Home Cultura GLI ANTICHI VIAGGIATORI DEL CIELO DA CUI VIENE LA TAVOLA PITAGORICA

GLI ANTICHI VIAGGIATORI DEL CIELO DA CUI VIENE LA TAVOLA PITAGORICA

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Vittoria Molinari Fornari: «Le mie radici culturali non hanno germogliato negli studi delle filosofie europee; sono partita da molto più a oriente. Poi, quando sono uscita da quelle organizzazioni chiuse, mi sono guardata attorno e mi sono domandata: ma la tradizione, qui, che cosa ha raccontato? Nelle persone che mi avevano colpito, e che facevano parte di filosofie di questa Europa, ho trovato tante di quelle similitudini, rispetto all’Oriente, tante di quelle “armoniche” che mi hanno permesso di comprendere una cultura attraverso gli insegnamenti dell’altra. Il comune denominatore di tutte le culture con cui io sono entrata in contatto? Si rifacevano tutte alla sapienza della natura, alla sapienza del ritmo».
«Nella natura, non esistono i numeri: esistono i ritmi. Certo, c’è chi cita ancora oggi l’importanza di certi schemi numerologici caldaici. Ora, il sistema di conteggio dei caldei era sessagesimale, perché loro erano “viaggiatori del cielo” (così si autodefinivano). Come tutti gli astronauti, i “viaggiatori del cielo” lavorano nel sessagesimale, nel 360; la popolazione mesopotamica andava al mercato con un corda con 36 nodi, non certo con il 10: non erano pitagorici. Pitagora è arrivato dopo, passando dall’India: era l’India, infatti, ad avere il sistema decimale (e gli indiani erano altri “viaggiatori del cielo”; se qualcuno ha dei dubbi si legga il Ramayana, che ci racconta come questo o quello, con la sua astronave, raggiungeva i suoi amici sulla Terra)».
«Il sistema in cui noi stiamo ragionando è ancora sessagesimale (calcoliamo in tempo usando il 60: infatti 60 minuti fanno un’ora, 90 gradi fanno un angolo retto), mentre i conti li facciamo decimali, usando la sapienza pitagorica, per esempio nelle tabelline a cui ricorriamo tutti giorni. Se però andiamo in un giardino, scopriamo che da nessuna parte, su nessuna foglia, vediamo disegnato un numero (o dei gradi). I numeri sono un’astrazione: non fanno parte della natura di questo pianeta. I cicli sì, invece: i ritmi. Abbiamo un piccolo ciclo, dato dalla Luna. Abbiamo un grande ciclo, che è dato dal Sole. E abbiamo un ciclo ancora più vasto, segnato dalle stelle fisse, che conosciamo come “levate eliache”, osservate già anticamente: perché anch’esse, oltre ai solstizi e agli equinozi, cambiano l’energia della stagione».
«I numeri che noi chiamiamo “arabi” vengono dai caldei (quindi dalle popolazioni sumere e fenicie), ma in realtà erano i numeri dell’antica India vedica, poi portati in giro per il mondo dagli arabi; per questo li chiamiamo “numeri arabi”, anche se originariamente non lo erano. Gli indiani usavano proprio quei numeri per tracciare dei quadrati magici, da cui Pitagora imparò a fare quello che gli egizi chiamavano camee, cioè strutture numeriche e fonetiche; lui infatti ce ne ha lasciata una bellissima, che noi chiamiamo “tavola pitagorica”. Tra i numeri disposti in quadrato, come sappiamo, possono generarsi delle relazioni molto interessanti. Ma non dobbiamo mai perdere di vista che questa sapienza non nasce dall’astrazione numerica: nasce dall’osservazione dei cicli naturali in cui siamo immersi, da cui dipende anche il nostro benessere fisico».

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