Home Opinioni UN MONDO IN CONTINUA EVOLUZIONE, CHE SI SPERA POSSA ESSERE POSITIVA

UN MONDO IN CONTINUA EVOLUZIONE, CHE SI SPERA POSSA ESSERE POSITIVA

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Che tu possa vivere tempi interessanti

            In Cina una antico proverbio recita “Che tu possa vivere in tempi interessanti“, intendendo in realtà questo semplice ed apparentemente positivo augurio in senso negativo, come una maledizione. Nella filosofia Confuciana la stabilità è un valore indiscutibile e viene intesa come sicurezza e certezza non solo riguardo al governo, ma relativamente a tutte le regole della convivenza civile. Tempi di cambiamento, turbolenti, instabili e spesso segnati da conflitti che generano paure, insicurezza e turbamento vengono giudicati temibili e da evitare quanto possibile.       In Occidente siamo più disponibili al rischio, alla variabilità, alle novità, ma anche da noi molti li temono profondamente facendo di tutto per evitare ogni possibile instabilità nella loro vita. Robert Kennedy nel 1966 riprese la frase, dandogli un senso positivo con un segno dinamico, evolutivo, una forza da imprimere alla società americana ancora fortemente arretrata nei diritti civili e sopratutto segnata da un razzismo profondo e radicale.

            Stabilità verso moto, certezza contro rischio, stagnazione contro evoluzione – un dilemma antico come l’universo intero. Gli uomini del resto possono essere divisi in due categorie in base al prevalere dell’uno o dell’altro sentimento. Ci sono i “Signor No” che ad ogni proposta rispondono con contro-argomenti finalizzati a bloccare ogni iniziativa. A volte anche con argomenti sensati, è vero, ma quel che conta per loro è la predisposizione interiore antagonista, congelata, ferma e anti-evolutiva. Ad essi si contrappongono gli innovatori compulsivi, coloro che devono continuamente cambiare per sentirsi bene, che sono come spinti da un fuoco interiore che li obbliga a trovare traguardi nuovi ogni giorno. Lo vediamo in ogni consesso civile, dal condominio alla politica nazionale. Chi è contro a prescindere e chi è a favore. Entrambi gli estremi sono accomunati da un fatto: prima decidono di essere pro o contro, e solo dopo cercano le ragioni che giustificano la loro posizione. Non usano la mente per costruire un pensiero, ma per certificare una convinzione. Gli esempi sono molti. Il più attuale sono il ponte sullo stretto di Messina, la TAV e le grandi opere pubbliche in genere. Di indiscutibile utilità (che senso ha nel 2025 traghettare con navi da fine ottocento automobili, treni e persone su pochi chilometri d’acqua quando in giro nel mondo questi problemi sono da decenni risolti egregiamente, magari facendo ricorso ad ingegneri italiani!), ci sono interessi importanti in gioco, come le società dei traghetti, la assegnazione delle gare, l’affidamento della gestione e dei pedaggi, ma il vero, radicolare e profondo movente è che essendo una innovazione viene contrastata. Punto.

            Poi, per giustificare il contrasto, si prende a prestito la politica. Nel caso del ponte il gioco è facile, sfruttando la scarsa stima della gente per Salvini, che nella sua estroversa loquela si presta bene per ridicolizzare il progetto. Ma quando era Berlusconi a sostenerlo, era lo stesso, sfruttando il risentimento della sinistra nei suoi confronti. In realtà tutte queste spiegazioni sono solo strumentali: il vero movente è giustificare il “no” a prescindere.

            Oggi, gli uomini del “no” vivono una crisi epocale. Oggi indubbiamente viviamo in tempi interessanti.

            La seconda guerra mondiale aveva lasciato il mondo in mano a due principali grandi potenze, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, congelate nel loro equilibrio di potere militare. Erano ancora possibili guerre minori in teatri geopolitici secondari, la spinta espansiva e la necessità di provare i nuovi armamenti sul campo potevano realizzarsi in questi teatri lontani dai centri del potere reale, ma il mondo era immune da ogni velleità espansiva o di mutamento del potere nelle zone sensibili di Europa e Nordamerica.

            A questo si aggiungeva una profonda avversione alla guerra da parte di tutte le popolazioni europee, vincitori o sconfitti che fossero, tutte memori delle distruzioni e delle sofferenze in cui la guerra li aveva gettato. Fino a quando erano vivi coloro che avevano realmente subito la guerra e potevano raccontarla con testimonianza reale, la “guerra fredda” rimaneva sopratutto una cosa precisa: fredda.

