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LA FINE DEL IV REICH TRAVESTITO DA EUROPA

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L’ultimo Consiglio dei 27 Stati appartenenti all’Unione Europea ha decretato la fine del IV Reich travestito da Europa.

I veli sono caduti e il tedesco Merz, successore della tedesca Angela Merkel e la proiezione a Bruxelles di Angela Merkel, ossia la tedesca Ursula von der Leyen, sono i veri sconfitti di una stagione che, da Maastricht in poi, ha inanellato una catena di disastri che hanno infiacchito il Vecchio Continente fino a renderlo residuale e ininfluente nel quadro geopolitico generale.

Una frase erroneamente attribuita ad Andreotti, il cui vero ideatore fu Francois Mauriac (scrittore, giornalista e drammaturgo francese): J’aime tellement l’Allemagne que je suis ravi qu’il y en ait deux (amo così tanto la Germania che sono felice che ce ne siano due) esprime molto bene la funzione nefasta che la Germania ha avuto nella prima e nella seconda guerra mondiale e nel periodo che va dalla sua riunificazione ad oggi.

Vien da dire che forse, se stava divisa in due, avremmo avuto meno guai e un’Unione Europea più a misura del processo storico graduale con la quale poteva essere costituita.

Con il IV Reich travestito da Unione Europea il Vecchio Continente è precipitato di nuovo nel disastro e, guarda caso, trova, dopo il tentativo di dominio economico trentennale, nuovi fuochi di bellicismo, mai spenti, nell’universal caserma prussiana che mostra muscoli farlocchi.

Merz è il grande sconfitto in quanto ha fallito la prova di forza sull’uso degli asset russi e con lui è sconfitto il Partito Popolare Europeo, che, inossidabile, continua a condividere le follie dei verdi e dei socialisti.

La Germania non è più la locomotiva d’Europa e la sua crisi economica, al dicembre 2025, rappresenta una delle fasi più critiche del dopoguerra, con l’economia che ha registrato contrazioni nel 2023 (-0,3%) e 2024 (-0,2%), seguita da una stagnazione o lieve crescita nel 2025 (previsioni tra 0% e +0,3% secondo fonti come Commissione Europea, Bundesbank, IMF e istituti economici tedeschi).

Le cause sono strutturali e congiunturali.

Un ruolo fondamentale l’ha giocato l’interruzione delle forniture di gas russo dopo l’invasione dell’Ucraina, combinata con la fase-out del nucleare e la transizione energetica lenta (Energiewende). Questo effetto combinato ha portato a costi energetici elevati (fino a 2-5 volte superiori a quelli di USA e Cina per l’industria), colpendo duramente i settori energy-intensive.

Un secondo fattore di decadimento è la perdita di competitività industriale, con una produzione industriale in calo da anni, con chiusure di fabbriche, licenziamenti (es. Volkswagen, Siemens, Bosch) e delocalizzazioni. Il settore auto, pilastro dell’economia, soffre per la concorrenza cinese negli EV e il calo della domanda globale.

I dazi USA (annunciati e parzialmente attuati nel 2025) hanno ridotto le esportazioni, specialmente verso gli USA, principale partner commerciale.

Rigidità del “freno al debito”, eccessiva burocrazia, mancanza di investimenti in infrastrutture e digitalizzazione, oltre a incertezza politica (caduta del governo Scholz nel 2024, elezioni anticipate e nuovo governo Merz nel 2025) hanno giocato un ruolo importante, al quale si sono aggiunti fattori, come i consumi interni fiacchi, l’invecchiamento della popolazione e carenza di manodopera qualificata.

Molti esperti (come BDI, la Confindustria tedesca) parlano della “crisi più grave dal 1949”, con rischio di deindustrializzazione irreversibile.

Il PIL 2025 è stimato in stagnazione (0-0,2% secondo IMF, ifo, DIHK) o lieve crescita minima. L’industria continua a contrarsi, con fallimenti aziendali ai massimi da decenni e investimenti esteri in calo. Il nuovo governo CDU (Merz) ha introdotto misure espansive: fondo infrastrutture da 500 miliardi, esenzioni per spesa difesa (oltre 2% PIL NATO) e un fondo pubblico da 30 miliardi per rilanciare investimenti privato-pubblici. Tuttavia, gli effetti sono lenti, e l’incertezza persiste.

La Germania non è più la “locomotiva d’Europa” ed è il cuore del fallimento dell’Unione Europea.

Saggezza vorrebbe che la Cdu/Csu cambiasse radicalmente linea politica, chiudesse la partita con socialisti e verdi e aprisse una nuova stagione a destra, trascinando con sé anche gli equilibri europei, ma, a quanto pare, dopo quanto è accaduto nei giorni scorsi, la Germani di Merz preferisce il suicidio.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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