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SORVEGLIANZA TOTALE, LA METROPOLIS MODERNA

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            Nel 1927 uscì in Germania un film destinato a entrare nella storia del cinema come monumento della fantascienza espressionista, drammatica, epica e visionaria. Col titolo Metropolis viene realizzato dal regista Fritz Lang su storia e sceneggiatura della moglie Thea von Harbou, ispirati dalla visione di New York durante una visita. Esso descrive il mondo del prossimo nostro 2026, cento anni esatti dopo la stesura del testo della storia, come raccolto in una grande città-fabbrica, una metropoli appunto. Nel film gli uomini sono divisi in due classi con da una parte una massa informe, sfruttata, controllata e strettamente governata da un potere totale rappresentato dall’industriale proprietario della fabbrica-stato, Joh Federsen.     Chaplin riprenderà il tema 10 anni dopo nei suoi “Tempi Moderni” in un’ottica più pratica di satira sociale contemporanea. Due elementi dominano il pensiero del film: da una parte una tecnologia diventata disumana, utilizzata a sfruttare l’uomo al massimo con l’aiuto del controllo totale, capillare e minuzioso che questa tecnologia permette di esercitare. Tramite le macchine l’uomo stesso diventa macchina: preciso, prevedibile e normato. Ogni suo momento, ogni espressione vitale sono registrati e vengono manipolati e costretti in uno schema finalizzato ad una cosa soltanto: l’efficienza produttiva. Quando il figlio del proprietario Feder Federsen, nella ricerca di capire meglio, vuole mescolarsi tra i lavoratori in incognito per capire meglio cosa sta realmente succedendo, l’operaio che gli affida le proprie vesti viene indicato solo col numero palindromico 11811, in una apoteosi della normazione egalitaria, assoluta, priva di nome e specifica.

            A differenza del film di Chaplin, che nella sua veste comica nasconde una sostanziale malinconia dalla quale traspare un velo di rassegnazione, Metropolis nella versione originale del testo della von Harbou mantiene viva la critica sociale, prevedendo la distruzione della città-fabbrica e del correlato sistema classista, del quale propone il superamento con una riconciliazione tra le classi attraverso l’empatia, secondo il motto “Il mediatore tra mente e mani deve essere il cuore”. Il quadro in sostanza è ottimista. Seppur affermando la necessità della distruzione anche violenta dalla incancrenita e deviata società venutasi a creare, prevede il superamento della logica delle classi e la contestuale possibilità di una convivenza pacifica, rispettosa e funzionale futura tra tutte le funzioni necessarie ed irrinunciabili per una convivenza civile generale.

            Questa posizione di critica sociale che propone un superamento convergente e pacifico delle classi sociali si poneva in netta opposizione alla visione marxista conflittuale e classista della dominanza di una classe sulle altre nella forma della dittatura del proletariato. Lang, forse per non dare spazio alla polemica ideologica, trasforma il finale da visione positiva futura in fuga dei protagonisti con un razzo verso altri mondi, prefigurando in un certo qual modo il sentimento malinconico di Chaplin.

            Oggi, con alle porte il fatidico 2026 del film, cosa possiamo dire?

            Dopo gli sconvolgimenti di una seconda guerra mondiale con la conseguente divisione del mondo in due, dopo il susseguente crollo del sistema ideologico marxista e la conseguente predominanza monopolista di un solo potere mondiale per trent’anni ed ora messo in crisi da forti insofferenze da parte di tutto il globo, oggi la situazione politica appare nuovamente dominata da instabilità, revanchisme e aspirazioni imperiali, siano esse militari o economiche, emergenti da ogni dove.

