
Una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen, intesa a respingere l’attuale proposta di bilancio presentata dalla Commissione U, è stata firmata da Ppe, Socialisti, Renew e Verdi, le stesse forze politiche che nell’Europarlamento uscito dalle elezioni del 2024 ha votato per riconfermare Ursula von der Leyen a capo dell’esecutivo comunitario.
Nel testo, datato 30 ottobre e firmato tra gli altri da Manfred Weber, Iratxe García Pérez, Valérie Hayer e Terry Reintke, i capigruppo della cosiddetta “maggioranza Ursula” affermano che il Parlamento “non può accettare la bozza del bilancio Ue così come proposta dalla Commissione”.
Per avviare i negoziati, chiedono una proposta modificata, che rifletta “significativamente” le richieste già espresse in una risoluzione approvata dall’Eurocamera nel maggio 2025.
Il nocciolo del discorso si può già dedurre dalle prime righe: “Il Parlamento europeo respinge la proposta dei Piani di partenariato nazionali e regionali nella sua forma attuale e chiede una proposta modificata per avviare i negoziati”, fanno sapere i leader nella nota. Quello che si contesta alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen è la modalità di distribuzione dei soldi con il piano per l’agricoltura (PAC) e quello sulla coesione unificati insieme. Inoltre, i capigruppo denunciano una diminuzione del ruolo del Parlamento in grado di creare un deficit democratico e richiedono una maggiore severità per gli stati che non rispettano le regole.
Accuse già note ma riassunte questa volta in un’unica mozione d’intento. Il punto principale è la novità che l’organo esecutivo ha intenzione di introdurre: la centralizzazione nella distribuzione delle risorse. A questo i parlamentari rispondo con il rifiuto “di un’Unione à la carte’, dove ogni Stato gestisce autonomamente i fondi UE. Questo porterebbe frammentazione, perdita di solidarietà e distorsioni del mercato unico”.
L’idea portata avanti dalla presidente della Commissione è quella di semplificare e sforbiciare, modificando quella cinghia di trasmissione dei fondi da Bruxelles agli enti locali. Nel nuovo piano, il denaro non passerebbe più dall’Unione al territorio, ma dall’Unione ai governi nazionali. I soldi verrebbero distribuiti per buona parte attraverso il meccanismo “soldi in cambio di riforme” che taglierebbe fuori dalle decisioni il Parlamento. Ecco dove sta per i MEP il “deficit democratico”.
L’organo eletto richiede maggiore “coinvolgimento nell’approvazione e nella modifica dei piani nazionali”, con lo scopo di poter svolgere un ruolo di “controllo democratico e trasparenza”.
Il punto più politico, per i membri dell’Eurocamera, resta però quello relativo agli “inaccettabili” tagli (di circa il 20 per cento) ai fondi destinati all’agricoltura (PAC) e alla coesione, accorpati in un unico piano che “ne riduce l’efficacia”.





