
di Filippo M. Leonardi
I Tarocchi sono carte illustrate utilizzate come gioco a partire dal XV secolo. Il mazzo completo è generalmente costituito da 56 carte numerate, suddivise in quattro semi, e da 22 carte non numerate, dette Trionfi o Arcani Maggiori, che in seguito furono stralciate dal gioco per essere interpretate in chiave esclusivamente esoterica. L’uso dei Tarocchi per la divinazione, la cosiddetta cartomanzia, fu introdotto soltanto alla fine del XVIII secolo in un saggio firmato da un certo M. le C. de M.***, inserito da Antoine Court de Gébelin nell’ottavo volume della sua opera enciclopedica Le Monde Primitif (1).
In realtà, queste 22 carte illustrate sono da interpretare come la raffigurazione di un percorso iniziatico, come è intuibile dal fatto che rappresentano spesso il concetto di inversione, o meglio di conversione. Infatti, dal punto di vista dell’iniziato, per sottrarsi alla corrente cosmologica del mondo materiale occorre convertirsi, andando controcorrente. Nei Tarocchi tale principio è rappresentato in vari modi, più o meno espliciti.
Nella carta dell’Innamorato troviamo il giovane conteso tra due donne, chiamato a scegliere l’amor sacro invece dell’amor profano. Nella Ruota della Fortuna vi è la rappresentazione tradizionale del cosmo concepito come una grande ruota, che deve essere utilizzata per salire verso l’alto staccandosene prima di essere trascinati nuovamente in basso. In altre carte il concetto di inversione è palese, come nell’Appeso, oppure allusivo, come nella carta della Luna, in cui è raffigurato un gambero simbolicamente associato al cammino retrogrado. In altre ancora è illustrata la tecnica di conversione che consiste nell’utilizzare una forza minore per vincerne una maggiore. Ciò appare chiaramente nella carta denominata La Forza, in cui una donna tiene aperte le fauci di un leone, con un’allusione all’arte magica che utilizza le forze sottili per dominare la forza materiale, così come il fascino femminile può sottomettere la forza bruta.
Questo principio è espresso in modo particolarmente preciso, seppur criptico, nella carta denominata Il Matto. In questa carta, come nella maggior parte delle altre, è raffigurato uno strumento meccanico per analogia con il concetto espresso. Per esempio, nell’Innamorato l’arco rappresenta la “tensione”; nella Torre, la costruzione che crolla rappresenta il “sovraccarico”; nella Morte, la falce rappresenta la “cesura” dei cicli; nel Giudizio, la tromba rappresenta la “propagazione”, e così via. Nella carta del Matto vediamo che il personaggio principale tiene in mano due bastoni, utilizzati come leve.
Il concetto di conversione è qui illustrato proprio attraverso la leva, che è una macchina semplice capace, in determinate configurazioni, di moltiplicare la forza impressa, consentendo di usare una forza minore per equilibrare o vincere una forza maggiore. La mano sinistra del Matto tiene un bastone appoggiato sulla spalla, che regge il peso di un fagotto appeso dietro la schiena. Si tratta inequivocabilmente di una leva di primo genere, in cui il punto fisso, detto fulcro, è interposto tra le due forze antagoniste: da una parte la forza muscolare del Matto, dall’altra il peso del fagotto. Se indichiamo con F₁ e F₂ le due forze e con b₁ e b₂ i rispettivi bracci, ovvero le distanze del punto di applicazione delle forze dal fulcro, e consideriamo per semplicità forze ortogonali alla leva, la condizione di equilibrio è data dalla formula:
b₁ × F₁ = b₂ × F₂ da cui b₁ / b₂ = F₂ / F₁.
Da questa relazione si deduce che il braccio e la forza sono inversamente proporzionali; la leva diventa quindi meccanicamente vantaggiosa per la forza F₁ se il braccio b₁ è maggiore di b₂. Dall’analogia con la leva in ambito meccanico si trae un insegnamento esoterico per chi voglia vincere il peso del mondo materiale: come tecnica iniziatica, è possibile elevarsi utilizzando un opportuno supporto come fulcro su cui far leva con uno sforzo minimo. Non vi sono difficoltà nell’accettare tale interpretazione, poiché essa è coerente con la rappresentazione esplicita di macchine presenti in altre carte e tiene conto del fatto che la teoria delle leve è nota almeno dai tempi di Archimede, cioè dal III secolo a.C. (2).
Osserviamo ora che, nella stessa carta, accanto al modello della leva è suggerito un altro modello meccanico, diverso ma analogo. Per individuarlo dobbiamo considerare che i 22 Trionfi corrispondono alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico, come indicato da Eliphas Levi nel 1861 (3). Secondo tale corrispondenza, la carta del Matto, pur essendo l’ultima del mazzo, è associata alla penultima lettera dell’alfabeto, la Shin. In ebraico il nome della lettera Shin significa “dente” ed era rappresentato negli alfabeti più antichi con un segno a denti di sega, forma poi confluita nella Sigma greca. Il suono sh imita infatti il rumore di una sega che taglia grazie all’attrito dei suoi denti.