            La tecnologia è andata ben oltre alle immaginazioni più audaci di allora. Lo sviluppo dell’informatica ha aperto nuove possibilità prima inimmaginabili. Possiamo parlare con tutto il mondo gratuitamente, senza che “costi” artificialmente imposti possano limitare e controllare l’uso del mezzo. Possiamo teoricamente accedere ad informazioni in modo ampio e diffuso. Possiamo girare il mondo in poco tempo con risorse accessibili alla maggior parte delle persone. Ci sono banche dati a bassissimo prezzo che possono raccogliere, conservare e di nuovo rendere disponibili informazioni in modo gratuito e generale. Questa disponibilità di informazioni viene vista come grave minaccia dai poteri costituiti, tanto è vero che i tentativi di censura stanno diventando sempre più drammatici e opprimenti. Il blocco degli accessi ai siti internet, il divieto della diffusione di materiale informativo, il controllo delle informazioni scambiate ed infine la produzione mirata di informazioni fuorvianti sono diventati uno degli strumenti più usati dai governi e dai gruppi di interesse sovranazionali contemporanei.

            Se nel mondo illiberale e dittatoriale del “socialismo reale” era normale censurare i giornali, controllare lettere e telefonate fino ad arrivare a posizionare microfoni fin dentro le camere da letto, il nostro emisfero occidentale ha sempre basato la sua pretesa di supremazia etica e morale in buona parte sulla libertà di espressione, sul libero pensiero, sul diritto di esprimere pubblicamente la propria opinione. Questo diritto, seppur ancora a gran voce sostenuto e riaffermato, è da tempo sotto minaccia e subisce continui ed esasperanti attacchi. Questi atti illiberali non possono essere ovviamente essere perpetrati direttamente e senza spiegazioni, in quanto le costituzioni e leggi fondamentali di tutti i paesi democratici occidentali sulla carta tutelano ancora il diritto di accesso ai dati e l’espressione del proprio pensiero. Vengono pertanto costruite ad arte ragioni utili a giustificare il controllo e la censura, vestite così con un candido cappottino morale.

            Possono essere utili alcuni esempi che riguardano direttamente noi, l’Unione Europea. Con la accusa di diffondere informazioni favorevoli alla Russia, è stato bloccato l’accesso ai siti web russi. Con la scusa di contrastare la pedofilia e la criminalità terroristica, l’accesso al web è possibile solo dopo una identificazione della persona. Con la scusa di contrastare sentimenti giudicati negativi come la discriminazione ed il razzismo, vengono controllate tutte le affermazioni private e personali sui mezzi di comunicazione come whatsapp, facebook e instagram. Con la giustificazione di contrastare l’evasione fiscale, si criminalizzano le operazioni dirette non tracciabili tra persone, cercando di abolire il contante e tentando di affidare alla banche la gestione di ogni rapporto negoziale, pubblico o privato, tra cittadini.

            La esplosione delle potenzialità di analisi automatica e immediata di tutte le interazioni tra uomini e sistema mondiale informatico, sia esso per mail, social o web, permette inoltre oggi di ottenere una sorveglianza capillare, immediata ed automatizzata inimmaginabile nel passato. Non è più necessario impiegare schiere di uomini e donne in uniforme, sedute in ombrosi uffici della Lubjanka, della Stasi o della Securitate, per leggere le nostre lettere, ascoltare le nostre telefonate, guardare i video fatti in strada o seguirci per vedere chi incontriamo al bar. Basta incrociare gli scontrini battuti contemporaneamente in un certo bar con le carte di credito con cui sono stati pagati per sapere chi abbiamo incontrato e quando. Basta servirsi dei nostri cellulari o delle televisioni o home assistant “smart” per sapere cosa ci siamo detti. E questo non devono farlo le persone, ma lo possono fare a costo zero banali computer accedendo alle banche dati così costituiti. Sempre, è ovvio, per evitare che che l’uomo comune perpetri attentati islamisti, partecipi ad un giro di pedofili o sottrai miliardi al fisco utilizzando strumenti internazionali di elusione fiscale.

