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Chi controllava la colonna marchigiana delle Bierre?

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colonna marchigiana delle Bierre

Il doppio volto di Patrizio Peci

È la sera del 14 ottobre 1976. Ancona, piazza Diaz, sede della Confapi, la Confindustria della piccola impresa. Siamo nel cuore dei quartieri nuovi dell’Ancona bene.

È giovedì, la gente passeggia verso il Passetto e nemmeno si accorge di un piccolo episodio teppistico. Cinque persone col volto coperto da un passamontagna fanno irruzione nei locali e sequestrano una giovane segretaria: Ortensia Santini Taramelli.

Vogliono solo portare via dei documenti dagli uffici e lasciare sui muri, con lo spray rosso, i loro slogan pseudo rivoluzionari.

Sono i brigatisti rossi, quelli nuovi, che dopo gli arresti dei capi storici Curcio e Franceschini si stanno riorganizzando. Eppure nessuno ad Ancona dà importanza all’episodio. Qualche anno dopo, nel 1979, una seconda incursione brigatista guadagna spazio nelle cronache, pur senza provocare vittime.

“Martedì 29 maggio ore 17,20, in pieno centro di Ancona: 5 persone armate fanno irruzione nei locali del Comitato regionale DC. Sequestrano impiegati e funzionari, collocano tre ordigni, tracciano slogan sui muri. Dopo 15 interminabili minuti scappano”.

Questa la ricostruzione del quotidiano L’Unità del giorno successivo. Adesso le Brigate Rosse fanno paura. I giornali non relegano più le azioni “rosse” in un trafiletto.

Un anno prima le cosiddette Bierre hanno rapito e ucciso il presidente democristiano Aldo Moro. Il 1979-80 è una stagione di terrore: rapine e attentati contro esponenti del potere politico, giudiziario, anche sanitario si ripetono quotidianamente.

Ma qui siamo ad Ancona, il capoluogo marchigiano, terra di piccoli imprenditori, di cibo sano e vita tranquilla. Anche i brigatisti sono più buoni “in” Ancona. Non uccidono. Anzi, in quello che rimarrà noto come l’assalto della sede democristiana, il commando di dieci uomini agisce a volto scoperto, adoperando forse, gli uomini del gruppo, soltanto dei baffi finti.

Inizialmente si parlerà di cinque terroristi, due donne e tre uomini, ma la Digos ne aggiungerà durante le indagini altrettanti, rimasti fuori a far da palo. Dieci in tutto, per lasciare qualche scritta con lo spray rosso e piazzare alcuni ordigni quasi del tutto inoffensivi. Ma che razza di terroristi sono? E sì, poi non parliamo delle indagini.

Anni dopo sul Resto del Carlino, Luciano Biliotti scriverà che la Digos e i carabinieri di Dalla Chiesa non erano nemmeno d’accordo tra loro, tanto che la Digos, cioè la polizia di Stato, sbatterà in carcere un infiltrato, scambiandolo per terrorista. È una storia che ho già raccontato e che trova qui il suo contesto, nella caccia ai colpevoli dell’assalto alla sede DC.

Ma no, non è vero. Non è una barzelletta, non siamo in un programma cabarettistico. Gli articoli dell’Unità di quella primavera del 1979, e in parte anche quelli della Stampa, raccontano un’altra storia.

Si delinea un gruppo coeso di terroristi dietro le azioni: la colonna marchigiana delle Brigate Rosse, i cui membri sono quasi tutti della zona di San Benedetto del Tronto.

Sono accusati di nascondersi dietro le tante sigle che vengono usate nelle rivendicazioni. Si indaga dunque tra Ascoli e Ancona. Il coordinamento? c’è eccome: le indagini sono nelle mani delle due procure locali, e uno dei magistrati è proprio Zampetti, che accuserà il Biliotti di aver divulgato l’indiscrezione del carabiniere finito in manette.

Anche sull’assalto alla Confapi si è indagato. Ma questa è una storia che attraversa un percorso diverso. Bisogna tornare molto indietro per comprenderla, al 1972. Nel mese di novembre di quell’anno era stato arrestato un certo Carlo Guazzaroni, giovane di Tolentino il quale insieme ad altri tre individui era accusato di aver creato un arsenale di armi a Camerino.