Per comprendere il simbolismo sotteso occorre tener conto del valore fonosemantico specifico di questa lettera all’interno della serie completa delle sibilanti ebraiche: Zain, Tsade, Samek, Shin. Il suono della Zain è associato al sibilo di un’arma da taglio ed esprime un’azione diretta, rappresentabile come una freccia unidirezionale. Il suono della Tsade è percepito come retroflesso e significa “gancio”, raffigurabile come una freccia ricurva. Il suono della Samek, contenendo tutte le frequenze sonore, è associato all’idea di completezza ed è rappresentato come un cerchio, o più precisamente come una freccia ricurvata su se stessa a indicare un circuito chiuso. Il suono della Shin aggiunge alla Samek una componente ad alta frequenza per indicare sottocicli all’interno del ciclo maggiore; essa non rappresenta dunque un semplice moto circolare, ma una ruota dentata o una spirale.
A questo punto possiamo osservare che il Matto è inseguito da una sorta di cane o gatto che lo morde alle terga. Il Matto è più grande ma ha soltanto due gambe, mentre l’animale, pur essendo più piccolo, ne ha quattro e quindi corre più velocemente. Questa scena rappresenta simbolicamente un ingranaggio costituito da due ruote dentate. La ruota maggiore e più lenta corrisponde al Matto che porta il fagotto, cioè il carico; la ruota minore e più veloce corrisponde al cane, il motore che muove l’altra ruota tramite il morso, ovvero mediante i denti dell’ingranaggio.
Se indichiamo con R₁ e R₂ i raggi delle due ruote e con ω₁ e ω₂ le rispettive velocità angolari, nel punto di contatto tra le ruote la velocità tangenziale è la stessa, per cui vale la relazione: ω₁ × R₁ = ω₂ × R₂ da cui ω₁ / ω₂ = R₂ / R₁.
Da questa formula si deduce che la velocità angolare e il raggio di ciascuna ruota sono inversamente proporzionali. La trasmissione meccanica consente quindi di muovere una ruota più grande mediante una ruota più piccola, impiegando una potenza minore. Possiamo sperimentarlo nella pratica quando usiamo la bicicletta in salita, dove la fatica diminuisce riducendo il rapporto tra il numero di denti della corona e quello del pignone, ossia tra la ruota collegata ai pedali (motore) e quella collegata alla ruota (carico).
Anche in questo caso non vi sono difficoltà nell’accettare tale interpretazione, poiché essa è perfettamente sovrapponibile alla precedente e tiene conto del fatto che la tecnologia degli ingranaggi era nota in Occidente fin dai tempi di Archimede.
Possiamo infine sovrapporre a questi due modelli un terzo modello equivalente, di tipo elettrico. La trasmissione meccanica costituita da due ruote dentate è infatti analogicamente equivalente a un trasformatore elettrico, formato da due circuiti accoppiati magneticamente mediante spire anziché denti. La corrente elettrica alternata I₁ che circola nel circuito primario genera un campo magnetico all’interno della spirale, che induce a sua volta una corrente I₂ nella spirale del circuito secondario secondo la relazione V₁ × I₁ = V₂ × I₂ da cui V₁ / V₂ = I₂ / I₁.
Da questa formula si vede che la tensione e l’intensità di corrente di ciascun circuito sono inversamente proporzionali. Poiché il rapporto tra le correnti è uguale al rapporto tra il numero di spire dei due circuiti, variando tale rapporto è possibile aumentare o diminuire a piacimento la tensione del circuito secondario rispetto a quella del primario.
Questa interpretazione è meno plausibile dal punto di vista strettamente storico, ma risulta comunque accettabile in linea generale, poiché tutti i fenomeni fisici sono tra loro in analogia e possono essere utilizzati per rappresentare principi metafisici. Nel caso dei Tarocchi, la corrispondenza con concetti dell’elettrotecnica è pertinente ed è stata integrata nel corso della loro evoluzione storica, parallelamente allo sviluppo della scienza moderna (4).
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
(1) Antoine Court de Gébelin, Le Monde Primitif, vol. III, 1781.
(2) Archimede, Περὶ ἐπιπέδων ἱσορροπιῶν, vol. I.
(3) Eliphas Levi, Dogme et Rituel de la Haute Magie, Germer Baillière, Paris, 1861, tomo II, pp. 344–354.
(4) Filippo M. Leonardi, L’elettrotecnica e i Tarocchi, Nuovo Giornale Nazionale, 12 ottobre 2025.





