
Dopo l’annuncio della firma di un’intesa che potrebbe portare ad una stabilizzazione della Striscia di Gaza e al determinarsi di un nuovo equilibrio tra Israele e palestinesi, l’esercito israeliano ha annunciato di aver avviato i preparativi e di aver definito un protocollo per ripiegare “presto” sulla linea della prima fase del ritiro da Gaza.
In una nota si legge che “l’esercito ha avviato i preparativi operativi per attuare l’accordo di cessate il fuoco e, nell’ambito di questo processo, sono in corso i preparativi e un protocollo di combattimento per raggiungere rapidamente le linee di schieramento modificate”.
L’esercito ha comunque assicurato che rimarrà schierato a Gaza ed è pronto a “qualsiasi sviluppo operativo”.
La proposta di tregua del presidente degli Stati Uniti Donald Trump prevede che l’esercito israeliano debba effettuare un ritiro iniziale da Gaza fino alla “linea gialla”, a una profondità di circa 1,5 chilometri nel punto più stretto e 6,5 chilometri nel punto più largo dalla linea di demarcazione tra Gaza e Israele.

Il ritiro deve avvenire prima di lunedì, giorno in cui Trump ha annunciato che le milizie di Hamas rilasceranno i 48 ostaggi, vivi e morti, ancora nelle loro mani.
Secondo il quotidiano Haaretz, questa prima fase del ritiro garantirà la localizzazione degli ostaggi trattenuti dal suo braccio armato, le Brigate Ezzedine Al Qassam, ma anche da altri gruppi, come la Jihad islamica. Il calendario delle altre fasi del ritiro delle truppe israeliane non è ancora stato reso noto. Una volta raggiunta la “linea gialla”, rimarranno presenti in circa metà dell’enclave (finora ne controllavano oltre l’80%).
Dopo aver annunciato l’accordo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha salutato lo sviluppo come qualcosa che va oltre la Striscia e annuncia la “pace in Medio Oriente”.
In un’intervista rilasciata a “Hannity” su Fox News mercoledì sera, Trump ha raccontato la sua telefonata con il primo ministro Benjamin Netanyahu dopo l’annuncio dell’accordo. “Ho parlato con Bibi Netanyahu poco fa – ha detto Trump – Mi ha chiamato. Ha detto: «Non ci posso credere. Ora tutti mi vogliono bene». Ho detto: «La cosa più importante è che stanno di nuovo amando Israele», e lo stanno facendo davvero. Ho detto: «Israele non può combattere il mondo, Bibi, non può combattere il mondo». E lui lo capisce molto bene. Quindi è incredibile come tutto si sia ricomposto”.
Il leader americano ha elogiato il “grande aiuto” dei membri della sua amministrazione nel portare a termine l’accordo, “da Steve Witkoff a Jared Kushner e Marco [Rubio], e abbiamo avuto tutti. JD [Vance], l’intero gruppo è stato semplicemente straordinario. E l’esercito è stato, come sapete, determinante nel portare a termine questo progetto. Abbiamo un esercito eccezionale con una leadership eccezionale. C’è voluto molto talento, te lo dico io. Ma c’è stata anche una certa dose di fortuna. Sai, ci vuole anche la fortuna. La fortuna esiste”.
“Il mondo intero – ha continuato Trump – si è unito, a dire il vero, così tanti Paesi che non ci avreste nemmeno pensato, e si sono uniti. Il mondo si è unito attorno a questo accordo, e direi che senza di esso, tutto questo non sarebbe successo. Così tanti Paesi a cui non avreste mai pensato hanno espresso i loro migliori auguri e il loro impegno a fare tutto il necessario. I Paesi limitrofi hanno tutti firmato, voglio dire, hanno firmato tutti, ed è stato, è stato davvero un periodo straordinario”.
Trump ha infine affermato che “questo è più di Gaza. Questa è la pace in Medio Oriente, una cosa incredibile”.
La questione è questa. La pace in Medio Oriente è raggiungibile solo se si chiude anche la partita con l’Iran, i cui leader hanno giurato la distruzione di Israele e, mentre la Repubblica islamica sostiene che il suo programma nucleare ha solo applicazioni civili, ha arricchito l’uranio a un livello superiore a quello necessario per uso civile e a un passo dal livello militare, poiché minaccia regolarmente di annientare Israele. L’Iran ha perso il suo braccio a est, ossia Hezbollah, ora completamente isolato dopo la caduta del regime siriano di Assad. Ora perde il suo braccio armato nella Striscia di Gaza. Rimangono gli Houthi e qui si evidenzia uno degli aspetti più significativi di questa fase di pace: il ruolo dell’Egitto.
La sede degli accordi è stata, Sharm El Sheikh, chiamata “Madinet Es-Salaam” (Città della Pace) per la sua storia di luogo di incontri e conferenze internazionali per la pace, in particolare nell’ambito della risoluzione dei conflitti del Medio Oriente. Gli accordi non sono stati firmati in Qatar e nemmeno in Turchia, le due nazioni legate ai Fratelli Musulmani e che hanno ospitato e difeso Hamas. L’indicazione dell’Egitto, guidato da Abdel Fattah al-Sisi, è una indicazione strategica sotto molti aspetti. Abdel Fattah al-Sisi è l’uomo che ha chiuso la parentesi voluta da Barack Obama delle Primavere Arabe che aveva consegnato l’Egitto ai Fratelli Musulmani. Sharm El Sheikh è ben più di una località turistica: è la porta aperta sull’Arabia Saudita, sul Mar Rosso e su Golfo di Aqaba, sul quale insistono Egitto, Israele, Giordania e Arabia Saudita.
Di fronte a Sharm El Sheikh è in costruzione la smart city saudita di Neom e nel golfo di Aqaba c’è il porto israeliano di Eilat.



