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L’ESOTERISMO NELLA LETTERATURA ANTICA

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di Giovanni Sessa

Carl Vecchioni, L’esoterismo nella letteratura antica, Thipheret, pp. 171

È da poco tornato nelle librerie per Thiphert editore il volume di Carlo Vecchioni, L’esoterismo nella letteratura antica (per ordini: [email protected]). Il testo è curato da Vittorio Fincati e Gaetano Lo Monaco, autori, rispettivamente, della contestualizzante Presentazione e dell’Introduzione. Il libro, già uscito nel 2001, per la solerzia di Fincati, non è opera di un autore contemporaneo, ma di uno studioso che visse tra Settecento ed Ottocento. Carlo Vecchioni (1777-1858) fu vicepresidente della Suprema Corte di Giustizia di Napoli e Commendatore del Real Ordine di Francesco I di Borbone. Suo interesse prevalente fu lo studio delle origini del simbolismo di Dante e della Divina Commedia. L’opera del grande fiorentino, come si evince in tutta chiarezza nel volume che presentiamo, fu letta dal dotto partenopeo in chiave simbolica ed esoterica. Anzi, la sua esegesi può essere considerata tra le più rilevanti e fondative  di tale corrente ermeneutica.

Tra i primi a servirsi del lavoro del Vecchioni figura, lo ricorda Lo Monaco, Gabriele Rossetti, rosacroce e carbonaro di origini abruzzesi, che di lui scrisse: «Per dimostrare al chiarissimo autore (Vecchioni) ch’io lo considero come a me associato nella ricerca della verità, io riporterò le sue citazioni e le sue parole a preferenza […] non è solamente stima, ma anche gratitudine quella che mi impegna ad operar in tal guisa» (p. 11). A dire del Rossetti, il Vecchioni non avrebbe portato a termine il suo lavoro ma, in qualche modo e per ragioni ignote, si sarebbe fermato alle premesse, rintracciando, nelle pagine che presentiamo, i presupposti e i precedenti sapienziali cui Dante guardò nel comporre il Poema. Il volume, infatti, è articolato in molti capitoli, nei quali l’autore si intrattiene sulla “prisca sapienza” presente nella letteratura dell’antico Egitto, nei testi greci, nei Misteri d’Eleusi. Le sue interpretazioni discutono i nessi sussistenti tra linguaggio e simbolo negli Oracoli, nella favole, sottolineando la stretta connessione che univa in uno, almeno allora, poesia e filo-sofia. Rintraccia, in particolare i “nascosti sensi” presenti in Omero e gli “ascosi sensi” di Virgilio. Il libro è scritto in un italiano ottocentesco, solo la prosa dei primi due capitoli è stata adeguata al lettore contemporaneo, modernizzata. La sua prosa è comunque godibilissima. Da quanto detto, si comprende che Vecchioni si colloca tra i dantisti che si sono sottratti alla vulgata corrente, sia essa accademica o meno.

Anticipa o si pone in sequela, lo nota Lo Monaco, di un numero considerevole di interpreti danteschi  tra i quali, in modalità diversa, possono essere annoverati Boccaccio, Foscolo, Pascoli ma anche Caetani, Kremmerz, Lebano, Perez, Valli e Reghini. Non casualmente, Boccaccio fa dire a Dante: «son, Minerva oscura […] E ‘l nobil mio volume feci degno di temporal e spiritual lettura» (p. 13).  Il dotto veneziano  Gaspare Gozzi scrisse, alla metà del Settecento: «che la Commedia  poteva essere compresa soltanto attraverso l’interpretazione allegorica […] Beatrice era la personificazione della Scienza divina» (p. 14). È noto che nell’Ottocento l’esegesi misteriosofica di Dante trovò il proprio momento saliente. Ne fu ispiratore il lucano Francesco Lomonaco. Ugo Foscolo parlò del sommo Poeta, quale riformatore religioso. Scopo di Foscolo era: «quello di dimostrare che nella mente di Dante la favola era santificata per un sistema occulto insieme e perpetuo e concatenato» (p. 15). Il massone Reghellini sostenne Dante essere affiliato a società segrete attive nel suo tempo. Rossetti fu ancor più preciso: il “sapere riposto” di Dante avrebbe guardato a quanto avevano statuito, a riguardo, Greci e Romani. Virgilio avrebbe condotto Dante alla scoperta di tale Via realizzativa.

Più tardi, Giuliano Kremmerz scrisse giustamente piccato: «e Dante che ha scritto il più completo rituale d’iniziazione magica […] doveva essere ammirato sette secoli più tardi per l’adulterio di Francesca o la fame di Ugolino» (p. 17). Lo stesso Arturo Reghini, in tema, chiosa: «Il soggetto della Commedia è l’uomo, o meglio la rigenerazione dell’uomo, la sua metamorfosi in angelica farfalla, la Psiche di Apuleio» (p. 19). Lo stesso Pascoli vide nel Poema un’opera “misteriosofica”, ricca di simbolismi arcani, nel quale ruolo centrale è svolto dalla “morte mistica”. Per Perez, inoltre, Beatrice avrebbe rappresentato la “Sapienza degli Eletti”, l’intelligenza attiva che unendosi all’intelletto possibile, trasforma chi se ne faccia latore. Valli, è risaputo, ritenne che Dante appartenesse ai “Fedeli d’Amore”.

Il libro di Vecchioni concede al lettore gli strumenti esegetici per entrare nelle vive cose di tali letture esoteriche. Forse tali interpretazioni possono parere a taluno unilaterali, da integrarsi con letture diverse. Resta il fatto che esse presentano, comunque, una loro dignità ermeneutica che non consente di guardare altrove con ritrosia, come se nulla fosse stato detto in tema.

 

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  • Redazione

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