
di Paolo Zanotto
Premessa
In quella zona incerta dove la letteratura si fa allegoria e l’allegoria tende verso il simbolo, si colloca il singolare protagonista dell’opera orientaleggiante di Voltaire, Zadig, ou, la Destinée. Sotto le spoglie esotiche di un babilonese perseguitato dalla sorte e redento dalla saggezza, si profila un riferimento più profondo e silente: la figura del Zadik (צדיק), spesso traslitterato come Tzadik o Zaddiq, ovvero il “giusto” per eccellenza della tradizione ebraica. Tale parallelismo, mai dichiarato, ma finemente alluso nella consonanza onomastica e nella struttura narrativa del racconto, acquisisce pregnanza simbolica se collocato nel contesto di un secolo che, mentre esaltava la ragione universale, sovente trascurava – se non denigrava – le fonti sapienziali tradizionali da cui molte nozioni occidentali traggono linfa occulta.
Il nome “Zadig” come trasparenza semantica
Nel pensiero tradizionale ebraico, il nome proprio non è una semplice etichetta, ma piuttosto una rivelazione: esso partecipa dell’essenza. Il termine Tzadik deriva dalla radice ebraica צ-ד-ק (tsade–dalet–qof), la medesima da cui provengono tzedek (giustizia) e tzedakah (carità, nel senso di giustizia riparativa). Il Tzadik è dunque il giusto, ma non nel senso moderno e giuridico del termine, bensì inteso come colui che è conforme all’ordine divino: presenza redentrice, luce nascosta nel mondo. Non bisogna dimenticare come nella Parigi settecentesca – in particolare negli ambienti massonici e rosacrociani – l’ebraismo mistico circolasse sotto forma di simboli, codici e allegorie; e Voltaire, pur ferocemente critico verso le religioni storiche, nutriva un’attenzione erudita per le dottrine orientali ed esoteriche.
In questo senso, il nome “Zadig” non può che richiamare il suddetto archetipo del giusto. Benché l’autore non lo espliciti, la consonanza è troppo forte per essere casuale. È verosimile che lo scrittore francese, in effetti, che fu lettore della Bibliothèque orientale di Barthélemy d’Herbelot de Molainville (1697), avesse una familiarità perlomeno superficiale con i termini fondamentali del lessico semitico. Se, come insegnava il grammatico medievale Ibn Janāḥ, «la lingua è simbolo e non accidente», il nome stesso del protagonista assume nel racconto un valore pregnante e segreto. Voltaire, maestro nell’arte della dissimulazione e del travestimento allegorico, fa ricorso a un’onomastica mai del tutto innocente. “Zadig” può quindi essere letto come una traslitterazione deformata di Tzadik, volta a conferire al personaggio una connotazione esotica ma con una pregnanza etica interiore: quella del giusto perseguitato e silenziosamente redentore.
La figura del giusto nel racconto voltairiano
Zadig, ou, la Destinée si presenta come un roman philosophique mascherato da racconto orientale. La struttura narrativa segue le peripezie del protagonista che, pur dotato di virtù, si vede costantemente travolto dalla malasorte. Ciò nonostante, Zadig non rinuncia mai alla rettitudine morale, all’equanimità di giudizio, alla ricerca del bene comune. Nei capitoli centrali dell’opera (in particolare “Le Ministre” e “Le Basilic”), egli è chiamato a risolvere controversie complesse e a giudicare con saggezza, distinguendosi per la sua aderenza ad un ordine superiore rispetto alle convenzioni del potere e della forza.
Tale atteggiamento silenzioso e operoso, che rifiuta l’ingiustizia senza proclamarsi paladino morale, è tipico del Tzadik. Nella mistica ebraica, il giusto si mostra spesso ignaro del proprio ruolo salvifico (Tzadik nistar), ma è proprio la sua fedeltà al Bene in assenza di ricompensa a determinarne la statura spirituale. Così Zadig, che agisce per equità anche quando ogni calcolo razionale gli consiglierebbe la vendetta o il ritiro, rappresenta – in forma secolarizzata – una tipologia esoterica del giusto.
