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PUTIN E IL BERSAGLIO LEGITTIMO

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L’affermazione di Putin: ”qualsiasi truppa straniera in Ucraina sarebbe un bersaglio” va letta su due piani: Militare-strategico: segnala la linea rossa di Mosca. La Russia considera l’Ucraina non un terreno neutro, ma parte della propria sfera di sicurezza strategica. La presenza di truppe NATO (anche se formalmente per “garanzia di pace”) equivarrebbe, secondo il Cremlino, a una minaccia diretta. Politico-psicologico: l’avvertimento è anche un messaggio dissuasivo rivolto a Parigi, Berlino, Roma e agli altri “volenterosi”.

L’idea è rendere chiaro che un simile passo comporterebbe non un “raffreddamento” della guerra, ma un suo salto qualitativo. Questo approccio è coerente con la dottrina russa: qualunque ampliamento della presenza militare occidentale ai suoi confini viene interpretato come espansione ostile, non come garanzia di equilibrio.

È interessante notare come Putin affermi da un lato di essere “aperto al dialogo”, ma dall’altro neghi la possibilità di un accordo, attribuendo la responsabilità a mancanza di volontà politica, ostacoli legali e assenza di fiducia. In realtà, questa ambiguità serve a spostare il peso della colpa sull’avversario. Mosca si mostra formalmente “disposta” a trattare, ma nel concreto pone condizioni impossibili (rinunce territoriali da ratificare via referendum ucraino).

Sul piano narrativo, questo permette al Cremlino di dire al proprio pubblico interno: “noi volevamo la pace, ma l’Occidente e Kiev ce l’hanno impedita”.

Zelensky, dicendo che potrebbero esserci “migliaia di truppe occidentali”, rafforza l’immagine di un’Ucraina che non è sola e che può contare su garanzie concrete. Ma il tono è volutamente sfumato: “è ancora presto per parlarne”. È un messaggio di deterrenza a Mosca: non pensate che l’Occidente vi lascerà mano libera. È anche un messaggio di fiducia verso l’opinione pubblica ucraina: dopo tre anni e mezzo di guerra devastante, serve mostrare che gli alleati non abbandonano Kiev.

Eppure, Zelensky sa bene che l’invio massiccio di truppe straniere significherebbe un cambiamento drammatico della natura del conflitto. Per questo l’annuncio resta più una proiezione che un impegno concreto. Il monito di Trump: “o pace o inferno”. L’intervento di Trump aggiunge un terzo livello di complessità, rivendicando il ruolo americano come garante finale: “aiuteremo Kiev, faremo qualcosa”, ma allo stesso tempo scarica parte dell’onere sugli europei (“l’Europa sarà la prima”).

Il linguaggio apocalittico (“sarà l’inferno”) è tipico della retorica trumpiana, ma riflette una verità: una guerra congelata, con truppe occidentali schierate direttamente in Ucraina, rischierebbe davvero di sfociare in un conflitto diretto Russia-NATO. Trump, pur con toni populisti, intercetta un punto sensibile: la stanchezza occidentale verso un conflitto lungo e logorante, e la necessità di una via d’uscita che non precipiti l’Europa in un baratro.

Ciò che emerge è un gioco a incastri tra potenze. La Russia: vuole consolidare i territori occupati e impedire che l’Ucraina entri nella NATO. L’Ucraina vuole sopravvivenza, riconquista territoriale e garanzie di sicurezza. L’Europa è divisa tra il sostegno a Kiev e la paura di un’escalation incontrollabile. Gli USA oscillano tra il sostegno militare e la pressione interna (costi economici, opinione pubblica).

Il risultato è una situazione ambigua: tutti parlano di pace, ma i movimenti militari e retorici puntano a rafforzare le proprie posizioni negoziali, non a cedere. La dichiarazione di Putin ribadisce che l’Ucraina non è un terreno neutro, ma il cuore di una competizione geopolitica. Zelensky spinge sull’idea di una protezione occidentale per mantenere alta la fiducia interna, ma il rischio è alimentare aspettative che l’Europa non può (o non vuole) mantenere pienamente. Trump, con la sua visione pragmatica e populista, sembra voler trasformare la guerra in un dossier di pressione sia sugli europei che sui democratici americani, presentandosi come il “pacificatore possibile”. Il conflitto si trova quindi in una fase di equilibrio instabile: con abbastanza fuoco per restare acceso, ma troppa paura perché divampi in uno scontro diretto tra Russia e NATO.  

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  • Redazione

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