Tuttavia, le indagini e il successivo processo avevano dimostrato, non solo che il Guazzaroni era innocente, ma che si trattava di una colossale montatura ordita dai servizi segreti per fabbricare false prove contro una presunta eversione di estrema sinistra.

Quindi – scrisse il quotidiano L’Unità il 9 dicembre 1977 – le arringhe degli avvocati si erano trasformate in requisitorie contro il nostro servizio segreto ed avevano convinto gli inquirenti a proseguire le indagini. Un po’ alla Perry Mason, insomma.

L’indiziato che diventa accusatore. Cominciò a farsi strada il sospetto di gravi responsabilità di settori deviati del Sid: in particolare quelle del capitano D’Ovidio e soprattutto del famoso capitano Labruna, incolpato da Stefano delle Chiaie di essere il vero artefice del finto arsenale di Camerino.

Guazzaroni in questa vicenda finì per essere assolto, ma non uscì affatto dalla scena. Tutt’altro. Perché gli inquirenti vollero approfondire le sue accuse. Riteneva di essere preso di mira dai Servizi in quanto persona debole, sulla quale far ricadere le colpe e costruire una falsa pista rossa.

I fatti cruciali raccontati dal quotidiano La Stampa sarebbero i seguenti: 25 marzo 1977: Guazzaroni si reca da Roma alle Marche in macchina con tre persone collegate al mondo dell’estremismo. Una è insieme a lui, gli altri due elementi seguono con un furgoncino.

A Rieti vengono fermati dai carabinieri, che trovano munizioni e arnesi da scasso sia nella macchina, sia sul furgone. Vengono arrestati. 5 aprile del 1977: i carabinieri chiedono di poter perquisire l’abitazione dei genitori adottivi di Guazzaroni, a Tolentino. Quando aprono lo scantinato restano di stucco. Vi sono non soltanto armi, ma refurtiva dei precedenti delitti delle Brigate Rosse.

È un elemento di prova che ritengo fondamentale. La pensava così anche la Mazzocchi che descriveva gli oggetti rinvenuti a casa di Guazzaroni con queste precise parole:
“armi da guerra, proiettili, volantini ed opuscoli delle Brigate Rosse e, ancora sul ciclostile, viene trovata la matrice del comunicato con cui il “Comitato regionale marchigiano” delle Brigate Rosse rivendicò l’incursione alla Confapi del 14 ottobre 1976.

Inoltre – proseguiva l’articolo – salta fuori una vasta documentazione: foto di obiettivi colpiti con precedenti attentati compiuti a San Benedetto del Tronto da ignoti e una completa schedatura di personaggi in vista della regione fra cui uomini politici, sindacalisti ed esponenti della borghesia conservatrice”.

Ma il bello viene adesso. Proseguiamo a leggere l’elenco della refurtiva fatto dalla Mazzocchi: “Infine, accanto a targhe, passamontagna, agende ed opuscoli, viene scoperta una valigia contenente materiale sottratto alla Confapi di Ancona, compresa la carta d’identità di Ortensia Tarabalelli, la segretaria legata dai terroristi durante l’incursione.

Nella cantina viene sequestrato anche un pacco di autoadesivi delle BR del tutto simili a quelli trovati nelle basi romane di via Gradoli e nella tipografia di via Foà: un accertamento in corso dovrà stabilire se fanno parte dello stesso stock.”

La magistratura condanna Guazzaroni un po’ frettolosamente – sembra dire la giornalista -, ma comincia ad allargare l’inchiesta anche ad altri esponenti, questi sì, più importanti e pericolosi, delle Brigate Rosse. E no. Guazzaroni anche stavolta, come nel 1972, non ci sta a fare il capro espiatorio e fa dei nomi. Nomi di presunti agenti “provocatori” dei Servizi Segreti che avrebbero cercato di indurlo, di indurre cioè i comunisti, a compiere azioni “dimostrative”.

