
di Piero Di Nepi
“La man degli avi insanguinata seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno coltivata col sangue; e ormai la terra altra messe non dà.”. Alessandro Manzoni pubblicò nel 1822 la tragedia dedicata alla guerra che pose fine al dominio dei longobardi in Italia. Sono queste le ultime parole di Adelchi morente, di fronte al padre prigioniero e al vittorioso Carlo Magno. Il luogo comune vuole segnata dal pessimismo totale, ma filosofico, la poetica di Giacomo Leopardi. Fu invece Manzoni il profetico, visionario testimone di un pessimismo radicato nella condizione umana e nell’analisi impietosa della realtà storica.
La terza guerra civile d’Europa ha avuto inizio 108 anni dopo la prima del 1914. Il nostri grandi avrebbero fissato gli occhi sull’orrore, unico modo per uscirne. Ci restano però, appunto per dirla con Manzoni, i mediatici Don Gonzalo di stampa e TV, ovvero il governatore di Milano e comandante in capo che alla fine trovò noiosi la guerra d’assedio su Casale Monferrato. Dunque tornò a palazzo. Poi subì un processo a Madrid, ma si lasciò dietro la peste del 1630.
Non abbiamo purtroppo intellettuali e scrittori come l’autore de “I promessi sposi”, capace di guardare ai fatti oltre il velo del giudizio sommario. Gli untori della Colonna Infame oggi tali rimarrebbero, affidati al pubblico linciaggio in qualche talk show. La storia della nostra Europa è ripetitiva, non ha insegnato nulla. Dunque i grandi scompaiono inascoltati, e in circostanze tristi: come Pierpaolo Pasolini, come Primo Levi.
Oggi soltanto i militari cercano di far arrivare alle pubbliche opinioni la percezione oggettiva di questa guerra, rischiando peraltro l’accusa di propaganda putiniana. Gli aggressori si sono trincerati al riparo di tre o quattro linee fortificate, micidiali, profonde forse trenta km. E’ il metodo di von Falkenhayn nell’autunno del 1914. Sperano nel logoramento irrimediabile degli ucraini che tentano l’offensiva, troppo annunciata per essere davvero strategica. Di fatto lo Stato Maggiore di Kiev non ha una tattica che possa risultare efficace nell’arco di un tempo ragionevole.
Sulle orme infauste di Luigi Cadorna e delle sue 12 Battaglie dell’Isonzo, si è evidentemente deciso di perdere uomini, e adesso anche donne e ragazze, in attacchi frontali nell’attesa del collasso politico del nemico. Cadorna non spiegò mai nulla al governo, fallì con il prezzo di centinaia di migliaia di caduti e mutilati, e fu infine relieved dopo Caporetto.
Dunque dovrebbe essere chiaro anche per l’informazione italiana, ormai la sola nel mondo che per misteriose ragioni finge di credere a “narrative” smentite purtroppo con il sangue sparso su 800 km di fronte, cui potrebbe aggiungersi una manovra di Putin dalla Bielorussia. Inoltre, come i prussiani della Grande Guerra con il cannoneggiamento di Parigi nel 1918 –da 120 km di distanza, e con artiglierie che oggi non si saprebbero replicare– i generali moscoviti si dedicano attualmente anche a diffondere il terrore tra i civili.
La tattica ucraina produce purtroppo perdite elevate, ma in compenso vorrebbe salvaguardare la strategia. La quale è esattamente quella ribadita dal ministro degli esteri Dmytro Kuleba: il governo del presidente Zelensky crede fermamente nell’obiettivo di liberare l’Europa dalla minaccia del gigante russo sui confini orientali. Putin va considerato il nuovo zar che vorrebbe di nuovo un impero esteso dal Mar Baltico all’Oceano Pacifico, ma a Kiev sono pronti a tutto per impedirlo. Anche al rischio nucleare, e anche sapendo benissimo che le atomiche tattiche o “di teatro” non esistono nella realtà, in quanto la potenza minima equivale almeno al triplo dei kiloton detonati nel 1945 su Hiroshima e Nagasaki.
Kuleba inoltre non appare preoccupato dalle conseguenze di una eventuale e definitiva disgregazione della Federazione Russa. Se la Cina dovesse annettere malvolentieri la Siberia per prevenire il caos, secondo il ministro gli Stati Uniti e l’Unione Europea si limiterebbero ad un tranquillo wait and see in attesa di altri sviluppi. Insomma, tradotto nel linguaggio del bar dello sport, è un problema loro, non dell’Ucraina libera e integra.
Azzardo qualche considerazione conclusiva. Come in tutti i conflitti armati, dobbiamo registrare effetti all’inizio imprevisti, sui quali si spargono cortine fumogene. Anzi non se ne parla proprio. Se qualcuno propone opinioni non in sintonia con certi titoli e certi editoriali (di pochi lettori, comunque) viene messo in ridicolo perché sprovvisto forse di laurea in economia e non al corrente della geopolitica ufficiale.
Dunque sarebbe da incompetenti affermare che l’inflazione deriva dalla guerra, che le classi a basso o medio reddito sono impoverite, che la forbice tra pochi ricchi e molti poveri si aggrava in conseguenza, e che perfino i disordini d’oltralpe trovano la spinta di chi ha ben poco da perdere. Sospetta però che sostenere il flusso delle armi ha un costo, e non lo pagano certamente ai piani alti di Avenue Foch.
Il resto del mondo è ormai del tutto disinteressato ai fatti d’Europa. Internet rende accessibili siti e prime pagine, dove la guerra è di fatto scomparsa: in Sudamerica, in Australia, in Asia, in Canada e ormai anche negli USA. Però chi vuole seguire il flusso dei soldi, allora trova la guerra. Però ben nascosta. La nuova battaglia del grano ha un vincitore, e cioè il Canada. Qui da noi si scrive solo della nebbia rossa prodotta dagli incendi, però due inverni mitissimi hanno moltiplicato la produzione, che qualcuno compra per tenere tranquille le grandi città dell’Africa e del mondo arabo-islamico.
Il grano ucraino non transita certo negli Stretti di Erdogan. Si muove in ferrovia, anche se ovviamente i trasporti militari hanno la precedenza. Da notare che costa poco, e quindi i vicini di Zelensky hanno bloccato le importazioni per non danneggiare i propri agricoltori. Ne arriva molto in Italia, e quindi si può spiegare così il rallentamento della spirale dei prezzi sempre sensibili di pane e pasta qui in casa nostra. Altro che i poveri africani affamati per il blocco dei porti. Mi piacerebbe essere smentito, farei volentieri l’autocritica.





