Le dichiarazioni dell’ambasciatore russo in Italia, Alexei Paramonov, rappresentano un chiaro esempio della propaganda diplomatica russa, che si muove su coordinate precise: delegittimare l’Occidente, dipingere la Russia come vittima e seminare sospetti interni tra alleati.
Il suo attacco all’Italia come Paese “non affidabile” è solo l’ultima manifestazione di un clima politico e diplomatico ormai segnato da fortissime tensioni ideologiche, culturali e strategiche.
Perché la Russia accusa l’Italia di essere “non affidabile”?
L’Italia è uno Stato fondatore della NATO e un alleato strategico degli Stati Uniti, soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Questo implica l’adesione alle sanzioni contro la Russia e l’invio di aiuti militari e umanitari all’Ucraina.
Come pure posizionamenti politici coerenti con la linea euro-atlantica, anche in contesti come ONU, UE e OSCE.
Questi comportamenti sono visti da Mosca come “ostili”, a prescindere dalla misura e dai toni con cui vengono espressi.
Non è questione di “moderazione” o meno. Per la Russia putiniana, chi non si schiera con lei, è automaticamente contro di lei.
La Retorica del “tradimento” e del doppio standard Paramonov accusa l’élite italiana di essere russofoba e ucrainofila, ma è un’accusa strumentale. In realtà si vuole screditare qualsiasi appoggio all’Ucraina dipingendolo come fanatismo ideologico.
Come pure si assimila la solidarietà verso Kiev a una “malattia”, giocando su una retorica già usata dalla Russia: quella dell’Occidente “decadente, corrotto e manipolato”.
Qual è la reale posizione dell’Italia verso la Russia di Putin?
L’Italia ha storicamente intrattenuto rapporti positivi con Mosca, sia in ambito culturale che commerciale (basti pensare alla partnership energetica con ENI o gli scambi culturali e universitari). Tuttavia, con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, quel rapporto si è necessariamente raffreddato.
Pur mantenendo toni più cauti rispetto ad altri Paesi (come Polonia o Paesi Baltici), l’Italia ha seguito la linea euro-atlantica, votando a favore delle sanzioni.
Ha sostenuto l’integrità territoriale dell’Ucraina. Ha interrotto molte collaborazioni con Mosca (in ambito energetico, accademico, culturale).
L’Italia, in ogni caso, non è un attore isolato fa parte dell’UE e della NATO.
Il suo “blocco” nei confronti dei rapporti ufficiali con la Russia è coerente con le decisioni multilaterali, in quanto la Russia è considerata un aggressore.
Il dialogo politico è stato sospeso in molti ambiti. Qualsiasi apertura diplomatica unilaterale sarebbe una violazione della coerenza tra alleati.
“Russofobia” e “ucrainofilia” appaiono pertanto come una narrazione inquietante. L’uso di metafore virali (“dopo il Covid, la russofobia”) serve a ridicolizzare e patologizzare la posizione italiana (come se sostenere Kiev fosse una forma di isteria collettiva). Al di là della necessità di isolare i possibili interlocutori interni che non condividono la linea antioccidentale (accusati di “non volersi contagiare”).
Demonizzare il pluralismo democratico e presentare le società occidentali come irrazionali e manipolate è una modalità retorica, tipica della diplomazia putiniana post 2014 (da Crimea in poi), in cui il Cremlino non accetta critiche esterne e ribalta la responsabilità del deterioramento delle relazioni sull’altro.
Per la Russia, fiducia” significa disponibilità a riconoscere la sua visione del mondo, e cioè che l’Ucraina è parte del suo “spazio vitale”, che la NATO è un’organizzazione aggressiva e ostile e che l’Occidente è in decadenza morale e politica.
Nel momento in cui l’Italia anche con prudenza rigetta questa visione, viene automaticamente considerata inaffidabile.
L’ambasciatore russo non cerca un dialogo cerca di intaccare la coesione interna dell’Occidente, spingendo sugli elementi più ambigui della politica italiana (dai simpatizzanti filorussi a certi ambienti euroscettici o anti-Nato).
In risposta, la posizione italiana è saldamente ancorata alla difesa del diritto internazionale e della libertà dei popoli non è né russofoba né dogmaticamente “ucrainofila”.
È una posizione di principio, che nasce dalla consapevolezza che l’invasione dell’Ucraina è una violazione dell’ordine internazionale.
La diplomazia ha senso solo se c’è reciprocità. Fidarsi di chi invade e manipola è un errore storico che l’Europa ha già commesso.




