
di Shabbat Menkaura
(piccoli suggerimenti metodologici)
Pochi giorni fa stavo compulsando alcune fonti legate alla tradizione esoterica occidentale e mi sono posto alcuni seri interrogativi sul livello generale di comprensione di questi testi e, soprattutto, sulla didattica che viene offerta nei percorsi, appunto, tradizionali, volta a migliorare il livello di lettura da parte dei soggetti che, proveniendo da ambienti molto diversi tra loro, si accostino ai suddetti percorsi.
In altre e più succinte parole, coloro che hanno la responsabilità di instradare i neofiti, hanno la consapevolezza e l’abilità di insegnare a leggere meglio i testi, spesso molto difficili, provenienti dalla tradizione?
Parlo di consapevolezza, perché parlo di me stesso in primo luogo, come è giusto.
Nel momento in cui cito un testo, o lo suggerisco a qualcuno, mi pongo anche la domanda sul livello di comprensione del mio interlocutore? O sul mio stesso livello di consapevolezza in proposito?
Anche ammetendo che io ritenga con ragione di avere interiorizzato giustamente almeno i concetti fondamentali espressi nel testo, sono in grado di spiegarli e mi metto a disposizione per aiutare gli altri a comprendere?
Ancora meglio, sono disposto (e sono in grado) di insegnare almeno alcuni principi fondamentali sull’analisi delle fonti, affinché i miei interlocutori possano poi procedere autonomamente?
Si prenda come esempio (uno fra i tanti), l’Oedipus Aegyptiacus di Athanasius Kircher, testo assai citato dai cosiddetti “esoteristi” moderni di scuola ermetica.
Vogliamo parlare delle opere di Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim?
Ovvero di certi brani di Pico della Mirandola sulla Kabbalah?
O, come esempio di commento moderno, i testi più famosi di Jan Assmann come Mosè l’Egizio, Esodo, o La distinzione mosaica, fondamentali per la formazione di un esoterista che si occupi della rivelazione giudaico-cristiana?
Ci rende conto dell’apparato culturale necessario ad interpretare opere di questa complessità?
Oppure, come è sempre più comune oggidì, ci si limita a riportare commenti elaborati da altri e li si presenta come propri, approccio questo favorito dall’enorme patrimonio di informazioni digitalizzate a disposizione di tutti?
Molti di questi cosiddetti “maestri” non sembrano possedere una loro narrativa sulle opere della tradizione, ma si limitano a riportare le opinioni di quei pochi in grado di entrare nel discorsotestuale con un minimo di competenza.
Va da sé che valutare il grado di competenza su di un argomento complesso, sia proprio che dell’interprete, rappresenta già una sfida non da poco.
Ecco perché ho pensato di condividere alcune mie esperienze, credo interessanti, che hanno raffinato la mia capacità di analisi e mi hanno aiutato molto nella comprensione di documenti assai difficili.
Ho deciso di raccontare questi eventi, che mi hanno coinvolto direttamente, proprio per per non parlare unicamente sul piano teorico, come è prassi nel nostro sfortunato paese, ove ci balocca con le teorie più bislacche, ma il lavoro di ricerca spesso non è sufficiente.
Poi c’è un altro risvolto. Quando ho vissuto queste esperienze ero molto giovane, idealista e credulone.
Non avevo ancora realizzato quanto in basso fosse caduta la cultura in Italia e quanta poca corrispondenza ci fosse in molti casi tra titoli vantati e reali conoscenze, specialmente nelle materie cosiddette umanistiche, per non parlare di quelle esoteriche.
Come inizio vorrei rivelare come, nella mia formazione, uno dei momenti più importanti fu quello in cui Hashem mi consentì di lavorare per alcuni anni in uno degli istituti di storia del diritto più apprezzati in Italia e nel mondo.
Una materia umanistica, quindi, ma che si basa su fonti complesse, quasi sempre in latino (nelle sue varie declinazioni temporali) e in greco per quanto attiene a parte di quelle giustinianee (Novellae).
Inoltre, la storia del diritto ricomprende la tecnica giuridica e la relativa terminologia nella loro evoluzione, un’altra complessità aggiuntiva.
Infine, molti commenti su qeuste materie sono stati scritti da illustri studiosi stranieri e mai tradotti nella nostra lingua.
Ecco che una buona padronanza almeno della lingua inglese diventa preziosa.
Sì, perché anche in presenza di traduzioni di una fonte nella propria lingua la prudenza è d’obbligo.
Anche perché non tutti gli idiomi sono facilmente riproducibli con totale accuratezza.