Preferisco non tirare in ballo nessun nome, anche perché si tratta di personaggi che comparvero anche nell’inchiesta sulla strage dell’Italicus del 1974, poi rimasta senza colpevoli. Tuttavia il quadro è chiaro ed è supportato da elementi consistenti. In buona sostanza, Silvana Mazzocchi il 15 giugno del 1978, a pochi giorni dalla morte del presidente Moro, era vicina a una verità terribile.

Nelle Marche, ad Ancona, esisteva una direzione strategica delle Brigate Rosse, una cellula madre, della quale facevano parte i principali indiziati del delitto Moro: Corrado Alunni, Patrizio Peci e Mario Moretti. Ma questa non agiva da sola, bensì con il supporto di terroristi neri vicini al SID, gli stessi che, nel 1972, avevano costruito false prove contro l’eversione di sinistra. Stavolta però la refurtiva era più imponente.

Se di depistaggio si trattava, lo doveva essere l’intera storia delle Nuove Brigate Rosse di Moretti, dal 1976 in poi. La Stampa ritornerà il 19 giugno 1978 sullo stesso argomento tirando in ballo anche la tipografia di via Foà, a Roma, e comincerà a parlare di una “direzione strategica” delle Brigate Rosse mossa dai Servizi segreti. Il lettore ricorderà che avevo parlato anch’io dell’importanza di quelle macchine da scrivere di Triaca, appartenute probabilmente ai Servizi.

L’inchiesta su Guazzaroni e i suoi amici dei Servizi, ma anche sull’assalto alla Confapi di Ancona, proseguì a Rieti. Probabilmente questo filone finì per confluire nelle indagini sui terroristi neri e rossi che conducevano nel 1979 i magistrati Canzio e Amato.

Ho avuto modo di parlare a lungo, nell’Indagine impossibile, di questi indizi inquietanti, in quanto era la conferma che i documenti della Stasi sui contatti diretti tra le due facce dell’eversione italiana degli anni Settanta non erano solo propaganda. Forse.

Torniamo ad Ancona. Anche qui il 1979 è un anno fitto di fatti importanti, pur tuttavia avvolti nel mistero. Intanto, proseguono le indagini sull’assalto alla sede democristiana. Chi sono i dieci terroristi di cui parlavano le cronache pochi giorni dopo il fatto?

Non sarà mica che fanno parte del gruppo identificato nell’altra inchiesta, quella sul povero Guazzaroni, vittima delle angherie della destra eversiva?

Ma certo che sì, la Digos e i Carabinieri pochi mesi dopo avevano già arrestato almeno sette dei dieci elementi ricercati. Alla fine dell’anno si parlerà addirittura di diciotto persone indagate.

È il dieci giugno 1979. Il quotidiano L’Unità esce a pagina 10 con un titolo sinistro: “Duro colpo alla ‘colonna autonoma’ delle BR”. Autonoma in che senso?

Il giornalista Marco Mazzanti dà la notizia dell’arresto dei primi tre esponenti della colonna marchigiana che hanno assaltato la sede DC di Ancona. Sono tutti di San Benedetto, ma sono andati a vivere ad Ancona per lavorare. Un quarto uomo è riuscito a sfuggire all’arresto per poco.

È il loro capo: Patrizio Peci. Sembra un colpo mortale inferto al terrorismo, vista l’importanza di questa colonna “autonoma”, se non fosse che dopo l’arresto di Peci, avvenuto a Torino all’inizio del 1980, tutta la vita marchigiana del leader delle Brigate Rosse scomparirà dalle sue memorie di primo pentito del terrorismo.

Perché? Perché autoaccusarsi, come Patrizio Peci fece, di alcuni efferati delitti avvenuti a Torino e non rifugiarsi nella sua tranquilla terra marchigiana? E perché ad un pentito storico come lui, accusato del rapimento Moro, non venne mai chiesto conto di un simile coinvolgimento?

Che non poteva non esserci, dato il sistema compartimentato delle Brigate Rosse e dato che lui, Peci, era ricercato come numero due della “direzione strategica”. Lui decideva, gli altri obbedivano senza poterlo nemmeno vedere in faccia.