            Una sera, davanti alla televisione, parlo con mia moglie della necessità di cambiare la lavastoviglie. Nonostante non abbia ancora effettuato alcuna ricerca sul web o altro strumento informatico, per tutto il giorno successivo sul mio telefonino compaiono pubblicità di note marche di lavastoviglie. Un caso, certamente di facile spiegazione? Sabato ordino su Amazon una banda telata isolante il calore. Domenica chiedo a “Copilot”, l’intelligenza artificiale di Google, spiegazioni su come mettere in opera le bande telate isolanti. La spiegazione è impeccabile e conclude testualmente: “meglio usare bande al titanio (come quella che hai ordinato)”. Peccato che non avevo fatto alcuna menzione né all’ordine effettuato, né tanto meno alla tipologia di prodotto ordinato. Evidentemente l’ordine su Amazon aveva trovato la sua via per inserirsi nel database di Copilot.

            Siamo onesti e non facciamo finta: ormai siamo tutti consapevoli e conosciamo il problema. Dalle telefonate dei venditori ossessivi alle pubblicità sui social tutti possiamo raccontare episodi come quelli citati. Ormai viviamo in una torre di cristallo, in piazza, e il controllo è totalitario. In riguardo alla cosiddetta “privacy” è come spesso avviene nella storia dell’umanità: più si parla di una cosa, meno è vera. Nella storia i regimi più spregevoli in tema diritti umani sono stati quelli che più di altri si richiamavano al bene dell’uomo per ideologia o diritto divino. Nei paesi dove il possesso di armi è vietato, l’uso illegale è abbondante e diffuso, quando il paese in cui meno si parla del problema e che vanta la percentuale più altra al mondo di armi per persona, la Svizzera, brilla per la sicurezza dei cittadini onesti. Si sa: quelli che più di altri predicano onestà e fedeltà spesso conducono le schiere dei fedifraghi.

            Se da una parte subiamo il controllo del padrone sulle nostre azioni e pensieri, immersi in una Metropolis informatica, nel momento in cui desideriamo condividerli con altri uomini, subiamo un controllo minuzioso delle informazioni a cui avere accesso. Quel che viene censurato a me, è inaccessibile per te e viceversa. In sostanza la conoscenza globale è possibile solo nel punto nodale in cui convergono i sistemi di controllo, nel vertice verso il quale corre quel che diciamo e dal quale esce quel che dobbiamo e possiamo sapere. Ovvero in quel piano superiore dove in Metropolis ha il suo ufficio il proprietario Joh Federsen.

            In Italia si aggiunge il fatto che i giornali a tiratura nazionale maggiore sono sostanzialmente accorpati in pochissime aree di proprietà. Nel 2024 la classifica della libertà di stampa vede l’Italia scendere al 46° posto, dopo le isole Tonga e Fiji. E non è merito delle limpide acque del pacifico, visto che vediamo paesi come Sudafrica (27°), Moldovia (35°), Montenegro (37°) e Repubblica Dominicana (43°) prima di noi. Interessante che anche paesi di declamata tradizione liberale come la Gran Bretagna (20°) e la Francia (25°) non brillano in una classifica guidata da Norvegia, Estonia, Paesi Bassi, Svezia e Finlandia. Le leggi poste recentemente in atto dalla amministrazione Starmer in Inghilterra, che hanno portato all’arresto di decine di persone e condanne a 8 mesi di galera per un post su facebook, giudicato “islamobobo”, o la decisione di un tribunale tedesco di considerare automaticamente legittime le intercettazioni e controlli su tutte le persone potenzialmente vicine al partito “AfD”, sgradito alla ideologia dominante e relegato, con la Le Pen in Francia e la Meloni in Italia nella infamante categoria degli “ultradestra”, non fanno certo sperare in un prossimo recupero della libertà di espressione.

            In questa “fabbrica sociale”, in cui ormai ognuno di noi ha scritto un “11811” sul dorso, tutto è regolato ed equalizzato, compresso tra la base di quel che è lecito sapere e quel che è lecito condividere. “Metropolis” è qui, oggi e ora, la coppia Lang-von Harbou aveva visto bene esattamente 100 anni fa.