Si pensi al cinese, ma si pensi anche all’ebraico e all’aramaico, lingue dotate di strutture che non esistono in italiano.
Il dibattito sul Padre Nostro nasce dal fatto che l’espressione in aramaico, lingua semitica, “Ula’ talàn ‘llen’siuna” non possiede una traduzione univoca, mancando questa espressione di forme verbali perfettamente corrispondenti a quelle greche, a quelle latine e a quelle proprie delle lingue derivate da quest’ultimo o comunque facenti parte dello stesso gruppo.
Inoltre una fonte che contenga con certezza tale versione in aramaico non esiste. Il testo evangelico è in greco ed il Concilio di Trento stabilì che la traduzione cogente fosse quella in latino operata da San Girolamo.
Che impeccabilmente tradusse con in-ducere (verbo con l’indiscusso significato di condurre, portare verso) il termine utilizzato sia in Mt 6,13 sia in Lc 11,4, (εἰσενέγκῃς – eisenekes) aoristo attivo del verbo εἰσφέρω eis-fero, che alla lettera significa “portare verso/dentro” e quindi introdurre/indurre.
Già ai tempi del famoso Cardinale Bellarmino se ne discuteva. “Indurre” o “abbandonare” alla tentazione? Bene, ultime follie a parte, “Et ne nos inducas in tentationem sed libera nos a malo” si traduce alla secolare vecchia maniera con buona pace della hubris dei moderni.
I due in sono chiari: non ci può essere abbandono che porta ad un allontanamento, ma coinvolgimento diretto, in quanto la preposizione in implica l’essere dentro al problema, non al di fuori e in procinto di allontanarsi.
Teologicamente parlando poi, come molti studiosi hanno osservato, il concetto di D-o che abbandona è completamente infondato.
I due “in” nella locuzione latina (come ripeto cogente per la Chiesa cattolica) fanno intendere l’esatto contrario.
In modo perfettamente coerente con la concezione kabbalistica, anche la tentazione è creazione divina, per permetterci di superarla. E così facendo, di santificare il mondo
Per molti cristiani è difficile conciliare tale Verità con quella di D-o come Puro Amore.
Ecco perché un brano di Isaia (45,7) risulta, forse, il peggior esempio di traduzione biblica, soprattutto da un punto di vista teologico.
“Yotzer or uvore Choshek ‘oSeh Shalom uvore Ra – Ani Adonai ‘oSeh kol ‘elleh.”
Vediamo alcune traduzioni in italiano di questa fondamentale locuzione:
– C.E.I. “7 Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura; io, il Signore, compio tutto questo.”
– Nuova Diodati “7 Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il benessere e creo la calamità. Io, l’Eterno, faccio tutte queste cose.”
– Riveduta 2020 “7 io formo la luce, creo le tenebre, do il benessere, creo l’avversità; io, l’Eterno, sono colui che fa tutte queste cose.”
– Nuova Riveduta 2014 “7 Io formo la luce, creo le tenebre, do il benessere, creo l’avversità; io, il SIGNORE, sono colui che fa tutte queste cose.”
– Diodati “7 che formo la luce, e creo le tenebre; che fo la pace, e creo il male. Io sono il Signore, che fo tutte queste cose.”
La Diodati, traduzione della Bibbia per eccellenza dei protestanti italiani, edita a Ginevra nel 1607 dal lucchese in esilio Giovanni Diodati (1576 – 1649) è l’unica che traduca esattamente il testo biblico, vediamo perché.
Partiamo dalla fine, Ani Adonai ‘oSeh kol ‘elleh, “Io sono il Signore che fo tutte queste cose”.
In primo luogo si noti che i passukim delle Scritture che terminano con questa locuzione sono da considerarsi particolarmente rilevanti.
Non che si debba fare una scala dell’importanza dei brani della Torah, ci mancherebbe, tutto è importante allo stesso modo nelle Scritture!
Ma è proprio a livello interpretativo e di traduzione che esiste questa differenza. Quando un passuk reca la dizione Ani Adonai, chiunque legga, traduca, interpreti, deve portare la massima attenzione perché ciò che precede questa formula costituisce un pilastro della Fede.
Si consideri uno dei brani più terribili della Torah, Esodo (Shemot) 12,12, nella traduzione della Nuova Riveduta:
“12 Quella notte io passerò per il paese d’Egitto, colpirò ogni primogenito nel paese d’Egitto, tanto degli uomini quanto degli animali, e farò giustizia di tutti gli dèi d’Egitto. Io sono il SIGNORE.”