Già, la faccia. Quale? Quale look: quello della latitanza o del processo? È un grande mistero, perché c’è un mondo prima del pentimento di Peci e un mondo dopo il pentimento di Peci. Forse scelse Torino perché il mondo che voleva mettersi alle spalle, nel quale volle morire, come scrisse nel suo libro, non era meno terribile di quello che scelse per la sua nuova vita.

Dicevamo del duro 1979 ad Ancona. A inizio febbraio un certo Cesare Menconi, giovane portiere di calcio, era morto su una “strada impervia” che conduce sulla vetta del monte Conero. Lo uccisero con cinque colpi di rivoltella in piena fronte, con la stessa arma usata dal commando, innocuo ma forse solo per caso, che assaltò a fine maggio la sede democristiana.

Nessuno si occupa più di questo delitto. Ma mentre questo giovane moriva, di fatti lì intorno ne capitarono parecchi. Vediamo di riepilogarli brevemente.

Il generale Dalla Chiesa, per arrestare i membri della colonna “autonoma” delle Brigate Rosse marchigiane, e mettere così in carcere i colpevoli dell’assalto alla sede DC, aveva infiltrato un carabiniere, che mediante un nome falso nome e una casa presa in affitto in via Montacuto, tra Ancona e il monte Conero, stava prendendo contatti con la sinistra eversiva locale.

Come era saltato l’arresto di Peci a San Benedetto, così andò in frantumi anche questo proposito, a causa del “malinteso” svelato dal Biliotti. Le indagini andavano a sbattere contro un muro?

Sempre nella primavera del 1979 erano iniziati i preparativi dei brigatisti per consentire a Mario Moretti di partire via mare, con un natante, verso il Medio Oriente. Obiettivo della missione: fare un bel rifornimento di armi. Del resto, quelle sequestrate in casa Guazzaroni ormai erano perdute.

Il capo delle Brigate Rosse sembra che scelse proprio le pendici del Conero per salpare verso terre più prolifiche di armi da contrabbando.

Nell’autunno di quello stesso anno, un’altra storia avvolta nel mistero riempì le pagine dei giornali, nonché le relazioni più recenti della Commissione Mitrokhin: l’affare dei lanciamissili di Pifano. Nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1979, mentre stavano trasportando due missili terra-aria spalleggiabili Strela-2 di fabbricazione sovietica, alcuni appartenenti ad Autonomia Operaia vennero arrestati.

Insieme a loro finì in carcere il presunto mediatore del traffico illecito, il giordano Abu Anzeh Saleh, accusato dai magistrati di aver consegnato ai terroristi italiani svariate armi dei guerriglieri palestinesi, provenienti da Capodistria, in Jugoslavia, e trasportate mediante una nave libanese.

Questi si difese asserendo di essere partito da Bologna con destinazione, e guarda un po’, Ancona, in cui avrebbe dovuto ritirare del denaro e poi scendere in Abruzzo, per consegnare dei libri di bordo a una nave.

Tutto questo avvenne intorno a una zona che oggi sappiamo fu occupata, durante e anche dopo la guerra fredda, da un complesso di basi militari della Nato, dislocate tra monte Conero e Potenza Picena. Nel 2014 è stato scoperto e ripreso in un video amatoriale un bunker degli anni Cinquanta circa, situato vicino alla vetta del Conero e profondo sui 40-50 metri, nel quale compaiono svariate scritte impresse con lo spray rosso.

Si tratta della segnaletica interna del bunker. L’intelligenza artificiale mi ha fornito alcune indicazioni inconfutabili. Le numerose docce che si vedono nelle immagini facevano parte di un sistema progettato per la decontaminazione dei militari da eventuali sostanze radioattive. Quella denominata, sempre con lo spray, “Sala eco” era la centrale di controllo.

Sappiamo ormai che tra il 1959 e il 1960 fu costruita dagli americani almeno una rampa di missili Jupiter, che forse, per le proteste del Vaticano, non fu portata a compimento e fu lasciata incompiuta. Le scritte con lo spray rosso potrebbero risalire alla costruzione dei tunnel e sarebbero state indispensabili in caso di oscurità durante un’emergenza nucleare.

