva capire come ciò che mi stava dicendo fosse per lui talmente ovvio da non richiedere, in realtà, nessuna spiegazione. Decisi pertanto di assecondarlo: «Forse adesso capisco le parole del guardiano» bisbigliai tra me, ma abbastanza forte da farmi sentire.

«Esatto» replicò, sfoderando un largo sorriso. «La parte che siamo chiamati a recitare, il copione scritto da altri, che in realtà altri non sono…». Sembrava soddisfatto. Finì di parlare esibendosi in un prolungato applauso, senza però mancare di condirlo con una nota velenosa: «E bravo il mio ignorantone… ci sei arrivato… finalmente.»

Pareva non riuscire a capacitarsi del perché continuassi a fissarlo in modo tanto perplesso, come se mi stesse rivelando qualcosa di talmente incredibile da non poter essere ritenuto altro che il frutto della sua sfrenata fantasia, mostrando allo stesso tempo quell’atteggiamento di fastidiosa supponenza di chi pensa di star rivolgersi a un interlocutore capace di incarnare alla perfezione la figura del povero allocco sprovveduto, se non proprio il prototipo del ritardato mentale.

Fu allora che, davanti alla mia espressione così stupita, si avvicinò, e quasi preso da compassione, mi appoggiò la sua manona sulla spalla, per poi aggiungere in tono amichevole: «Il copione lo hai sempre scritto tu, in base a come sei riuscito a gestire le carte, anche se, in apparenza, può sembrarti non essere così. Magari non ne hai seguito minuziosamente le indicazioni che all’inizio credevi di dover seguire, oppure, che ne so, puoi averla scambiata con un’altra, addirittura potresti averla strappata, se lo ritenevi giusto. Ecco: sei libero di farne ciò che vuoi. Ma sappi che, proprio in base a come le hai usate, te ne verrà poi assegnata un’altra che rispecchierà esattamente il tuo precedente utilizzo.»

Lo rintuzzai, cercando di metterlo in difficoltà: «E allora, tutto questo, a che pro?»

Di certo non si aspettava una domanda così diretta; fece una smorfia, alzando leggermente le spalle: «Be’, presumo per poter assistere a spettacoli sempre più belli e interessanti…». Ma si accorse subito di non avermi in realtà risposto, e aggiunse: «…oh, quanta fretta che hai! Non ci ho ancora capito io un accidente e tu vuoi già sapere, sapere. Prima impara a sentire bene le carte, e poi vedrai che tutto ti apparirà più chiaro; anzi, più semplice, più facile. Io, per esempio, arrivare qui, come ci sei arrivato tu, da così ignorante, me ne complicherebbe l’uso.»

Pareva restio a continuare, ma alla fine non riuscì a trattenersi, esprimendo chiaramente ciò che, fin dall’inizio, avevo intuito le sue parole cercavano di celare in modo tanto maldestro: «Insomma… voglio dire… non so che pasticci devi aver combinato per ritrovarti qui, in queste condizioni.» Il suo tono, tutt’altro che allusivo, mi confermò che continuava a considerarmi niente altro che un patetico personaggio da aiutare con un atto di pietà.

Queste sue ultime parole, unite al ghigno di supponenza che da troppo tempo gli era rimasto stampato in faccia, mi fecero cambiare repentinamente espressione, che tornò a essere quella di partenza, non proprio così amichevole. Se ne accorse e interruppe la conversazione per chiamare a sé il suo fastidioso accompagnatore a quattro zampe, che non aveva smesso un secondo di abbaiare e di molestarmi le gambe. Il farabutto decise di salutarmi urinandomi addosso. Che rabbia. Ci mancava pure il cane. Ma non me la presi più di tanto, soddisfatto di essere finalmente tornato tra i vivi, riconosciuto persino dagli animali, anche perché si scusò in modo così caricaturale, rimproverandolo: «Cattivo cane… chiedi subito scusa», e fingendo di picchiarlo sul muso, da strapparmi un’altra risata. Ripensai al mio segugio, lasciato malconcio in quella grotta; il fedele compagno di mille battute, perduto all’inizio di questa allucinante vicenda, e che speravo di poter rivedere al più presto.

