
Ho scritto ieri l’altro, prima che la trattativa sui dazi USA con l’Europa andasse in porto, alcune riflessioni. Le riprendo per commentare una vittoria netta di Trump su un insieme di debosciati che si fa chiamare Europa. Una vittoria che mi appariva sicura, ma che non fa degli sconfitti un unico insieme parimenti colpito. Perché c’è chi pagherà di più e chi di meno.
Che non ci fosse via di scampo dal chinare la testa, dopo il “non volemus” della Cina a Ursula Von der Leyen – mettendo in chiaro che, volendo, noi Cina possumus ma comunque non debbemus – restava la voce grossa fatta con la minaccia di controdazi. Ma dopo che analisti economici di ogni colore avevano finalmente chiarito che la digital tax era improponibile come Europa (ed era già scomparsa sia dal linguaggio delle minacce e sia soprattutto dalla proposta di bilancio Ue 2028-2034) e che il bazooka anti-coercizione avrebbe visto il suo ipotetico impiego inciampare su incertezze giuridiche e rischi operativi, e possibili effetti collaterali per gli inserzionisti continentali, quelle minacce avevano il senso di sole rodomontate. Non avevamo niente in mano. Un bluff scopertosi tale dopo il breve passaggio del solito “dolce eloquio” di Trump successivo alle incertezza sulla trattativa. “Dazi all’Europa? 30%”: non minaccia ma promessa visto che dopo aver fatto i “riottosi” sul 10% si è poi dovuto parlare del 15%.
La prospettiva di un’intesa di principio asimmetrica e settoriale sui dazi, (cioè no dazi sui nostri prodotti “X” e noi in cambio faremo no dazi su tuoi prodotti “Y”), unica cosa che si potesse fare per salvare il salvabile, ha messo in luce la debolezza di un’Europa a pezzi, in competizione interna, divisa da interessi diversi e tutti “nazionalisti”. Già trattare i soli cosiddetti “Big Five” dell’economia transatlantica (automotive, aerospazio, farmaceutica, beni di lusso e meccanica avanzata) determina impatti diversi sui Pil dei diversi Paesi. Ridurre i dazi sulle auto significa favorire la Germania, ridurre i dazi sulla produzione aeronautica significa favorire la Francia, colpire la produzione di medicinali significa colpire l’Irlanda e via così. L’Italia, con il suo export fortemente legato all’agroalimentare e al manifatturiero di qualità, rischia di pagare un prezzo più alto di altri partner europei. A festeggiare, almeno per ora, sono i comparti ad alta intensità tecnologica. E’ tutto da verificare. Ma si è arrivati all’accordo senza alcuna intesa tra Paesi europei, intesa che doveva essere corredata da accordi per “mediare”, all’interno dell’Europa, le difficoltà dei singoli Paesi e per allargare i benefici dei singoli all’intera comunità. Anche l’impegno ad aumentare gli acquisti di armamenti e forniture energetiche Usa e quello sugli investimenti da realizzare negli USA non sono la stessa cose per le diverse economie: sarebbero state invece una opportunità da sfruttare se ci fosse una economia U.E. Dunque occorre rilanciare nuovi accordi commerciali e riforme strutturali del mercato unico. L’Italia dovrà trattare i “dettagli” di questo accordo: fanno la differenza. Sarà una contrattazione difficile. Parliamone.
C’è un’aria di cauto ottimismo nel Governo (in attesa di chiarimenti) e, devo dire, in borsa. E poi il prezzo del petrolio aumenta, testimoniando speranze di crescita economica. Significa che probabilmente gli effetti negativi sulla produzione in generale sono limitati o comunque gestibili. Ma la struttura produttiva italiana, in particolare quella che esporta, è fatta da piccole imprese, sensibilissime alla competizione sui costi e sui prezzi. Impatti da definire perché è vero che esse saranno gravati da dazi, ma i “concorrenti” asiatici pure e forse anche maggiori. Dunque?
Si ma sul Welfare?
Questo è il punto. Tutte le opposizioni si stracciano le vesti perché Trump ha stravinto. Si facessero l’esame di coscienza per vedere quanto lo hanno aiutato le loro “guerre ideali” fondate sul niente e su una alternativa cinese che non c’è. Si facessero l’esame di coscienza per valutare quanta debolezza in più avrà Meloni in Europa per effetto delle scomposte campagne denigratorie. Si decidessero a stabilire se bisogna essere in Europa, anche con qualche costo in più, ovvero “sovranisti”, e solo quando fa comodo. Invece di perdere tempo, chiedessero di rendere esplicito quali modifiche il Governo intenderà dare agli indirizzi economici fin qui illustrati e quali impatti – e relative soluzioni – prevede per la collettività. Appunto, il welfare.
Tra poco c’è la legge di bilancio: è troppo chiedere di essere seriamente impegnati a capire e controproporre anziché contestare?