Sarà. Ma il fatto è che mi sono sembrate tremendamente simili a quelle che la colonna marchigiana delle Brigate Rosse lasciò il 29 maggio del 1979 nella sede democristiana di Ancona. Vuol dire qualcosa?

Che forse quegli slogan erano un marchio di fabbrica della Nato? Che il bunker del Conero fu il nuovo deposito di armi di Mario Moretti? Oppure possiamo ipotizzare che lo era anche prima e la cantina di Guazzaroni non doveva essere altro che l’ennesimo depistaggio finito male?

La scomparsa del “mondo di mezzo”

Ci stiamo ficcando in un autentico cul-de-sac. Guazzaroni è morto, me lo ha fatto sapere un suo conoscente, coinvolto anch’egli, a suo tempo, nei fatti dell’arsenale di Camerino. Nessuno sembra essersi più interessato alla seconda parte del giallo, quella di Tolentino. La storia della colonna marchigiana resta al momento incompleta.

Patrizio Peci si pentì e poté godere della protezione dello Stato. Ma sul resto della sua “banda” conosciamo ben poco. Con una piccola ricerca online ho potuto accertare che alcuni esponenti sono finiti in carcere, forse i pesci piccoli, mentre altri risultano introvabili. Ad esempio, c’è il caso della compagna di Massimo Gidoni, Lucia Reggiani.

Sembra che la giustizia italiana si sia dimenticata di lei. Eppure Gidoni, psichiatra di Falconara Marittima, fu lo skipper che accompagnò Moretti nel viaggio in Libano.
Lo Stramotel, il loro quartier generale, situato davanti alla raffineria Api di Falconara Marittima, era un hotel molto conosciuto, utilizzato dai familiari dei militari della caserma di Falconara.

Inoltre, oggi sappiamo che il direttore era Gino Liverani, poi fuggito in Nicaragua e considerato un infiltrato simile a Ronald Stark . E il proprietario di allora dello Stramotel era parente di Gidoni. E lui non ne sapeva niente?

Pare che per lo Stramotel sia in corso un’asta giudiziaria e che i bilanci, se esiste qualcosa a livello di contabilità, potrebbero essere nelle mani del curatore fallimentare. È una situazione che sembra paradossale. Gli articoli di giornale (che sullo Stramotel si fermano al 1980) fanno pensare che il generale Dalla Chiesa avesse proceduto subito a fare gli accertamenti.

Si tenga conto che: Liverani era il direttore, Gidoni era parente del proprietario, gran parte dei dipendenti erano brigatisti, molti erano di San Benedetto come i due Peci. Uno di loro mi risulta sia ancora in carcere. E allora? Che senso ha vendere all’asta un immobile senza prima chiarire la vicenda? Il compratore accetterebbe mai di assumersi le responsabilità civili di un immobile su cui sussistono sospetti e mentre un libro della Kaos edizioni dedica un intero capitolo allo Stramotel legandolo al caso Moro e alla CIA?

Sono andato a cercare tracce di operazioni finanziarie dello Stramotel di Falconara Marittima nel periodo 1976 – 1981, al tempo in cui secondo i giornali dell’epoca era gestito da noti elementi delle Brigate Rosse marchigiane e rimase invischiato nelle indagini dell’antiterrorismo del generale Dalla Chiesa.

Il risultato è che nell’archivio della Camera di Commercio di Ancona si trova menzione soltanto della forma giuridica dello Stramotel, e questa non è né una Srl né una Spa, bensì un’impresa personale. Ometto pubblicamente il nome del titolare, almeno finché non avrò altri elementi.

Questa forma giuridica permise al titolare di non presentare bilanci o rendicontazione al registro delle imprese. Anche se non sta a me esprimere giudizi legali, mi pare evidente che un albergo di quelle dimensioni, con decine di stanze, clienti, dipendenti, camerieri, fornitori esterni non potesse figurare assolutamente come un’impresa legata al capitale di una singola persona.

C’è qualcosa che non va e non si capisce perché il generale Dalla Chiesa, dopo gli arresti, non andò avanti, visto che era stato accertato, in quanto uscì sui giornali, che lo Stramotel apparteneva a un parente di Gidoni. Gli fu impedito dai piani alti ministeriali? Ma questo sarebbe anche il movente per il suo successivo omicidio.