Ad essere onesti, quasi tutte le traduzioni di questo passuk giustamente enfatizzano in qualche modo la locuzione Ani Adonai.
In maiuscolo, come quella sopra citata, ovvero con punto esclamativo finale, ovvero con un corsivo “Io sono l’Eterno” come fa la Nuova Diodati.
Ma è corretto tradurre Adonai, che sta in luogo dell’impronunciabile Tetragrammaton, il nome di D-o di quattro lettere, con l’Eterno?
Tristemente non appare corretto, anche se questa locuzione ci indirizza con la mente e con lo Spirito alla rivelazione del Roveto ove Mosè ricevette la conoscenza della dimensione di quel nome di D-o.
Ma Adonai in ebraico rappresenta la forma plurale di adon (signore), con il suffisso –ai (miei). Trattasi di plurale majestatis, perché il verbo connesso è sempre utilizzato al singolare.
Inoltre in ebraico non esistono solo due categorie numeriche, ma tre.
Come qualsiasi altra lingua, l’ebraico ha il singolare e il plurale. Inoltre possiede anche una terza opzione, nota come plurale intensivo, che si colloca a metà strada tra le altre due.
Il plurale intensivo si riferisce a una sola persona/cosa, anche se sembra plurale.
Ma ciò che decide la questione è l’interpretazione autentica della Septuaginta, nella quale il Tetragrammaton è reso con le parole greche Κύριος (Signore) e Θεός (D-o), ergo tradure Adonai con “l’Eterno” risulta non perfettamente corretto.
Voi direte che siano inezie, ma lo sono fino ad un certo punto.
La questione dell’Eterno al posto del Signore non è giusto che venga tralasciata perché ci sono differenze profonde tra l’affermazione di Potestà e quella di Eternità.
Nella tradizione cananea/ugaritica, El (uno dei nomi di D-o) viene definito ʾadn ilm, letteralmente “signore degli dei”, ma non è il solo a godere di tale privilegio.
In alcuni testi ugaritici la divinità marina Yam, nota anche agli egizi, viene denominata ʾadn o “signore” degli dei per descriverne il grande potere. In altri testi ugaritici il termine ʾadn ʾilm rbm, “Signore dei Grandi Dei”, è usato per riferirsi al signore e padre dei re defunti.
Quando ci si riferisce all’Eternità del Signore, il pensiero non può non portarci verso la Sua Trascendenza la Sua Kavod maggiore, mentre il Suo Potere ci porta più verso la Sua Immanenza, in quanto la nostra panenteistica concezione, proveniente dalla Kabbalah, ci consente di abbracciare simultaneamente questi due aspetti.
Nel passuk di Isaia Hashem ci invia un potentissimo messaggio relativo alla sua Kavod (minore) che è Gloria ma anche “peso”, “pressione” e a queste parole non è lecito aggiungere nulla, né interpretarle estensivamente rispetto ai termini utilizzati.
Mi riferisco alla prima parte del passuk, nella quale si consuma il maggior “tradimento” rispetto al testo di Isaia, tradimento che diviene “fraintendimento” e genera una confusione potenzialmente fatale per la Fede.
Gesù, per un cristiano, rappresenta necessariamente l’incarnazione di Kadosh Baruch Hu e non ci possono essere fraintendimenti su tale questione a fronte dell’episodio evangelico sul Monte Tabor, per cui non è corretto, anche se ricorrente sin dagli albori del Cristianesimo, pensare a D-o come Bontà Assoluta (magari in contrapposizione al D-o degli Ebrei, severo ed arcigno) invece che come Verità Assoluta, in quanto nella Torah l’attributo principale di Kadosh Baruch Hu non è la Bontà, pur essendo Hashem infinitamente buono, ovviamente.
Per i Saggi che hanno interpretato le Scritture il Sigillo di D-o è Emet, Verità, non Chesed che è una sephira come le altre e che si bilancia con Gevurah al centro dell’Albero in Tipheret, la sephira cui è associato il Tetragrammaton e lo stesso epiteto di Kadosh Baruch Hu.
Risulta chiaro che noi percepiamo fortissimamente la Chesed divina, perché è questa virtù espansiva che ci fa sentire il Suo Amore, ma non è detto che ciò rappresenti la Sua Essenza o Atzmut.
In ebraico, Atzmut significa “Sé” (e deriva dalla radice etzem, che significa “osso”). La prima parola della consegna della Torah a Israele – i Dieci Comandamenti – è Anochi, “Io”, la rivelazione a Israele dell’Essenza Assoluta di Dio, il Suo “Sé” ultimo.