            Anche in Metropolis vediamo due grandi classi sociali. La prima è rappresentata ha Joh Fredersen, l’uomo che comanda, che ha in mano il bandolo della matassa, l’industriale proprietario. Rappresenta una classe piccola, minoritaria, autoreferenziale e del tutto distaccata dal resto del mondo. Il proprietario non scende mai nei piani bassi della sua città, non conosce in realtà nulla di essa direttamente, ma viene informato da sgherri e compiacenti servitori che gli presentano la realtà con un misto tra ruffianaggine e furbizia interessata. La seconda è quella indistinta dei “11811” che lavorano tutta la vita, caricati di lavoro in modo da non poter fare altro, pensare o agire. In quella classe sono presenti poi i “caporali”, persone che in cambio di fare da cinghia di trasmissione tra la proprietà e le masse, ricevono alcuni, pochi ma per loro significativi, benefici. Essi sono i veicoli del controllo totale, sono le fibre ottiche del Web, i terminali della comunicazione, che mettono in contatto il centro direzionale che decide cosa ritrasmettere e cosa no, e la periferia utente, le masse. Tra essi i nostri politici spiccano per palese sudditanza.

            Oggi a cosa corrispondono queste classi descritte in Metropolis? Da una parte abbiamo le masse. Non più operai, ma impiegati, piccoli artigiani, professionisti, professori e industriali – insomma tutti coloro che vivono del proprio lavoro, tutto il mondo produttivo. Tutti coloro che devono chiedere quanto costa una cosa, prima di poterla comprare, tutti coloro che possono comprare in base al costo e devono usare il loro tempo per generare, acquisire, ottenere la disponibilità di risorse per poter coprire questo costo. Tutti coloro che sono seduti ai terminali del grande sistema informativo mondiale, per inserire e ricevere informazioni.

            Dall’altra abbiamo il proprietario della città-fabbrica, il Joh Fredersen di cento anni dopo. Allora era un industriale onnipotente che faceva quel che vuoleva, libero da vincoli normativi dello Stato in cui vive. Oggi anche lui è cambiato in forma ma non in sostanza. E’ sempre quello che ha in mano il potere della gestione delle risorse di cui gli altri hanno bisogno e che distribuisce a suo piacimento. E’ quello presso il quale tutte le informazioni hanno il loro punto nodale, il centro dati madre o, come diremmo oggi, il Server del mondo. Chi oggi potrebbe essere indicato per questa funzione? Deve avere il governo dei mezzi economici, essere libero da vincoli di uno specifico Stato e della relativa politica e deve vivere in una sede remota, irraggiungibile, messa al riparo, in alto, separato non solo dalle masse governate e manipolate, ma anche dalla strutture nazionali che governano ufficialmente per dare una parvenza democratica. Chi allora svolge questa funzione oggi? La risposta è semplice: i grandi Fondi di Investimento. Essi raccolgono le disponibilità economiche e le gestiscono secondo le loro decisioni come se ne fossero proprietari. Hanno struttura giuridica sovranazionale e pertanto possono cambiare sede di riferimento per ogni singola operazione, cercando il posto normativamente più favorevole, senza nemmeno spostare la sede centrale. Sono sostanzialmente immuni dalla legislazione dei singoli Stati, riconfigurando la stessa immunità davanti alla legge che nei tempi passati era riservata agli ordinamenti aristocratici autocratici.

