
Premetto che tutti i fatti riportati sono tratti da atti giudiziari pubblici e fonti giornalistiche e che le persone menzionate sono da ritenersi innocenti fino a eventuale condanna definitiva, secondo l’art. 27 della Costituzione, riguardo la criticità, riguardante l’urbanistica di Milano, che ha coinvolto direttamente il sindaco Beppe Sala e oltre settanta persone, la stessa appare in ipotesi come uno dei più ampi e complessi scandali emersi negli ultimi anni nella gestione della cosa pubblica in Italia. Per profondità, nomi coinvolti, e intrecci tra pubblico e privato, richiama inevitabilmente alla memoria la stagione di Mani Pulite, pur in un contesto mutato. Ma i parallelismi con Tangentopoli non si esauriscono nella quantità di indagati: ciò che inquieta è la presunta sistematicità del meccanismo corruttivo, del suo radicamento nelle istituzioni, e la sua apparente capacità di alterare – in silenzio – le regole del gioco democratico e il principio stesso di imparzialità nella gestione del territorio (ripetiamo, il tutto al momento ipotizzato).
L’indagine, condotta dalla Procura di Milano, ruota attorno a un presunto sistema di corruzione strutturale nella gestione urbanistica della città. I reati ipotizzati sono gravi e spaziano da:
• falsità ideologica (nel caso del sindaco Sala);
• induzione indebita a dare o promettere utilità;
• corruzione aggravata;
• abuso d’ufficio;
• fino a conflitti d’interesse sistematici e nascosti.
Il quadro accusatorio, articolato in 420 pagine, sostiene che esista un circuito opaco tra amministratori,tecnici, imprenditori e architetti, dove talune decisioni pubbliche sarebbero state piegate agli interessi di pochi gruppi immobiliari, a scapito del bene collettivo. Nomi di rilievo come Giancarlo Tancredi, assessore alla rigenerazione urbana, Giuseppe Marinoni, ex presidente della commissione paesaggio, e l’immobiliarista Manfredi Catella (fondatore di Coima) emergerebbero come figure centrali del presunto intreccio.
L’elemento che colpisce è la presunta consapevolezza e continuità di comportamenti illeciti. Non si sarebbe di fronte a episodi sporadici, ma – secondo la Procura – a un vero e proprio sistema consolidato, capace di:
• premiare i “propri” tecnici e progettisti con incarichi retribuiti da società poi valutate in sede pubblica;
• orientare scelte urbanistiche e di riqualificazione;
• minimizzare il controllo pubblico attraverso nomine opache o accondiscendenti.
Il fatto che Marinoni fosse già stato indagato nel 2024 e poi riconfermato in un ruolo chiave, con l’avallo sempre secondo l’accusa del sindaco Sala, sarebbe sintomatico di un clima di tolleranza e normalizzazione dell’irregolarità.
La denuncia della Procura è pesantissima: il territorio è sarebbe stato trattato come merce da saccheggiare. È un’accusa che va ben oltre il singolo episodio giudiziario: con essa emergerebbe il problema della funzione stessa della pianificazione urbana nelle mani delle istituzioni. Quando il confine tra pubblico e privato si sfuma, e le grandi operazioni immobiliari diventano strumenti di arricchimento per pochi, qualora ciò fosse vero, la città cesserebbe di essere un bene comune e si trasformerebbe in un terreno di conquista.
Milano, con i suoi progetti iconici Porta Romana, il Pirellino,il villaggio olimpico è stata a lungo presentata come modello di innovazione e rinascita urbana.
Ma l’inchiesta, sempre da dimostrare beninteso, fa pensare che sotto la superficie del “rinascimento urbano” ci fosse un sistema opaco, nel quale le grandi operazioni pubbliche servirebbero interessi ristretti, protetti da reti di potere.
Ma al di là di tutto, l’inchiesta non va letta solo come un caso giudiziario, ma soprattutto politico.
Essa è, eventualmente, il sintomo di una crisi sistemica della governance urbana in Italia.
Sarebbe peraltro il fallimento del controllo pubblico, ove le istituzioni deputate alla vigilanza, anche interne all’amministrazione, sembrano essersi piegate o rese impotenti. Il meccanismo di controlli incrociati appare essere venuto meno, lasciando spazio a una gestione autoreferenziale.
L’urbanistica, come strumento di regolazione dell’interesse collettivo, è stata secondo l’accusa catturata da interessi privati, non solo tramite una ipotetica corruzione diretta, ma anche grazie a reti di influenza più sottili: incarichi, promesse, pressioni, cooptazioni e quant’altro.
Milano è spesso celebrata come città efficiente, moderna ovvero ”smart”. L’inchiesta insinua che dietro questa narrazione si sia consolidata un’architettura parallela del potere, in cui trasparenza e legalità erano più forma che sostanza.
Se negli anni ’90 la corruzione era legata a partiti e appalti pubblici, oggi sembrerebbe agire attraverso professionisti, tecnici, consulenze e incarichi paralleli, spesso difficili da tracciare ma ugualmente capaci di orientare il denaro pubblico e le scelte strategiche.
Il fatto che il Sindaco riferirà in Consiglio comunale è importante, ma rischia di essere solo un gesto formale se non accompagnato da scelte politiche forti e trasparenti. Se le accuse saranno confermate, sarà inevitabile interrogarsi non solo sulla responsabilità penale dei singoli, ma sulla qualità dell’intero sistema urbano milanese, sul ruolo degli organi di controllo, dei partiti, delle forze economiche.
L’urbanistica, oggi più che mai, è il terreno dove si gioca la credibilità della democrazia locale. Se diventa un campo di corruzione, la sfiducia nei confronti della politica crescerà ancora, e con essa il pericolo che la città sia percepita non più come spazio di diritti, ma come territorio privatizzato in mano ai più forti. Ciò a prescindere, in generale, dalla iper legificazione che appare eccessiva e anche lesiva del diritto dei singoli.
Il rischio, insomma, non è solo giudiziario, é etico, civile e istituzionale.