Come abbiamo detto sopra è la Verità che dobbiamo perseguire, non la Bontà che ne risulta essere una conseguenza necessaria.
Ecco perché il passuk di Isaia risulta complesso nei suoi significati occulti, ancorchè utilizzi in questa sua prima parte (‘oSeh Shalom uvore Ra), termini semplicissimi quali Shalom (pace) e Ra (male).
Lo comprese il protestante Diodati, nella sua antica versione, traducendo letteralmente: “che fo la pace, e creo il male”, così giustamente evitando di attribuire ai termini suddetti significati inapproriati da un punto di vista teologico.
Si noti la contrapposizione tra la pace e il male e non tra bene e male.
Shalom nelle traduzioni sopra riportate e nelle altre non citate, eccetto quella di Diodati, viene generalmente reso con “bene” o “benessere,” probabilmente per la contrapposizione a Ra, il male, che poi non si ha il coraggio di tradurre in tal modo e si stravolge in altri significati ultronei (sciagura, avversità, calamità etc.), perché D-o, sommo bene, non può creare il male.
La ragione più probabile è che gli illustri traduttori cristiani, avendo ormai un legame sottilissimo con il contesto ebraico originale, non compresero e non comprendano tuttora appieno il significato del passuk di Isaia.
Nella peggiore delle ipotesi capiscono tutto, ma hanno la presunzione di correggere le Scritture, peccato terribile di orgoglio, soprattutto su una questione fondamentale come questa.
Prendiamo una traduzione di parte ebraica, quella di Samuele Davide Luzzatto (e continuatori, 1868-1875), di cui è quasi inutile parlare, perché la versione poetica della Torah in italiano di questo autore è giustamente famosa.
“7 Formator della luce e creator delle tenebre; autor della pace e creator del male: io, il Signore, sono autore di tutte queste cose.”
Questa traduzione è impeccabile, ma richiede una specificazione.
Torniamo alla contrapposizione tra shalom e ra, tra pace e … male, il quale diviene logicamente, l’assenza di shalom, cioè di pace.
Ma cosa rappresenta questa pace?
Per tentare di capirlo, iniziamo leggendo insieme uno dei brani più toccanti e profondi del Vangelo di Giovanni (14,27-31):
“27 Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28 Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. 29 Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. 30 Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, 31 ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui”.
Gesù promette la Sua pace, che non è quella del mondo.
Perché è una Pace che rammenta l’armonia rappresentata dall’egizia Maat o dal concetto giapponese di Wa, che è stato anche il primo nome attestato del Giappone.
Come scrive Susanna Ribeca su https://www.ccik-sicomoro.com:
“L’armonia può essere trovata ovunque in Giappone. Che si tratti delle linee pulite e della sobrietà dell’architettura o del modo ordinato in cui un pasto è disposto su un piatto, il concetto di “wa” è al centro della cultura nipponica.
Modellata da una ricca storia e profonde tradizioni, l’armonia è presente in tutti gli aspetti della legge e dei costumi giapponesi.
Il Kanji “wa”, 和, significa “armonia, pace, somma e totalità”, ma è spesso usato come prefisso nei kanji composti per significare “giapponese” o “stile giapponese”. Ecco alcuni esempi: 和紙 (washi), ossia la carta giapponese; 和歌 (waka), una poesia giapponese classica; 和服 (wafuku), vestiti giapponesi tradizionali; 和室 (washitsu), ovvero una stanza tradizionale in stile giapponese; 和風 (wafū), lo stile giapponese; 和語 (wago), cioè una parola nativa giapponese.
L’ideogramma 和 è presente anche nella parola nyuuwa, che significa “mansuetudine, tenerezza e dolcezza”.
Armonia, per i giapponesi, significa far coesistere e persino far collaborare religioni diverse come shintoismo e buddhismo, significa evitare lo scontro, avere pazienza (nintai), ignorare il negativo (mushi suru), considerare costantemente l’emozione altrui (omoiyari), essere pronti a sacrificarsi (gaman), conoscere una persona con lentezza (sapere il passato di qualcuno è un tabù che viene eliminato solo dal tempo), non fare paragoni e condividere la felicità.”
Il 1° aprile 2019, con l’ascesa altrono del principe ereditario Naruhito, fu annunciato il nome della nuova Era del Giappone “REIWA”.