Fare dell’Egitto il protagonista dell’accordo significa dare un segnale di distanza dai Fratelli musulmani e indicare un importante equilibrio che riguarda il Mar Rosso, Aqaba e il Canale di Suez, ossia una delle vie commerciali più importanti del pianeta. Trump, nel farsi promotore e garante degli accordi di Sharm El Sheikh si fa anche promotore e garante dei passi successivi. Un reciproco riconoscimento tra Arabia Saudita e Israele, facilitato dalla pace per Gaza, metterebbe sotto controllo degli Accordi di Abramo il Mar Rosso, Aqaba e il Canale di Suez.
Se il piano di pace proseguirà come è previsto, l’Arabia Saudita e forse anche la Giordania potrebbero assicurarsi uno sbocco sul Mar Mediterraneo con il porto di Gaza che sarà costruito.
Inoltre, un’estensione degli Accordi di Abramo darebbero il via alla via del Cotone.
Il progetto della “Via del Cotone”, a carattere multilaterale, dal punto di vista degli Usa vuole essere un’alternativa alla cinese “Via della Seta”.
Il progetto è stato delineato in occasione del G20 che si è svolto in India, a New Delhi il 10 settembre 2023. In quell’occasione India, Stati Uniti, Unione Europea, Francia, Germania, Italia, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti hanno sottoscritto un memorandum d’intesa per un corridoio India-Medio Oriente -Europa (Imec).
Il progetto punta a svilupparsi su due canali principali. Il primo, ferroviario, tra l’Europa e il Golfo (Emirati, Arabia Saudita, Israele, Giordania). Il secondo, portuale, tra India e Golfo. Il progetto è stato adottato dalla Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII), un’alleanza creata dal G7 nel 2022, e dal Global Gateway dell’Ue, che ha destinato una spesa fino a 300 miliardi di euro per investimenti sulle infrastrutture all’estero tra il 2021 e il 2027. Il progetto ha una rilevanza strategica per l’Italia, il cui porto di Trieste potrebbe essere la porta verso l’Europa.

Se si considera che la Siria è, per la parte che era di Assad, è sotto il controllo turco e che il Libano è ormai sotto controllo Usa, la fine del conflitto israelo-palestinese è ben più che la pace a Gaza: è l’avvio di un nuovo equilibrio medio-orientale che interessa l’intera area del Mediterraneo.