            Il Joh Fredersen di Metropolis di oggi si chiama Black Rock, State Street, Vanguard, impersonali, inafferrabili, immuni ed oscure potenze libere da ogni potere democratico. L’operaio “11811” invece siamo tutti noi, poveri o apparentemente ricchi, benestanti o clochard, tenuti occupati dalla necessità di ottenere le risorse necessarie per la mera sopravvivenza o gratificati da qualche grado maggiore soddisfazione economica in cambio della sicura conformità alla narrazione morale del sistema. Il proletario marxista da operaio è diventato ceto medio ed ha inglobato anche i ceti alti, lasciando fuori solo i pochi padroni poco amanti della luce della ribalta che con sicura mano gestiscono i sistemi di raccolta ed elaborazione delle informazioni del mondo. La struttura sociale generale non è cambiata, hanno solo cambiato nome gli attori.

            Quale è il messaggio finale di Metropolis, quale il nostro futuro possibile? Nel film è proprio dal ceto proprietario che parte la consapevolezza di insostenibilità del sistema e si scatena quella rivoluzione che abbatterà la città-fabbrica per generare un nuovo modo di concepire la Convivenza Sociale. E’ il figlio del proprietario, tenuto ancora più separato del padre dalla vita reale degli abitanti della città, che – sfuggito alla sua gabbia d’oro – diventa l’elemento scatenante del cambiamento. Una rivoluzione scatenata dall’alto e come tale finita non nella eliminazione fisica di una delle classi e la dittatura dell’altra, come auspicata dal marxismo, ma nella convergenza cooperativa delle funzioni sociali che esitano in un superamento finale di tutte le classi.

            Anche nella nostra società moderna, dove il potere assoluto della metropoli, della cupola onnisciente che decide su cosa è verità e cosa non lo è, una società che si proclama liberale ma in cui accennare alla distribuzione dei delitti per gruppi sociali è reato criminale, dove ogni nostro passo è catalogato, esaminato, sfruttato per motivi di maggior guadagno della stessa cupola dominante, la emergenza di un figlio del padrone, di un Freder Frederson di Metropolis, sembra necessaria e imminente.

            Abbiamo sperimentato sulla pelle di milioni di persone soggiogate alla dittatura comunista per 70 anni, che la soluzione della “lotta di classe”, basata sull’odio sociale, non è una via percorribile. D’altra parte anche un approccio romantico e melancolico, ispirato solo a vaghi richiami alla umanità buonista degli attori, come quello di Chaplin, rischia di diventare rinunciatario e fallimentare, aiutando in ultima analisi il potere costituito a restare così come è.

            Forse è allora venuto il momento di ripensare, riproporre proprio lo spunto dato da Metropolis, in cui è dallo stesso ceto dominante oligarchico e ridotto, tenuto artificialmente lontano dalla realtà da parte dei suoi stessi sottoposti ruffiani e inattendibili, che nasce l’impulso a scatenare la rivoluzione. Lo spunto per un rivolgimento generale alla ricerca attiva e operativa di un superamento finale della concezione di classi a favore di una convivenza sociale ordinata per funzioni.

            Una società in cui il controllo totale, ormai inevitabile ed inarrestabile, come è inarrestabile ogni progresso tecnico-scientifico, non viene più usato contro i cittadini, per irregimentare, controllare ed opprimere gli onesti, ma a loro favore, per liberarli dalla maledizione dei disonesti, dei ladri, degli stupratori e degli assassini. Dove il potere dominante non ha più bisogno di assolvere, comprendere e coccolare i delinquenti per tenere in costante paura gli onesti.

            Metropolis è considerato un film espressionista e fantascientifico e pertanto un sogno. Ma sui sogni sono stati costruiti i più grandi imperi e le culture più durature. Forse è proprio di un nuovo sogno umanitario generale di cui abbiamo bisogno per uscire dagli oscuri antri dei contabili. Un sogno privo dall’odio di classe allo stesso modo come contrario alla monetizzazione e mercantilizzazione della vita, per tornare ad essere capaci di riconoscere i meriti e colpire le infamie in un solo organismo sociale ordinato per funzioni e non per classi. Un sogno che permette “al cuore di mediare tra mente e mani”, come dice il motto del film di Lang e von Harbou nel 1927.

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