Riguardo al significato di “Reiwa”, i due kanji “Rei令” e “Wa和” che compongono la parola, significano rispettivamente “bellezza” e “armonia”. Nella parola “Reiwa” è poi racchiuso il significato “La cultura nasce e prospera quando le persone si uniscono in una splendida comunione di animi”.
Ho voluto includere questi brevi cenni sull’Impero del Sol Levante per meglio spiegare il concetto di Ma’at nell’antico Egitto, che non è meno complesso di quello nipponico, anche se verrà qui necessariamente trattato solo ai fini di comparazione con il concetto ebraico di shalom.
Ma’at era la dea della verità, della giustizia, dell’equilibrio e, soprattutto, dell’ordine, tuttavia, Ma’at era più di una semplice dea per gli antichi egizi. Rappresentava il concetto fondamentale di come veniva mantenuto l’universo.
Gli antichi egizi credevano che l’universo avesse un ordine, e che fosse Ma’at a mantenere tutto in equilibrio.
Ciò aiutò gli antichi egizi a sviluppare un forte senso di moralità e giustizia.
Come ho già scritto varie volte, Ma’at e Heka, la “magia,” rappresentano le forze fondamentali dell’universo e non possono essere ridotte alla loro semplice versione di divinità.
Ma’at era anche estremamente importante per raggiungere l’Aldilà.
Secondo la mitologia dell’antico Egitto, dopo la morte del corpo, tutti dovevano passare attraverso la Sala del Giudizio, dove il cuore di una persona veniva pesato su una bilancia contro la piuma della verità di Ma’at. E’ la cosiddetta psicostasia.
Se il cuore del defunto era in equilibrio con la piuma di Ma’at, poteva continuare il suo viaggio verso l’Aldilà. In caso contrario, il suo viaggio terminava e la sua anima veniva distrutta, divorata da Ammit l’essere mostruoso composto da parti provenienti da ippopotamo, leone e coccodrillo.
Ecco, quindi, l’illuminante giudizio innanzi agli dei che non può essere facilmente ricondotto ai nostri odierni concetti di bene e di male.
Nel tribunale di Osiride, il male compiuto e la relativa condanna sono conseguenze di offese contro Ma’at; vengono presi in considerazione tutti gli atti disarmonici e dissonanti, non solo quelli maligni, anche se questi ultimi sono sicuramente ricompresi tra i primi.
Non basta non trasgredire, bisogna attivamente perseguire l’armonia.
Quindi il cuore dell’essere umano deve essere armonico, non semplicemente buono.
La dinamica armonica va oltre la semplice etica e sorpassa di gran lunga il concetto di rispetto della legge umana o della Legge divina.
Ecco perché il concetto ebraico di shalom non può non essere considerato ampio quanto quello egizio, a prescindere dagli eventuali retaggi effettivamente provenienti dal paese dei faraoni e preservati dalla cultura ebraica.
Si domanda che il Signore ci includa nell’armonia cosmica, non che ci conceda la pace intesa in senso mondano o, peggio che sia ridotta al “bene” o, peggio, al “benessere” come troviamo nelle traduzioni qui criticate e che poco hanno a che fare con il concetto espresso in Isaia 45,7.
Si cerca la Pace promessa da Gesù che è quella del Padre.
Significativamente il passuk giovanneo cita l’arrivo del principe del mondo e Gesù, dopo aver precisato che su di Lui non possiede alcun potere, comunque decide di lasciare quel luogo assieme ai discepoli. Perché?
Ciò risulta strettamente legato alla concezione ebraica del male, che difficilmente viene colta oggidì in ambito cristiano.
Kadosh Baruch Hu incarnato non ha paura per sé, lo ha precisato, quindi sta dando ai discepoli un forte insegnamento sulla natura stessa della creazione e sul ruolo del male in essa.
Nel contesto ebraico il male è strutturale ed è parte integrante della Creazione.
Leggiamo assieme le parole di uno dei maggiori Kabbalisti viventi, il chassidico Nissan Dovid Dubov (da Chabad.org, grassetto e corsivo miei):
“D-o è buono ed è nella natura di Dio essere buono. Allora perché Dio ha creato il male? Perché viviamo in un mondo pieno di ingiustizie e dove i malvagi hanno il sopravvento?
La filosofia ebraica classica risponde a queste domande senza tempo affermando che, poiché D-o è buono ed è nella Sua natura fare del bene, Egli ha creato il mondo per elargire bontà alle Sue creature.
La più grande bontà che D-o può elargire alle Sue creature è la bontà che è Lui stesso.
