
di Lucio Leante
Tutto lascia pensare che vi sia una “tessera mancante” nel mosaico del processo di pace che Trump e Putin – a quanto è dato di sapere- hanno disegnato per l’Ucraina. E questa tessera mancante è un necessario cambio di regime al governo di Kiev. Senza quella tessera mancante il mosaico non si tiene. E la pace rischia non solo di non essere duratura, ma anche di coinvolgere europei ed americani in un nuovo conflitto molto più pesantemente di quanto non abbia fatto negli ultimi tre anni.
Semplificando, quel mosaico si compone delle seguenti grandi tessere: cessione di fatto (e forse anche di diritto) alla Russia delle quattro regioni del Donbass, rinuncia definitiva all’ingresso di Kiev nella Nato, garanzie di sicurezza all’Ucraina analoghe a quelle dell’articolo 5 della Nato. Queste ultime sarebbero fornite dagli europei “in prima linea” (come ha specificato Trump) con il sostegno esterno americano (promesso dallo stesso presidente americano).
Le garanzie di sicurezza sono il vero punto critico del mosaico.
Innanzitutto bisogna ricordare che lo stesso articolo 5 del Trattato istitutivo della Nato, pur prevedendo che u’aggressione contro uno degli stati, venga considerata come un’aggressione contro ciascuno, non prevede l’obbligo automatico di un intervento militare a sostegno dell’aggredito.
Ciascuno degli stati contraenti resta libero di decidere quale forma di assistenza intenda fornire (inclusa quella dell’intervento militare) all’aggredito. Anche per questa ragione quella formulazione del famoso art.5 ha lasciato sempre sussistere dubbi tra gli europei che gli americani, alla prova del fuoco di un’aggressione sovietica, sarebbero davvero intervenuto a difesa degli europei esponendo al rischio di un attacco nucleare le loro città per tutelare l’integrità territoriale e l’indipendenza di uno o più stati europei. “Gli americani rischieranno la distruzione di New York e Washington per salvare Parigi, Berlino o Roma?” – era la domanda inespressa che ci si poneva nei corridoi dei paesi europei.
Per attenuare quei dubbi gli europei pretesero che gli americani mantenessero in Europa loro basi militari con un nutrito numero di soldati americani che fungevano in un certo senso da “ostaggi” a garanzia della protezione americana sull’Europa.
Ma c’è anche un’altra faccia della medaglia di quell’art. 5. Gli stati membri della Nato, (in primo luogo gli americani, ma non solo loro) con quella formulazione hanno voluto mantenersi le mani libere anche per scoraggiare eventuali provocazioni di uno di loro ai danni di un paese terzo generando l’aggressione da parte di quest’ultimo. Anche se bisogna aggiungere che a quei tempi, anche se si usciva da un periodo tenpestoso di guerre civili europee, appariva abbastanza remota l’ipotesi di nuove provocazioni da parte di paesi usciti in macerie dal II conflitto mondiale. E tuttavia la Germania, uscita umiliata dalla guerra sulla quale, anche per questo, si addensavano ancora pesanti sospetti, rimase compleamente smilitarizzata ed esclusa dalla Nato fino al 1953.
Per tornare ai nostri giorni cos’è che non torna nel mosaico del negoziato di pace disegnato da Trump e Putin ed in particolare nella proposta di una garanzia di sicurezza euro-americana sulla falsariga dell’art. 5?
Non torna il fatto che il possibile accordo di pace sarà inevitabilmente percepito dalla classe dirigente attuale ultra-nazionalista ucraìna (e da una parte della sua popolazione) come un’umiliazione nazionale per via della amputazione dell’integrità territoriale e come una violazione della sovranità nazionale per via del divieto di adesione alla Nato. Si tratta di una classe dirigente ultranazionalista che ha cercato, soprattutto dopo il colpo di piazza del gennaio 2014, di costruire una nuova identità nazionale ucraìna sul rinfocolamento di vecchi rancori e risentimenti anti-russi (risalenti all’holodomor dei tempi di Stalin) e su una accesa propaganda e pedagogia apertamente russofoba.
Se quella classe dirigente ultra-nazionalista restasse al potere a Kiev non potrebbe che soffiare sul fuoco del revanscismo e tentare, con azioni anti-russe aperte e coperte (non escludendo nemmeno operazioni false flag), la strada avventurista di una ripresa del conflitto cercando di provocare una reazione russa. L’ipotesi è aggravata dal fatto che l’Ucraìna, grazie agli aiuti militari ricevuti finora e che si appresta a ricevere dagli europei è praticamente il paese dotato delle forze armate più attrezzate e più addestrate d’Europa.
In caso riuscisse a riattivare in qualche modo il conflitto. il governo di Kiev farebbe appello alle garanzie di sicurezza promesse dagli europei e questi si dovrebbero sentire (quasi) obbligati a intervenire in soccorso dell’alleato “aggredito”, ancora più pesantemente (forse anche con l’invio di truppe sul terreno) di quanto non sia vvenuto negli ultimi tre anni. In ogni caso le opinioni pubbliche europee si dividerebbero ancor più di quanto non si siano divise in quegli stessi tre anni.
L’Ucraina diverrebbe nei prossimi anni e forse per decenni un bubbone permanente, fomite di un pericoloso conflitto, capace di evolvere in una nuova guerra generale (e persino nucleare) in Europa (oltre che una fonte di dissanguamento delle finanze europee).
Per le stesse o analoghe ragioni è letteralmente folle la proposta dell’indefinibile presidente francese, Macron, di inviare già all’indomani di un eventuale accordo di pace (o forse anche subito?) una forza europea di peacekeeping o di “rassicurazione”. È un’ipotesi demenziale, basata su una teatrale paranoia rispetto ad una presunta minaccia russa incombente, respinta come insensata non solo dal governo italiano, ma ora anche, per fortuna, da quello inglese e da quello tedesco.
La conclusione è che il mosaico negoziale di Trump e di Putin può produrre una pace durevole alla condizione che l’attuale dirigenza ucraìna lasci il campo al più presto e in qualche modo ad una classe dirigente moderata né filo-russa né pregiudiizialmente e conflittualmente anti-russa. Non a caso Putin, tra le condizioni per la pace, ha chiesto che anche la lingua russa torni ad essere una delle lingue ufficiali in Ucraina. La questione della lingua ha oriiginato nel 2014 il conflitto nel Donbass e riassume simbolicamente l’intero conflitto russo-ucraino.
L’Ucraina non può continuare ad essere, nell’era Trump, l’avamposto antirusso del famnmtasma dei neocon americani che miravano, con Biden, ad un cambio di regime a Mosca come prodromo di una disgregazione della Federazione russa. Con Trump la fase neocon va completamente sepolta anche in Ucrina, insieme con la agitazione della minaccia russa acnhe in Europa. Gli europei devono prenderne atto. Ne va della pace e della sicurezza in tutta l’Europa.
L’attuale dirigenza ucraina deve andarsene non solo perché ha perso la guerra, ma soprattutto perché è essa stessa una fonte di conflitto e di insicurezza in Europa. Gli europei devono comprenderlo e farsene una ragione, smettendo di sfruttare il conflitto ucraìno per sostenere ambizioni nazionali e personali.





