di Valter Vecellio
In palio, non ci sono bruscolini. In autunno si voterà in sette regioni: Calabria, Campania, Marche, Puglia, Toscana, Valle d’Aosta, Veneto. Sarà anche un test elettorale di rilevanza nazionale, considerato peraltro che coinvolge circa diciotto milioni di cittadini. Si misurerà anche lo stato di salute di maggioranza e opposizione.
Qual è lo spettacolo che si presenta all’elettore? Sostanzialmente desolante. I candidati, anche quando sono espressione delle locali realtà, sono il frutto di contese e faide intestine, contrattazioni, veti, scelte di vertice.
Sarebbe giusto pretendere che ogni partito si sforzasse di offrire il meglio di sé: puntigliosi resoconti su quello che si è fatto; spiegazioni del perché non si è riusciti a mantenere quello che era stato promesso; cosa si intende fare.
Nulla di tutto ciò. Si assiste piuttosto a feroci dispute sui candidati all’interno delle stesse coalizioni.
È uno stagionato “cacicco” (così l’ha definito la segretaria del Partito Democratico) come Vincenzo De Luca a indossare i panni del ragazzino che grida la nudità del re.
Il ruvido presidente della regione Campania mal digerisce che al suo posto, come candidato del centro-sinistra, sia stato scelto il grillino Roberto Fico.
Lo stesso intervistato da Marianna Aprile e Luca Telese su la 7, pone la questione vera: qual è la concreta proposta politica di Schlein e del suo “campo”, da opporre a Meloni è al destra-centro?
Non la conosce; quel che è peggio non la conosce neppure l’elettore: è qualcosa, dice, simile all’araba fenice cantata da Giovan Battista Marino.
Stupirsi poi se ancora una volta le urne saranno disertate in massa?
Purtroppo è quello che la “spartitocrazia” sotto sotto desidera.