Per guadagnarsi quella ricompensa, affinché non sia ciò che lo Zohar chiama “pane della vergogna”, ovvero una ricompensa non meritata, Dio ci ha prima posto in un’arena di libera scelta dove dobbiamo sforzarci di scegliere il bene invece del male.
Tale scelta viene ricompensata nel Mondo a Venire, dove l’anima è spogliata di ogni fisicità e si crogiola nella Luce della Shechinah dopo aver guadagnato onestamente tali ricompense durante le lotte in questo mondo.
La creazione del male è quindi una necessità per mantenere l’arena della libera scelta, il trampolino di lancio verso la ricompensa finale.
In questa prospettiva, la missione dell’uomo è quella di superare le insidie e le tentazioni di questo mondo attraverso l’adesione alla Torah e alle Mitzvot (i 613 precetti che l’ebreo ortodosso deve seguire per adempiere al suo ruolo nel mondo. Per i non ebrei è sufficiente rispettare le elggi noachiche N.d.T.)
Questi sono i biglietti per le beate ricompense del Mondo a Venire (Olam Habah). Come accennato in precedenza, il Chassidismo sottolinea la visione secondo cui lo scopo ultimo della creazione è quello di creare una dimora per D-o in questo mondo.
D-o ha creato un mondo fisico che nasconde la sua fonte divina e ha posto un’anima all’interno di un corpo specificamente per raffinare ed elevare il corpo e la sua parte nel mondo. Sebbene l’anima sarà ricompensata per i suoi sforzi nel Mondo a Venire, lo scopo ultimo della creazione è in questo mondo.
Il più grande risultato dell’anima è quello di prendere un corpo corporeo e grossolano, la cui natura intrinseca è animalesca, e usarlo per trasformare l’oscurità in luce e l’amarezza in dolcezza.
L’anima stessa è pura e santa e non necessita di rettifica. Come abbiamo appreso dalla scala di Giacobbe, la discesa dell’anima in questo mondo ha lo scopo di ascendere. Qui essa raggiunge qualcosa che non potrebbe mai raggiungere nel Mondo a Venire.
Nonostante si trovi nel più basso di tutti i mondi, l’uomo può superare gli istinti e le passioni animali per realizzare lo scopo dell’Onnipotente nella creazione. L’anima quindi si sforza di compiere il vero servizio di D-o, realizzando così la volontà di D-o e creando una Dirah BeTachtonim, una dimora per il Divino qui in questo mondo.
Il re Salomone nel Cantico dei Cantici descrive questo stato come “nero, ma bello”. Mentre l’anima discende nella desolazione e nella confusione di questo mondo, si rende conto che la sua discesa ha lo scopo di ascendere.
La sua discesa nel corpo è oscura, ma bella in termini di realizzazione dello scopo della creazione. Da questo punto di vista, ne consegue che la presenza delle forze del male rappresenta la sfida più grande nella ricerca della creazione di una Dirah BeTachtonim.
Maggiore è l’oscurità e più forti sono le forze del male, più luminosa è la trasformazione di quell’oscurità in splendore.
La Kabbalah usa il termine Kelipah per descrivere il male.
Letteralmente, Kelipah significa “buccia” o “guscio”, come la buccia di un frutto.
Un’arancia non conserverebbe il suo succo se non avesse tale rivestimento protettivo. Tuttavia, quando si mangia l’arancia, si scarta la buccia. La buccia serve solo a conservare il frutto.
Lo stesso vale per l’esistenza del male. La Chassidut usa la terminologia “volontà interiore” (Pnimiyut HaRatzon) e “volontà esteriore” (Chitzoniut HaRatzon). Quando una persona esce per andare al lavoro, si occupa di tutti i dettagli necessari per guadagnarsi da vivere.
Tuttavia, è impegnata solo con la sua volontà esterna.
Il suo desiderio interiore è quello di guadagnare denaro per poter fare ciò che desidera veramente.
L’esistenza della Kelipah deriva dalla volontà esterna di Dio, mentre la Kedushah (santità) deriva dalla volontà interiore di Dio.
La Kabbalah divide tutto ciò che esiste in questo mondo in Sitra D’Kedushah (il lato della santità) o Sitra Achra (il lato dell’impurità), che letteralmente significa “l’altro lato” o il lato della Kelipah. Non c’è nulla che stia in mezzo: ogni pensiero, parola, azione o creazione ha la sua origine nella Kedushah o nella Kelipah.