La narrazione voltairiana si presenta così, sotto le spoglie di un racconto orientaleggiante ed ironico, come una parabola della giustizia perseguitata. Si potrebbe leggere l’intera opera come un midrash laico, nel quale la figura del Tzadik è posta alla prova dal Male apparente del mondo. Come Giobbe, Zadig attraversa un destino irto di tribolazioni: viene calunniato, imprigionato, privato dell’amata, eppure non cede all’amarezza. Voltaire sembra qui recuperare – sebbene con il registro dell’illuminista scettico – la figura dell’uomo giusto che, pur ignorando i fini ultimi della Provvidenza, agisce conformemente al Bene. In tal senso, Zadig esprime un pensiero che riecheggia il principio ebraico della emunah (fede profonda). È la fede nella giustizia come attributo divino (uno dei tredici attributi di Dio secondo Maimonide) a muoverlo, non il calcolo né il tornaconto. Anche quando la realtà lo smentisce, egli continua ad operare secondo il derekh ha-tzedek: la “via della giustizia”.
La vicenda di Zadig appare, in questo senso, assimilabile a quella del Tzadik ve-ra lo, ovvero “il giusto al quale accade il male”, figura centrale della riflessione rabbinica e poi cabalistica sul problema del Male. È il paradosso che anima anche la riflessione cabalistica di Rabbi Isaac Luria, secondo cui il Tzadik è colui che assume su di sé le kelippot (gusci di male) del mondo, purificandolo attraverso la propria sofferenza. Voltaire, che rigetta la teodicea di Gottfried Wilhelm Leibniz, costruisce intorno al proprio personaggio una forma di risposta morale, e non metafisica, alla presenza del dolore nel mondo: non vi è spiegazione, ma permane la possibilità di un agire giusto, anche nel caos. Nel finale dell’opera, la giustizia trionfa, ma non attraverso la vendetta o la rivolta, bensì attraverso la concordia con l’ordine profondo delle cose. Zadig perdona, unisce i popoli: «Questi fu riconosciuto re per consenso unanime», lo divenne cioè per virtù e non per nascita, incarnando in tal modo la tzedakah melakhit (giustizia regale), concetto ricorrente nella tradizione profetica di Israele (Isaia, 11,4): «Zadig fu re e fu felice. […] L’impero godette della pace, della gloria e dell’abbondanza; fu il più bel secolo della terra che fu governata dalla giustizia e dall’amore. Tutti benedicevano Zadig e Zadig benediceva il cielo».
L’ambientazione babilonese
A ulteriore conferma della filiazione simbolica tra Zadig e l’archetipo del Tzadik, va osservato che il protagonista dell’opera voltairiana è esplicitamente detto originario di Babilonia: un dettaglio tutt’altro che neutro nell’economia allegorica del racconto. Babilonia infatti non è soltanto, agli occhi dell’illuminista, un emblema esotico e favoloso dell’Oriente antico, ma costituisce anche, nell’immaginario ebraico, luogo fondativo di un’esperienza esistenziale e spirituale decisiva: la galut Bavel, ossia la cattività babilonese del popolo ebraico nel VI secolo a.C.
Fu proprio durante e dopo tale esilio che si svilupparono alcuni dei tratti più significativi della riflessione giudaica post-templare, fino a culminare nella redazione del Talmud babilonese (Talmud Bavli), uno dei due corpora canonici della letteratura rabbinica, noto per la sua profondità teologica, giuridica e mistica. Collocare Zadig in simile orizzonte implica, sul piano simbolico, inserirlo nella stessa geografia spirituale in cui si forgia la figura del giusto perseguitato, del saggio che tiene viva la Torah lontano da Gerusalemme e che – proprio nel cuore dell’esilio – elabora un sapere volto alla rettificazione del mondo (tikkun). Zadig, babilonese anch’egli, attraversa infatti l’umiliazione, l’ingiustizia, l’apparente abbandono del cielo. E, come il Tzadik talmudico, non abdica alla rettitudine, bensì la esercita in terra straniera, facendosi latore – sotto la veste del babilonese laico – di un principio d’ordine superiore, come luce segreta nel buio dell’esilio.