Cercò di rimediare, riprendendo a parlare in modo affabile: «Io l’ho capito, sai: qui mi sembri veramente fuori posto. Dev’esserci qualcosa che non va, perché già altre volte mi è capitato d’incontrare qualcuno troppo ignorante per essere qui.»

All’improvviso cominciò a guardarsi con circospezione a destra e a sinistra, quasi che, nascosti tra gli alberi, orecchi invisibili ci stessero ascoltando e, portandosi l’indice alla bocca nel tipico segno del silenzio, mi bisbigliò all’orecchio: «Devo confessarti una cosa, anche se non potrei. Se qui non ti piace stare e vuoi andartene alla svelta, il segreto sta nello specchio: prova ad attraversarlo di nuovo, ad infrangerlo. Ma stai attento: non sarà facile. Adesso che ti è concesso parlare, sei visibile, e lo sono anche i tuoi pensieri. Avvicinalo senza far capire le tue reali intenzioni: è difficile, lo so, perché se dovessi fallire…»

Pendevo dalle sue labbra, ma intuì ciò che stava per dirmi e lo interruppi: «Rimarrei bloccato in questo posto per tanto, tanto tempo ancora.»

«…Tu provaci», e dopo una breve pausa aggiunse, «già, proprio così. La distribuzione delle carte e il momento dello spettacolo non li si decide sempre noi, purtroppo. Comunque, le mie me le sono giocate bene: ce n’è voluta, ma adesso cambio aria.»

Non badai troppo alla sua risposta. Ero rimasto indietro: faticavo a seguire tutto ciò che mi aveva detto, tanto reticente era stato all’inizio, quanto logorroico lo era diventato adesso. Mi ero arenato a riflettere su un paio di affermazioni che, più di altre, mi avevano sorpreso, incuriosendomi oltre misura. «Scusami ancora un attimo: prima hai detto di “sentire le carte”. Che cosa intendevi dire? E poi, perché dici “mi è stato concesso”? Concesso cosa?»

Mi guardò, con un falso sorriso a trentadue denti. «L’ho detto davvero? Mah… non so: prova a chiederlo al padrone di quel carrozzone.» Si rimise lo zaino sulle spalle. «Ora devo andare: con te ho già perso troppo tempo. Ho saputo che al di là del bosco stanno allestendo un nuovo spettacolo, che sarà sicuramente migliore di questo, in fondo ci vuole così poco. Tu non ci crederai, ma molti qui potrebbero venire con me, eppure si ostinano a essere convinti che non ne possano esistere altri… contenti loro.» Salutò strizzandomi l’occhio: «Piuttosto, cerca di non metterti di nuovo nei guai. Stai lontano dai pozzi, mi raccomando. Forse ci si rivede, straniero.»

Riprese la sua strada, lasciandomi per niente soddisfatto, anzi ancor più infastidito. Dunque, esistevano altri spettacoli? Era la seconda volta che me lo sentivo dire. Adesso, però, di una cosa ero sicuro: volevo andarmene al più presto, tornare da dov’ero venuto. L’idea di restare intrappolato, rinchiuso senza un perché e chissà per quanto tempo ancora, dentro questa prigione senza sbarre, un luogo per me tanto incomprensibile e così assurdo, separato da tutto e da tutti, mi soverchiava ogni altro pensiero, imponendomi di trovare una soluzione. Dovevo fare qualcosa. Ma cosa?

Mentre si allontanava, ebbi la tentazione di seguirlo. «Scusami ancora un attimo.» Si voltò per un’ultima volta, facendo un gesto con il mento: un invito a guardare l’imboccatura del pozzo. Sobbalzai. Pericolosamente seduta in bilico sull’orlo, si dondolava quella bambina, improvvisamente materializzatasi dal nulla. «È impossibile morire due volte, vero? Adesso l’acqua è così alta… Io mi ci butto, io mi ci butto.» Dette queste parole, si lasciò scivolare all’indietro. Notai qualcosa caderle vicino nell’erba: era il brandello di una carta. Lo raccolsi. Adesso ne avevo anch’io il mio pezzo.

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