Il lato della santità è la dimora e l’estensione della santità di Dio che riposa solo su qualcosa che si annulla completamente a Lui, sia effettivamente, come nel caso degli angeli sopra, sia potenzialmente, come nel caso di ogni ebreo sotto che ha la capacità di arrendersi completamente a Dio con il sacrificio di sé. Questo è ciò che intendono i Saggi quando proclamano che anche quando un singolo individuo siede e studia la Torah, la Shechinah riposa su di lui.
Tuttavia, ciò che non si arrende a Dio, ma è un’entità separata, non riceve la sua vitalità dalla volontà interiore della santità. Piuttosto, la vitalità è data “alle sue spalle”, scendendo grado dopo grado attraverso miriadi di livelli attraverso innumerevoli contrazioni fino a quando la Luce è così diminuita che può essere compressa e racchiusa in uno stato di esilio all’interno di quella cosa separata.
La Kabbalah delinea inoltre due tipi distinti di Kelipah: Kelipat Nogah, letteralmente Kelipah che può essere illuminata, e Shalosh Kelipot Hatmayot, “tre Kelipot totalmente impure”. Kelipat Nogah può essere elevata e raffinata, mentre l’unica forma di riforma o redenzione per le tre Kelipot impure è la loro distruzione.
Nel carro del profeta Ezechiele, le tre Kelipot impure sono chiamate “turbine”, “grande nuvola” e “fuoco ardente”, mentre la Kelipat Nogah è descritta come la “traslucenza [nogah] che la circonda”. Dalle tre impure Kelipot derivano e scaturiscono le anime di tutte le creature viventi che non sono kosher, nonché l’esistenza di tutti i cibi proibiti nel regno vegetale, come l’Orlah (i primi tre anni di frutti di un albero).
L’esistenza e la vitalità di tutte le azioni, le espressioni e i pensieri relativi ai 365 comandamenti negativi e ai loro derivati derivano anch’essi da queste Kelipot. Tutto ciò che appartiene al regno della santità ha il suo opposto nel regno del profano.
Allo stesso modo, tutto ciò che appartiene al mondo fisico ha la sua controparte spirituale da cui deriva la sua esistenza e vitalità.
Il Nefesh HaBehamit dell’ebreo, le anime delle creature kosher, l’esistenza e la vitalità dell’intero mondo inanimato e vegetale consentito al consumo, e l’esistenza e la vitalità di ogni atto, espressione e pensiero in questioni mondane che non contengono alcun aspetto proibito, sia che siano compiuti per amore del Cielo o meno, derivano tutti dal Kelipat Nogah.
Dio ha creato “una cosa opposta all’altra”. Un ebreo è composto da due anime distinte. La sua Nefesh Elokit, che è composta da dieci poteri dell’anima la cui fonte è nelle Sefirot superne, è giustapposta alla Nefesh HaBehamit, che possiede anch’essa dieci poteri dell’anima.
I poteri dell’anima della Nefesh Elokit aspirano alla Kedushah e i poteri dell’anima della Nefesh HaBehamit bramano la Kelipah.
Queste due anime competono per il controllo dei pensieri, delle parole e delle azioni di una persona, spesso definiti “vesti” dell’anima. Una persona si trova costantemente di fronte alla scelta di inondare gli abiti dell’anima con la Kedushah o con gli abiti della Kelipah.
Se una persona permette alla Nefesh HaBehamit di controllare la mente, allora gli abiti dell’anima possono essere contaminati dalle impurità dell’istinto animale. Queste impurità sono vane e rovinano lo spirito …
Abbiamo già spiegato che tutto in questo mondo ha la sua origine nei regni superiori.
Qual è l’origine delle Kelipot e del Sitra Achra nei regni superiori?
Come è disceso il male dalla Bontà Divina?
Nel capitolo sul Tzimtzum abbiamo descritto che dopo il primo Tzimtzum, il Kav fu proiettato nel vuoto per creare i mondi, e abbiamo descritto la formazione dei quattro mondi di Atzilut, Beriah, Yetzirah e Assiyah. In realtà, tuttavia, l’emanazione di Atzilut è stata preceduta da un altro stadio chiamato Mondo del Caos (Tohu), ed è da questo mondo che deriva la creazione della Kelipah.
La seguente presentazione si basa sugli insegnamenti dell’Arizal e si chiama Shevirat HaKelim, “la frantumazione dei Vasi”.
Il Midrash afferma che prima della creazione di questo mondo, D-o creò altri mondi e li distrusse.
Ovviamente D-o aveva qualche utilità nel crearli e qualche buona ragione per distruggerli.
L’Arizal spiega che questi non erano mondi fisici, ma regni spirituali.