Il fatto stesso che Gidoni fosse uno psichiatra molto conosciuto legato a un hotel ben in vista è un’altra anomalia di questa vicenda. I brigatisti molto spesso entravano in clandestinità. L’avere una doppia vita mi sembra più una caratteristica delle più recenti Brigate Rosse, quelle del 2000 coinvolte nei delitti D’Antona e Biagi.

Ma ci sono altre anomalie sui brigatisti. Tra gli arrestati di quella famosa retata figurava pure uno studente universitario di origine giordana, un certo Alì Nayef. Quindi diciamo uno vicino alle politiche palestinesi. Si sa che era uno studente per modo di dire, in quanto cambiava continuamente università e città di residenza.

Sarebbe il primo caso di una colonna brigatista con un membro della guerriglia palestinese, e, altra coincidenza, proprio dove le Bierre partivano per rifornirsi di armi. Eppure questo studente giordano fu scarcerato dopo pochi mesi e scomparve.

E scomparve anche Sabina Pellegrini, femminista della sinistra anconetana, impiegata anche lei allo Stramotel, che, stando ai quotidiani del 1979, fu arrestata e confessò agli investigatori di Dalla Chiesa di sapere che Liverani e la Reggiani erano coinvolti nel delitto Tartaglione. Il giudice Gerolamo Tartaglione fu ucciso il 10 ottobre del 1978 a Roma.

La supertestimone affermò di essere stata costretta dal Liverani a compiere le telefonate di rivendicazione. Anche in questo caso, le indiscrezioni ebbero grande risonanza sui giornali.

Era stata trovata la telefonista delle Bierre? E la Reggiani era l’infiltrata nel Ministero della Giustizia? E niente, la Pellegrini decise improvvisamente di ritrattare tutto e quelle indagini non furono considerate credibili. Così anche della Pellegrini non sappiamo più nulla, se non che fu assolta per insufficienza di prove. Gli ultimi articoli sono quelli del 1979.

Ma cosa dobbiamo pensare ora che in un recente libro è stato scritto che Liverani era certamente un uomo dei Servizi, che già in passato si era voluto inserire nelle indagini sul terrorismo, come ai tempi della strage del 1969?

In sostanza, il sospetto è che la nascita della colonna marchigiana potrebbe essere stata manipolata dai nostri servizi segreti, ma non tanto, come fu sostenuto all’epoca dai giudici, per far ricadere le accuse sulla partitocrazia della sinistra, quanto per costruire un mondo di mezzo che fosse in grado di dialogare, come la sinistra democristiana voleva, e il Lodo Moro ne è la prova, con il mondo palestinese e con quei servizi internazionali che certamente supportavano la loro guerriglia. Il nostro lavoro nel complesso penso che fornisca a voi lettori un quadro esaustivo di questo disegno politico.

Dunque, i fatti di ieri sono strettamente connessi con quelli di oggi? Quello che posso affermare è che ci è stata tramandata una versione della storia delle Brigate Rosse strettamente connessa, questo sì, con le confessioni di Patrizio Peci. E che non reggerebbe se messa a confronto con la storia alternativa che in queste pagine abbiamo proposto; ma su cui nutriamo ben pochi dubbi.

Chi lavora sul Conero e si occupa di intelligence probabilmente questo lo sa. E quindi sì, i segreti del Conero probabilmente per qualcuno devono rimanere tali, perché, altrimenti, anche il presente, la politica attuale, la stessa giunta Silvetti, ex militare del Conero, subirebbero degli scossoni pericolosi.

L’industria di Stato dietro le Bierre

Una mia fonte afferma: “Conosco il proprietario dello Stramotel di Falconara”. Ricorderanno i lettori che venne tirato in ballo nell’aprile del 1980, durante l’operazione dell’antiterrorismo contro le Brigate Rosse. Si disse che era parente del brigatista Massimo Gidoni, psichiatra di Falconara, amante delle barche; colui che nell’agosto del 1979, grazie al suo natante ancorato nel porto di Ancona, condusse Mario Moretti in Libano in cerca di armi.

