
Shanghai Cooperation Organization (Sco) è un nome che abbiamo imparato a conoscere – in questi ultimi giorni in cui continua l’immonda strage a Gaza – anche se l’organizzazione esiste da quasi un quarto di secolo, che già nel 2017 aveva segnato un salto di qualità con l’ingresso di India e Pakistan. Erede dello “Shanghai Five Group”, nato nel 1996 come trattato di fiducia militare fra Cina, Russia e alcune repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, ha sempre rivendicato un mondo multipolare, fin dalla dichiarazione del 1997 firmata da Boris Eltsin e Jiang Zemin.
Ma con il recente ultimo incontro esso sembra evocare un nuovo “ordine mondiale”, fondato sulla dialettica tra gli Stati Uniti da una parte e l’asse economico e militare tra Russia, Cina e India, che rappresenta assieme agli altri paesi partecipanti all’alleanza (tra cui Corea del Nord, Iran, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan), quasi metà della popolazione mondiale e un quarto del Pil globale e che esprime la volontà di archiviare il ruolo del Sud del Mondo quale “maggioranza silenziosa”, mentre l’Europa diventa sempre più marginale nello scenario geopolitico.
Gli Stati Uniti di Trump e la nuova alleanza che sembra essere nata a Shanghai appaiono accumunati dalle tendenze politiche del populismo e del nazionalismo. Essi invocano il “popolo sovrano” contro le élites finanziarie, economiche, burocratiche e, in generale, le nomenklature politiche e sindacali, oltre che i controlli di un a magistratura autonoma.
Una tendenza autocratica contrapposta alla democrazia rappresentativa, che si definisce anche come “popolocrazia”, poiché il “demos”, il principio della cittadinanza, titolare di diritti e doveri, è combattuto in nome del “popolo” quale comunità indistinta ma unita dai confini e dai “nemici”: l’establishment, gli stranieri, i “diversi”.
D’altronde, lo storico e sociologo francese Pierre Rosanvallon ha opportunamente osservato che il populismo “radicalizza la democrazia di sorveglianza, la sovranità negativa e la politica come giudizio”. Populismo da cui non è immune l’Europa.
E in Europa, i soggetti politici populisti sono “proteiformi”, in grado di “adattarsi al malcontento popolare”, che vive l’angoscia degli attentati terroristici dell’integralismo islamico, della grande migrazione che viene dall’Africa e dal Medio Oriente, insieme alla crisi economica prodotta dalla fine della globalizzazione provocata anche dai dazi americani e dal conflitto russo-ucraino, alimentando l’insicurezza sociale.
I politologi Ilvo Diamanti e Marc Lazar nel volume “Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie” del 2018, affrontano il fenomeno dei populismi non solo come una minaccia per la democrazia liberale e rappresentativa, declinandoli come la manifestazione stessa di un problema al suo interno, con da una parte la disaffezione dei cittadini nei confronti delle istituzioni e dall’altra l’aspirazione a un rinnovamento, all’elaborazione di altre e più moderne forme di partecipazione più adatte al tempo della digitalizzazione.
Ed in questo contesto gravido di incertezze e rischi è chiara la crisi della sinistra a livello globale e, in particolare, dei partiti socialisti e socialdemocratici, con l’abbandono della tutela dei ceti più deboli in nome del mercato, a partire dalla cosiddetta “Terza via” di blairiana memoria, poi importata in Germania dalla Spd di Schroder e dall’Ulivo prodiano in Italia a suo tempo. Una politica più di recente integrata con la cultura gender, con una visione però, in Europa, a sostegno del riarmo, che riecheggia il voto per i crediti di guerra delle forze socialiste alla vigilia della Prima guerra mondiale.
E, così, i cittadini, come negli anni Venti e Trenta del ‘900, sono sempre più attratti dalle sirene dei leader autocratici e dal populismo.
Serve una sinistra che recuperi la tradizione politica e l’azione programmatica del socialismo riformista del secolo trascorso, welfare state con sanità e istruzione gratuite, riforme pensionistiche espansive, fisco redistributivo verso il basso per aumentare le retribuzioni, per rilanciare la cittadinanza sociale quale antidoto al populismo autocratico intriso dei miti, vecchi e nuovi, dell’”uomo forte”, della Nazione, del militarismo e del tecnocapitalismo, recuperando la cultura europea della seconda metà del Novecento basata sui valori di pace, di giustizia sociale, di libertà.





