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Dante non è egualitario

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La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra e risplende
in una parte più e meno altrove

Paradiso I (Canto I, vv. 1-3) della Divina Commedia

Dante non è egualitario.

La poetica e le opere di Dante si fondano e traggono alimento da una concezione totalizzante (universalismo enciclopedico) e di ordine gerarchico del sapere (integralismo teocentrico) che sono, ai nostri occhi, le caratteristiche più evidenti – poiché spiccano per la loro dissonanza, rispetto la nostra – della cultura del Trecento.

La classificazione dei saperi secondo un ordine gerarchico piramidale il cui vertice è rappresentato da Dio – in questa concezione teocentrica la filosofia è solo “ancella” della teologia e quindi ad essa subalterna – la sua divisione in rigido ordine di successione gerarchica – come quella delle arti liberali (del trivio e del quadrivio) – ci dice che tutto in Dante è gerarchico. Né potrebbe essere altrimenti, se consideriamo gli auctores cui egli attinge in ambito teologico.

Tutto in Dante è gerarchico: gerarchico è il criterio classificatorio dei peccati nell’Inferno, la loro localizzazione in cerchi di crescente avvicinamento al centro della terra (e quindi di gravità), gerarchica è la relativa legge del contrappasso, come gerarchica è la struttura del Purgatorio e dello stesso Paradiso, che – seppure in modo non così appariscente – è il luogo senza tempo e senza spazio che dovrebbe esserne del tutto immune da qualsiasi trattamento differenziato rivolto ai propri “ospiti” che, di certo, se lo sono conquistato meritatamente, seppure con varie e differenti qualità/quantità di merito.

Sì, perché, anche qui, nel Paradiso, troviamo quel “bilancino” con cui Dante classifica e misura poiché – anche nel Paradiso – vi è una “gradatio” riferita al merito acquisito.

Anzi, anche il “giardino” – Paradeisos significa giardino – si rivela essere inserito in una “coelestis hierarchia”: gerarchico è il passaggio del “testimone” e delle consegne di guida da Beatrice a San Bernardo poiché gerarchico è il “salto” necessario a passare dalla teologia rivelata (Beatrice) alla visione mistica (San Bernardo), resa possibile dall’intercessione della Grazia (la vergine Maria) come gerarchica è la divisione in sfere ed ordini delle creature angeliche (Troni, Cherubini., Serafini: la classificazione degli angeli).

Insomma – diciamolo chiaramente – per noi il concetto di gerarchia evoca una prassi molto poco “democratica” nella sostanza, se non addirittura, per dirla con brutale franchezza, una “diseguaglianza” – nella sostanza dura a digerire – specie se riferita al luogo principe in cui si realizza felicità: il Paradiso, il “non” luogo dove – per antonomasia – dovrebbe essere bandita ogni qualsivoglia differenza.

Non così per Dante.

Sforziamoci allora di capire contestualizzando.

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra e risplende
in una parte più e meno altrove.

È la terzina incipitaria del Paradiso, un inno trionfalistico alla gloria del nome di Dio dove risuona tutta la tradizione della preghiera cristiana, la sua forza salvifica, un inno all’Universo creato dal quel Dio che ne rende possibile il suo totale movimento, la cui gloria penetra però PER L’UNIVERSO – il vocabolo e il sintagma penetrare per si caricano inevitabilmente di ascendenze bibliche – ma questa gloria non va intesa solo come “potenza”, “magnificenza” ma altresì come “luce divina”, come ci dice lo stesso Dante nell’epistola dedicatoria a Cangrande della Scala): la gloria penetra però nell’Universo “in una parte più e meno altrove”.

Ed eccoci di fronte a questo distico di abissale omissione esplicativa.

Sì, perché Dante, con questa macroscopica reticenza che sarà colmata – come “atto dovuto” – nella citata lettera dedicatoria della cantica al suo benefattore di Verona, di fatto ci destabilizza completamente: come può la gloria, cioè la luce di Dio, illuminare e diffondersi sulle sue creature in modo diseguale, vale a dire “in una parte PIU’ e MENO altrove”?

Non sono dunque tutte le creature di Dio meritevoli della stessa luce?

Nell’epistola citata (EP. XIII, 64) Dante spiega che la luce “penetrat, quantum ad essentiam, reslendet quantum ad esse”, cioè penetra quanto all’essenza e risplende quanto all’essere, chiosando di seguito: “poiché vediamo un’essenza in un grado più eccellente e un’altra in uno inferiore come ciò risulta chiaro del cielo e degli elementi, dei quali quello è incorruttibile e questi corruttibile”.

Quindi il lume divino, la gloria di Dio, risplende “in una parte più e meno altrove” secondo la maggiore o minore capacità di ciascuna cosa di accoglierlo.

Questo è il principio di etica meritocratica che regola – qui e altrove – la teologia della luce – “alta luce che da sé è vera” – che sottende tutto il Paradiso.

Il grado di luce che l’uomo riceve da Dio coincide con un principio di meritocrazia dello spirito che adegua una legge di sostanziale giustizia semplificabile – ma non banalizzabile – con la formula del “a ciascuno il suo” a seconda della giusta potenza di ciascuna creatura a ricevere, che corrisponde allo “in una parte più e meno altrove” del fatidico incipit.

La giustizia meritocratica incisa sulla porta dell’Inferno (II, 3-6) – Giustizia mosse il mio alto fattore;/fecemi la divina podestate,/ la somma sapienza e ‘l primo amore – è lo statuto ontologico, (unitamente con l’amore), della Commedia; la legge “magis minusque”, del “più e del meno” ne regola la “gradatio”: il “più e il meno” sono la misura particolare (“sicut a propria proportione”, Dionigi Areopagita, De coelesti hierarchia, II 3-5) della luce e di partecipazione ad essa, secondo che ciascuno ne sia capace in relazione alla sua particolare misura di merito.

Dante dunque non è egualitario. Non può esserlo.

Se – per analogia – sostituiamo il concetto di “gloria/luce divina” con quello di “poesia/bellezza /trascendenza” – applichiamo lo stesso schema meritocratico riferito alla nostra possibilità di ricevere e di fruire di tale poesia e bellezza.

La poesia di Dante è un dono, forse “l’ultimo miracolo della poesia”, secondo Montale.

In quanto dono essa richiede che chi la riceve ne sia degno.

La luce di questo dono splende per tutti, ma penetra e risplende in noi in modo diseguale poiché c’è sempre un “più” e un “meno”.

Che varia a seconda del nostro grado di merito.

Il merito ha una valenza etica, non segna differenze culturali o sociali, esso varia e si accresce con la nostra voglia di conoscenza – fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza” (Inf. XXVI, 119-120) – con il desiderio di andare oltre le stelle (desiderio, da “de sidera”), con la necessità di scavare oltre la superficie, di andare e penetrare oltre la realtà, accettandone (da perdenti) – Trasumanar per verba / non si poria (Par., I, 70-71) – la sfida.

 

Autori

  • Redazione

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  • Dario Sardo
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