            Vi erano molte parole, propaganda da tutte le parti, minacce verbali ma tutto inserito in una stabilità profonda. In Italia lo abbiamo vissuto in modo tipico: grandi sconvolgimenti in superficie, con l’autunno caldo, le brigate rosse, il compromesso storico, il gesuita Pintacuda e Leoluca Orlando che delegittimano e accusando Falcone per poi piangerlo da morto e tanto altro, tutto però immerso in una stabilità politica dove le percentuali di voto si spostavano da elezione ad elezioni di qualche decimo di percentuale al massimo.

            Poi venne il 1991. A dicembre Gorbaciov scioglie l’Unione Sovietica, avviando una distruzione drammatica della Russia che da potenza mondiale si vede ridotta in un battito d’ali alla fame come ai tempi di Lenin e Stalin. Cessa la visione espansiva della “rivoluzione mondiale” da innescare, cessano gli aiuti ai partiti “fratelli” in Europa e nel mondo. Gli USA arrivano ad assumere, in modo quasi automatico e senza colpo ferire, il dominio mondiale.

            Molti si illusero sperando in un aumento di stabilità, ma fu invece il germe del contrario.

            Nel 1993 sale al potere negli USA Bill Clinton, avviando la lunga marcia verso il potere del gruppo di potere “liberal“, sostenuto da alta finanza e centri della produzione militare, minacciati nella loro esistenza dalla fine della corsa agli armamenti. Si da corpo al sogno della dominanza mondiale unilaterale USA, da sostenere con le armi sia militari che economiche e contemporaneamente, sfruttando gli spazi di influenza così acquisiti, si avvia la globalizzazione finanziaria al fine di rendere i grandi fondi di investimento, vere casseforti del potere in mano a poche persone, immuni dalla legislazione nazionale. Ma il cammino disegnato è interrotto da crisi economiche e dalla intrusione drammatica del terrorismo islamico, sottovalutato gravemente. Come Carter, che abbandonando lo Shah di Persia con pretesti umanitari fasulli pensava di riprendersi la gestione del petrolio iraniano utilizzando i Mullah di Khomeini, dovette rendersi dolorosamente conto della gravità del suo sbaglio, così anche l’America del duemila dovette svegliarsi alla realtà della esistenza di poteri extra-americani pericolosi e potenzialmente distruttivi a livello mondiale, capaci di contrastare il potere degli Stati Uniti.

            In Italia la reazione alla caduta del potere sovietico e della cessazione dell’appoggio fraterno russo è immediata: arriva tangentopoli e l’equilibrio tra i partiti – che ci aveva portato ad essere quinta potenza economica mondiale – si dissolve come neve al sole. Anche qui arriva l’idea della presa del potere assoluto, anche se in segno politico apparentemente contrario, con la “Gioiosa macchina da guerra” del Partito Comunista di Occhetto del 1992. Così anche l’Italia si avvia ad un trentennio di instabilità in cui non riesce a ricostituire partiti dalla chiara struttura ideale ma vede una mobilità di voto e di posizionamenti politici, con fusioni e divisioni, impressionante ed inimmaginabile solo pochi anni prima. Tanto da arrivare ad un vero e proprio commissariamento politico da parte dei poteri finanziari europei, che impongono ben due Primi Ministri dalla certa fede globalista clintoniana, a tutela dei loro interessi in un paese a loro giudizio diventato troppo poco affidabile e ormai giunto nel punto più basso della sua rilevanza sullo scacchiere del potere mondiale.

            In Francia arriva Sarcozy, neofita nella lunga tradizione laica di lenta oscillazione tra sinistra e destra moderati, erede delle Presidenze dei De Gaulle, Pompidou, Mitterand e Chirac, spesso allievi della Ecole Nationale d’Administration (ENA), che scompone non solo molti equilibri mondiali ma anche francesi, oscillando dalla amicizia con Gheddafi alla sua uccisione, come dimostrerà la sua carriera non solo politica ma anche giuridica successiva. Si arriva ad un Macron, inseguito da scandali e capace di passare dal “no” alla partecipazione alla guerra per procura di Biden in Ucraina alla proposta di inviare truppe al fronte russo come ai tempi di Napoleone.

            Immersi in questo fallimento della ricerca di stabilità all’insegna di un dominio mondiale, l’occidente di cultura europea non si accorge che il mondo sta cominciando a passargli di fianco.

