Giancarlo Tancredi: “dimostrerò di essere estraneo ai fatti”. La frase, appena sussurrata, già altre volte pronunciata da persone le più diverse, da Irene Pivetti a Matteo Ricci, passa inosservata. A me fa accapponare la pelle.
Il cardine dei princìpi del processo penale è che l’accusa deve dimostrare il reato non che l’accusato debba dimostrare l’innocenza. La presunzione di innocenza è un postulato: se si perde questo assioma, non siamo più in un sistema giuridico democratico. Parola dei costituenti, che l’hanno sancito nell’articolo 27. Personalmente la considero il confine tra giustizia e giustizialismo, tra libertà e prepotere.
Ed allora perché questa è diventata invece la prassi? La risposta è chiarissima e non ammette dubbi: perché in Italia i processi tendono a essere costruiti più fuori che dentro le aule del tribunale. Sui mass media. Che non perdono il vizietto dello “sbatti in prima pagine” e riempiono di “cronaca” di colori vari il fatto processuale. Attira l’attenzione e fa audience.
La cultura della gogna è profondamente penetrata nella idea di molti operatori dei media come “diritto di cronaca” per rispondere al “diritto di sapere” del popolo. Da questi falsi diritti bisogna difendersi, perché sei colpevole sino a prova contraria.
Cerasa e Serra – dalla cui lettura traggo questa riflessione – hanno messo insieme le loro voci per esplicitare i danni arrecati a tutti, con riferimento in particolare a quanto accade nella carta stampata, quando si utilizza questo percorso: che può riassumersi nel termine “processo mediatico-giudiziario”. Lo definiscono “grande problema per il quale superare lo status quo è in ogni caso positivo.”. All’interno di esso, dicono, “c’è un rapporto amoroso tra il mondo del giornalismo e quello della magistratura … Spezzare questo abbraccio mortale è fondamentale”.
Si, condivido, direi di più: mortale. Si fa diventare opinione quello che deve essere invece accertamento dei fatti; si limitano i diritti di difesa perché normalmente le informazioni vengono in stragrande parte dal lato delle accuse; si da un senso sbagliato alla giustizia: l’errore giudiziario ha poca o nulla pubblicizzazione. E non è dignitoso neanche per il giornalista che «… diventa surrogato dell’azione della pubblica accusa, una buca delle lettere delle carte delle procure..». Ma il peggio è chi decide di fare politica strumentalizzando proprio questo vizio. Di esempi ne abbiamo a migliaia
Posso solo aggiungere, alla condivisione piena di queste affermazioni, la riflessione che sento di dover fare sulla stato della giustizia in Italia, è la seguente. Vedo la bilancia, e la sua icona, falsata su entrambi i piatti ma anche sui loro bracci, che dovrebbero garantire l’equità tra accusa e difesa. Vedo un processo che porta a trasformare la millenaria libra in stadera. Se a questo si aggiunge che il tutto viene fotografato con lenti distorcenti e poi pubblicizzato, ci si avvicina a quello che noi tutti vediamo. Solo un simulacro della verità. E non è giusto.