Il primo mondo creato fu il Mondo del Caos, tratto dalla parola in Genesi 1,2 “All’inizio della creazione dei cieli e della terra da parte di D-o, la terra era Tohu Vavohu, caotica e vuota”.
Dopo lo Tzimtzum e la comparsa delle Sefirot, queste ultime erano originariamente disposte nel Mondo del Caos come esistevano individualmente, senza alcuna interrelazione; Chessed era puro Chessed senza alcuna relazione con Gevurah e così via.
La Luce che entrò nei deboli Vasi del Mondo del Caos era “Luce altamente concentrata e intensa” (Orot Merubim), che inondò i “Vasi deboli” (Kelim Muatim). Il risultato fu la Frantumazione dei Vasi.
Si può paragonare al far passare un milione di volt di elettricità attraverso una lampadina da 60 Watt.
Il mondo del caos presentava un grande vantaggio, poiché era brillante e pieno di Luce intensa.
Il suo grande svantaggio era che ogni Sefirah era egoista e voleva tutta la Luce per sé, incapace di condividere o coesistere con gli altri. La radice dell’indipendenza e dell’ego deriva quindi dal mondo del caos.
Un mondo del genere non poteva esistere, quindi fu distrutto e fu costruito un mondo molto migliore, il Mondo della Correzione (Tikkun).
Nel Mondo della Correzione ogni Sefirah è interconnessa e interrelata.
Chessed contiene al suo interno Gevurah e Gevurah contiene Chessed, ecc. Questa interrelazione, unita a Vasi Ampi e “piccole Luci” meno intense (Orot Muatim), ha creato un mondo che poteva esistere.
Lo stato di Correzione è paragonabile a un essere umano in cui esiste una relazione armoniosa e simbiotica tra tutti gli arti. Nella Kabbalah si parla molto delle Sefirot disposte in “cerchi” (Igulim) o “linee rette” (Yosher).
I termini ‘cerchi’ e “linee rette” sono sinonimi di Caos e Correzione. Nel Caos, le Sefirot erano disposte in cerchi come un cerchio concentrico all’interno di un altro, senza alcun contatto tra loro. In Linea Retta le Sefirot sono disposte sotto forma di un essere umano con una relazione equilibrata.
Quando i Vasi del Caos si frantumarono, 288 scintille “caddero” dal loro livello e si incastrarono nei livelli inferiori della creazione. Mentre cadevano verso il basso, si frammentarono ulteriormente in particelle più piccole …
Va notato che la Frantumazione dei Vasi non fu un difetto accidentale nel piano Divino.
Al contrario, questo processo permise la creazione del male, fornendo all’uomo l’esercizio del libero arbitrio e la sfida di creare un Dirah BeTachtonim.
Inoltre, nascoste in modo sublime all’interno della Kelipah, ci sono le Luci originali del Mondo del Caos …
In ogni oggetto materiale ci sono scintille di santità che vengono liberate quando quell’oggetto viene usato per il bene del cielo.
È possibile che alcune scintille aspettino centinaia o addirittura migliaia di anni prima che qualcuno le liberi. Questo compito è chiamato Birur Nitzoztot, o “Raffinazione delle Scintille”.
Un esempio di questa Raffinazione è il consumo di cibo.
Il corpo e l’anima sono tenuti insieme dal cibo.
Ogni alimento kosher contiene scintille di santità che vengono liberate quando il cibo viene consumato per il bene del cielo, come mangiare per essere sani al fine di studiare la Torah e osservare le Mitzvot.
L’anima, che proviene dal Mondo della Correzione, è nutrita da questa scintilla, la cui radice è nel Mondo del Caos.
L’uomo dipende dal cibo perché la sua anima è nutrita dalla luce delle scintille di santità nascoste nel cibo che ha avuto origine nel Mondo del Caos.
Va notato che se il cibo non viene consumato per amore del cielo, rimane in uno stato di Kelipat Nogah fino a quando il corpo non utilizza l’energia derivata dal cibo per lo studio della Torah o altre attività divine.
Il cibo non kosher, tuttavia, rimane Kelipah fino a quando la persona che lo ha consumato non ritorna a un comportamento santo, elevandolo così retroattivamente, oppure D-o stesso fa sì che le scintille si elevino.
La raffinazione definitiva del mondo avverrà nei giorni del Mashiach e successivamente nel tempo della Resurrezione, in cui Dio “rimuoverà lo spirito di impurità dal mondo”.
In quell’era, tutte le Kelipot saranno rimosse e il servizio divino sarà elevato all’infinito nel regno della Kedushah …”
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