            In Cina, paese abituato a lentissimi movimenti in una gestione del tempo molto diversa dalla nostra, ove salvare la faccia è più importante della realtà dei fatti, era morto Mao Tse Tung. Dopo una brevissima fibrillazione prende il potere Deng Hsiao Ping, che dal 1977 aveva iniziato in sordina la sua lunga marcia di trasformazione di un paese distrutto e ridotto alla fame in una potenza mondiale dinamica. Non fa l’errore che faranno Gorbaciov e Yeltsin nel concedere libertà politica prima della libertà economica, mandando il paese allo sbaraglio, ma procede in modo ragionato, preciso, realista e confuciano. Non desidera vivere “tempi interessanti”, ma vuole stabilità nella trasformazione. Utilizza la propaganda ideologica maoista per mantenere saldo il potere politico e fare l’esatto contrario a livello civile ed economico. Crea una ragionevolmente libera di mercato e patrimoniale privata, protetta da una struttura sicura di potere, monolitica e stabile. Così la Cina arriva in sordina al 1991, pronta per aprirsi alle esportazioni, ma protetta contro l’arrivo dei capitali predatori finanziari, che vengono scientificamente limitati e in parte esclusi a favore dei soli investimenti economici produttivi. Una visione del tutto innovativa e, dimostratamente, di successo.

            In Russia nel 1999 Putin succede a Yeltsin, rimettendo faticosamente in piedi un paese distrutto dagli interessi di oligarchi e globalisti americani. La rinuncia all’esercizio del potere centrale sovietico, senza disporre di una alternativa funzionante politica e sopratutto in un paese del tutto ignaro anche dei minimi concetti di democrazia, fu, ovviamente, deleterio. La Russia, passata dalla autocrazia dello Zar alla dittatura del proletariato in pochi mesi, tra febbraio e novembre 1917, non possedeva nessuno degli strumenti intellettuali e pratici per una transizione diretta ad una qualunque di forma democratica. Le province sovietiche fuggono e diventano paesi autonomi, generalmente sotto la dittatura dell’ultimo potentato comunista reinventatosi Presidente, le proprietà statali vengono divise tra i funzionari di partito e persone di dubbia origine e il paese precipita in una crisi che lo rimuove dalla scena dei poteri mondiali. L’ascesa di Putin cambia drammaticamente lo scenario. In pochi anni riesce a ristabilire l’ordine interno, aumenta il tenore di vita senza cedere alla delinquenza e la Russia torna a pretendere di sedersi al tavolo dei grandi in pieno diritto, disturbando non poco il disegno globalista clintoniano. Sarebbe interessante esaminare sotto questa luce il conflitto ucraino, ma ci porterebbe lontano. Del resto è abbastanza intuitivo.

            Ultimo in ordine di tempo, nel 2001 Narendra Modi diventa presidente del Gujarart e nel 2014 assume il potere in India, interrompendo la lunga presa sul potere della famiglia Nehru, che con la figlia Indira Ghandi e il nipote Rajiv Ghandi hanno mantenuto l’India in una area geopolitica instabile e incerta, senza affrontare mai il problema identitario nato con la partizione forzata della nazione indiana in India e Pakistan nel 1947 da parte degli Inglesi, sempre fedeli alla massima del “divide et impera”. Modi avvia una politica autonoma indiana sia nelle scelte interne che sopratutto nel posizionamento internazionale esterno, portando in pochi anni l’economica della più grande democrazia mondiale al quarto posto dopo Stati Uniti, Cina e Germania.

            Il blocco occidentale, a guida statunitense, lungi dall’avere acquisito con la globalizzazione finanziaria e mercantile la supremazia monolitica mondiale, si trova così di doversi confrontare con tre maggiori potenze autonome, Russia, Cina ed India, circondate – come è naturale – da una serie di cespugli in più o meno rapida crescita come Brasile, Sudafrica e Indonesia.

            Se puliamo la storia dalla propaganda di parte e la riduciamo ad un semplice e pratico nucleo reale, possiamo dividere il tempo dal dopoguerra ad oggi in tre parti:

– La prima dal 1945 al 1991 con tempi stabili, dominati dal potere contrapposto di due paesi, entrambi di radice culturale occidentale europea.

– La seconda dal 1991 al 2024 con tempi sempre più interessanti, ad instabilità progressiva ma negata. In essa vediamo da una parte una profonda e crescente crisi identitaria americana ed europea immersa nel sogno del dominio globale finanziario e dematerializzato, e dall’altra la più o meno lenta ma progressiva ripresa della Russia, paese europeo, e di due paesi extraeuropei, ognuno caratterizzato da una sua propria autonoma e antica cultura: Cina e India.