La tensione ironica: tra fascino simbolico e pregiudizio ideologico
È essenziale sottolineare come Voltaire – maestro dell’ironia e del détournement filosofico – non proponga mai una figura seriamente messianica. L’eroismo di Zadig è razionalmente virtuoso, non teologicamente fondato. La sua giustizia appare frutto dell’equilibrio illuminista, non di un’alleanza col divino. In simile prospettiva, Zadig si configura come una trasfigurazione laica del Tzadik, in cui l’elemento sacro viene sublimato in virtù razionale. Il suo cammino non costituisce un’ascesi spirituale, ma una sequenza di prove in cui l’intelligenza morale si tempra. La Providence che alla fine trionfa è ambigua: se da un lato pare ricompensare il giusto, dall’altro è profondamente voltairiana, cioè ironicamente opaca, figlia più del caso che del decreto.
A rendere ancor più complesso – e, in un certo senso, paradossale – il riferimento alla figura del Tzadik, è il fatto che il celebre philosophe fu profondamente e notoriamente antisemita, nei modi e nelle convinzioni. La sua opera abbonda d’invettive contro gli Ebrei, accusati di fanatismo, superstizione, spirito tribale e indole commerciante. Nel Sermon du Rabbin Akib (1761), egli giunge a definirli «un peuple barbare, superstitieux, ignorant, absurde».
Tale atteggiamento, nondimeno, non gl’impedì di attingere dalla cultura ebraica in modo indiretto e selettivo, filtrandone i simboli attraverso il prisma dell’orientalismo illuminato. L’esotismo di Zadig rappresenta, in parte, anche una maschera culturale dietro cui si cela un impianto narrativo affine ai racconti sapienziali orientali, inclusi quelli rabbinici e cabalistici, per quanto spogliati della loro dimensione sacrale. Si può dunque parlare – con la cautela del caso – di assimilazione inconscia o polemica di motivi ebraici in Voltaire: un autore che disprezzava profondamente gli Ebrei e, però, non rinunciava ad utilizzare alcune figure del loro immaginario, reinterpretandole in chiave filosofica. Il Tzadik, in simile quadro, risulta depotenziato del proprio valore escatologico, ma sopravvive quale simbolo universale del giusto perseguitato.
Conclusione: lo Tzadik dissimulato
Zadig, con la sua condotta integra, il suo amore per la verità nonostante la persecuzione e la sua capacità di rendere giustizia oltre ogni legalismo, incarna una versione secolarizzata e dissimulata del Tzadik. È una figura di confine: orientale ma moderna, razionale ma simbolica, vittima ma redentore. Il riferimento implicito alla tradizione ebraica, pur mai esplicitato, conferisce al testo di Voltaire una profondità ulteriore: quella tensione archetipica fra l’ingiustizia del mondo e la perseveranza del giusto, che attraversa tanto il Talmud quanto l’Illuminismo. In Zadig, dunque, si potrebbe leggere una trascrizione laica del concetto di Tzadik: un giusto illuminista, che compendia il rigore morale della Torah e la fede nel logos razionale dei Lumi. L’orientalismo di Voltaire non è mera ambientazione esotica, pertanto, ma palinsesto filosofico in cui si sovrascrivono simboli sapienziali antichi.
Il Tzadik non è un uomo comune: è figura liminale, intercessore tra l’umano e il divino. Secondo il Talmud Bavli: «Il mondo si regge su trentasei giusti nascosti» (Sanhedrin, 97b). Nel racconto di Voltaire troviamo un personaggio che, pur operando nel mondo, si muove come sospinto da una necessità provvidenziale ed invisibile, proprio come i lamed-vav tzadikim o Nistarim della mistica ebraica: i 36 giusti nascosti che, senza saperlo, sostengono il mondo con le loro azioni e virtù. Se il Tzadik è colui che, secondo il Séfer ha-Zohar, «illumina le tenebre del mondo con la sua sola presenza», allora Zadig, col suo spirito limpido e la sua condotta integra, è figura speculare e moderna di questo archetipo: in Zadig, ou, la Destinée, il Tzadik ha mutato vesti e lingua, ma non ha smesso di testimoniare, con il silenzio delle proprie azioni, che anche nel cuore della tenebra può brillare una scintilla di ordine. Voltaire, in conclusione, ha reso l’antico ideale del giusto nascosto accessibile alla sensibilità laica del XVIII secolo, mostrando come, anche quando la fede vacilla e il male trionfa, la giustizia rimane l’unico fondamento possibile della dignità umana.





