
“Questo concerto non s’ha da fare”- è l’intimazione censoria e bipartizan nello stile dei bravacci di Don Rodrigo. E perché? Perché a dirigerlo c’è un musicista Gergiev, molto bravo, ma ha un difetto: è un russo fedele alla sua madrepatria, la Russia e -per giunta- “amico” o almeno non nemico del suo presidente, Putin. Ci risiamo nella barbarie?
Gergiev non deve tenere un comizio né una conferenza stampa, ma solo dirigere un’orchestra. Cosa si teme? Che la sua bacchetta da direttore funga da bacchetta magica e trasmetta messaggi politico-militari? Il ministro Giuli dice che non vorrebbe censure, ma si aggiunge al coro dei contrari perché dice di temere controversie e polemiche. Queste ultime non ci sarebbero se non fossero previste e provocate da coloro che dicono di temerle.
Gli antichi romani riconoscevano alcuni diritti anche ai nemici. In Europa i cittadini di paesi ostili non venivano quasi mai ostracizzati nemmeno in tempo di guerra aperta. L’Italia non è in guerra con la Russia. La civiltà impone di tenere separate l’arte dalla politica, di distinguere quindi l’artista dal cittadino e di rispettare i diritti dell’uomo, tra cui il sentimento patriottico o religioso di tutti e quindi anche dello straniero.
Queste meschine pulsioni (russofobiche) sono un segno di arretramento, di imbarbarimento e di inciviltà.