– La terza in cui l’instabilità reale viene accettata ufficialmente. Essa parte dalla reazione popolare drammatica e da tempo covante sotto la cenere valoriale del nostro mondo occidentale, che si concretizza nella elezione di Trump in America, avvenuta con la  chiara e dichiarata finalità di fermare ed invertire la rotta globalista, rivelatasi antipopolare, autodistruttiva e non palesemente impraticabile. La richiesta di riassestamento, di chiarezza, di eliminazione delle coperture falsamente “vendute” come umanitarie, egalitarie, democratiche ma in realtà distruttive e destrutturanti, diventa prevalente.

            Così, piaccia o non piaccia, siamo ora entrati nella terza fase, strutturalmente instabile, ma anche dinamica, evolutiva, proiettata al futuro, della storia. Sono finiti sia il congelamento mondiale seguito agli accordi tra Roosevelt e Stalin a Yalta, che il sogno imperiale americano.

            Oggi il mondo ha quattro poli maggiori, USA, Cina, India e Russia, che per i prossimi decenni lotteranno per spartirsi le aree di influenza mondiale. Il mondo è tornato alla normalità della fluidità dei poteri, le gabbie imposte dopo le guerre mondiali sono saltate.

            Trump, Xi, Modi e Putin sono nomi con cui convivere e da portare al tavolo delle trattative, rispettosamente e con equità. Il cinema delle accuse reciproche, peggio ancora se irreali, moraliste o giustizialiste, che gettano fumo e nebbia sulla realtà dei poteri e degli interessi in gioco, serve solo a spingere questo tempo interessante verso il pericolo di guerre e conflitti armati. Il mondo non si governa con le parole, ma con i fatti, e oggi i fatti li fanno Xi,  Modi, Putin, e – dal 2025 – anche Trump.

            Nel mondo lo hanno capito ormai tutti, eccetto in l’Europa, ultimo rifugio dei globalisti. Orfani della protezione delle precedenti amministrazioni americane e ancora immersi nel sogno di fine novecento di un unico governo mondiale dominato dai loro interessi economici, si nascondono sotto il mantello pseudoumanitario  “woke” per nascondere la mentalità coloniale imperante. Siamo diventati un cortile di condominio dove si sono rifugiati litigiosi condomini che non si rendono conto che nella strada davanti al portone passa un mondo variegato, complesso, multipolare e del tutto disinteressato alle faccende condominiali. Ci perdiamo nella propaganda novecentesca di destra e sinistra, nel politically correct, nel green, nel gender e così via, quando il mondo vero, quello reale degli altri quattro, ha ormai archiviato le carte del novecento nei faldoni della storia.

            In questa Europa in caduta libera prevalgono ancora i “Signor No” nelle stanze del potere, gente che teme i tempi interessanti. Invece di essere come Robert Kennedy e vedere nei tempi interessanti una opportunità fatta di innovazioni, costruzioni, brevetti, ricerca, scienza, competizione e collaborazione libera con tutti, ci si arrocca dietro scrivanie polverose, piccoli interessi lobbistici e normative che dopo avere asfissiato l’economia hanno raggiunto il ridicolo. Preferiscono rischiare l’Unità Europea piuttosto che rinunciare al loro potere da retrobottega, minuto, contabile. Così ormai i popoli europei, insofferenti della oppressione normativa, dalla assurdità regolatoria, dalla censura e dal controllo ossessivo, mettono in dubbio la stessa Unione Europea, elemento invece essenziale per la sopravvivenza e capacità di competizione sullo scacciere mondiale del continente. E’ venuta l’ora di agire in modo diametralmente opposto: elimimnare regole e regolucce e concentrarci su pochi ma chiari punti di unione: Unione fiscale, unione in politica estera, unione nella tutela dei diritti civili e della libertà di parola. Dovremmo lasciarci indietro le paure riduzioniste da sapore pauperista-penitenziale medievale e tutti gli schemi politici arcaici morti del passato.

            L’Europa dovrebbe rispondere come il ministro degli esteri indiano Dr. Jaishankar alla domanda se era alleato con USA o Russia: “Siamo alleati con l’India”. Bene, l’Europa unita e autonoma, dovrebbe rispondere analogamente: “Siamo alleati con l’Europa”. Una Europa potenza forte e orgogliosa della propria cultura ed economia, projettata nel futuro e libera di giocare in modo indipendente e da pari su tutti i tavoli della geopolitica del secondo millennio. Un Europa capace di sedersi al tavolo degli altri quattro.

            Si, auguro a me ed a tutti di poter vivere in tempi interessanti. Nel senso di Robert Kennedy.

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