Eppure incredibilmente il proprietario dello Stramotel, dove lavoravano quasi tutti i brigatisti della colonna marchigiana, non fu indagato. Ebbene questo signore era direttore dello stabilimento Montedison. A Falconara Marittima erano molto noti due fratelli costruttori, si chiamavano Lucconi.

Edificarono un maxi albergo in quella zona, all’imbocco della strada nazionale per Senigallia, proprio per essere al servizio della caserma militare Saracini di Falconara, con l’obiettivo di ospitare i parenti dei militari di leva durante i giuramenti, e poi per gli operai della raffineria Api dell’ENI, altra attività di un certo rilievo.

L’altro fratello era direttore della Camera di Commercio di Ancona. Erano di estrazione politica cattolica, forse democristiana. Ma quando l’hotel fu coinvolto nelle indagini del generale Dalla Chiesa di chi era lo Stramotel? Dai documenti depositati presso la Camera di Commercio risulta titolare un certo Primo Connestrari.

Fu usato come testa di legno per eventuali indagini? Secondo la mia fonte era legato al mondo bancario, probabilmente un dirigente, ma nulla di più. La stranezza, come già scritto, fu che non aveva aperto né una spa né una srl per l’albergo, che risultava essere, a livello fiscale, una semplice società personale senza obbligo di bilancio.

È un po’ come il piccolo artigiano che apre un negozietto e assume un garzone. Ma in questo caso – sottolinea pure il mio informatore – parliamo di un palazzo intero con ristorante, bar, numerose stanze, camerieri, impiegati, inservienti. Tutti o quasi brigatisti e tutti a carico di una sola persona. Un po’ particolare come storia.

Dunque l’area in cui si muovevano Liverani e Gidoni, direttore e parente del proprietario dell’albergo nonché capi storici della colonna marchigiana delle Bierre – in particolare del ramo falconarese – era l’industria di Stato; quella Montedison che proprio mentre nascevano le Brigate Rosse finiva nel mirino della magistratura per i fondi neri, forse usati per finanziare il terrorismo. Terrorismo economico, lo chiamarono.

Ma la stessa Montedison era in quel periodo una cassaforte di un ramo molto particolare dell’industria statale che portava alla Montedel, cioè alla produzione di armi e di conseguenza alle tangenti della Lockheed Martin, mazzette che servivano per farci arrivare i loro aerei in esclusiva. Una vecchia storia, ma forse nemmeno troppo.

Quindi armi dello Stato italiano, tuttavia con possibili connessioni con Mosca, molto sullo sfondo a dire il vero, almeno finché l’opinione pubblica non aprirà gli occhi sulle intromissioni dell’URSS nella nostra economia.

Infatti l’ex gerarca Jan Sejna citò nel suo libro (mai tradotto in italiano, vero cari editori?) un episodio molto preciso, rintracciabile sui giornali dell’epoca, che coinvolse la Montecatini e servì al Kgb per girare del denaro al mondo comunista italiano.

La Montedison era soltanto una delle numerose aziende italiane statali e private che avevano aperto una filiale nell’ex URSS. Questo può essere stato l’ambiente politico che ha coperto per oltre un decennio le stragi delle Brigate Rosse. Una storia complicata. Ma forse l’abbiamo esposta in modo chiaro ed esaustivo.

Oggi l’ex Stramotel giace nel più completo abbandono. Sembra che dopo gli arresti fu trasformato almeno nel pian terreno in un ristorante, per qualche tempo. Ora si dice che un nuovo progetto stia nascendo, con molta fatica e con la lentezza burocratica che caratterizza le grandi opere delle Marche.

Autore

  • Massimo D'Agostino

    Massimo D'Agostino Massimo D'Agostino, giornalista pubblicista insegna Italiano e Storia. Dal 2010 gestisce il blog di storia e attualità "E cronaca". Dal 2011 pubblica saggi storici e libri sportivi. Nel 2022 ha vinto la pergamena del quarto posto al Premio letterario internazionale "18 maggio" con il libro sulla seconda guerra mondiale dal titolo "Venti metri sottoterra".

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