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IL SERPENTE ROSSO – PARTE I

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Il Serpente Rosso ( prima parte )

Non è cosa facile parlare del Serpente Rosso, un libercolo scritto nel 1966 e pubblicato nel 1967 da tre persone, trovate morte per impiccagione nemmeno dopo tre mesi dalla pubblicazione; ma, con pazienza, ho cercato di ricostruire il vero messaggio che esso contiene.

Il 17 gennaio 1967, tre autori, Pierre Feugere, Louis Saint-Maxent e Gastone De Koker, pubblicarono un testo dattiloscritto, in francese, dal titolo “ Le Serpent Rouge, Notes sur Saint Germanain De Pres et Saint Sulpis De Paris”; Il Serpente Rosso – Note su Saint Germain de Pres e Saint Sulpice Di Parigi. Un testo che non ebbe la benchè minima risonanza, sconosciuto ai più.

Tuttavia, il 6 marzo 1967, Louis Saint Maxent e Gastone De Koker vennero trovati impiccati, stessa sorte che toccò a Pierre Feugere il giorno successivo; pur essendo poco chiare le circostanze della loro morte, i tre casi vennero archiviati come suicidi. Questa conclusione però, secondo i pareri di vari ricercatori, è stata considerata poco soddisfacente, dato che è quasi inverosimile pensare che, solo dopo tre mesi dall’uscita del loro testo, tutti e tre gli autori avessero problemi così gravi, o così profondi squilibri, da spingerli a mettere in atto l’estremo gesto.

Il libricino in questione, mostra sulla copertina uno scudo araldico, attraversato da righe, all’interno del quale sono rappresentati un serpente e un cavallo. Sopra lo scudo una scritta Lene buxeum equs scaphae, ossia  “Dolcemente tratto dal bosso il cavallo dallo scafo”, dove per “bosso” si può intendere in maniera sintatticamente corretta, “scacchiera”. Sotto lo scudo, sono riportati i punti vendita del libro, a seguire lo stemma dei Rosa-Croce con la scritta circolare Rosa Crux 1099 (la presa di Gerusalemme). Segue ancora il disegno di un ragazzo inginocchiato nell’atteggiamento di riflettere, con il gomito appoggiato su una colonna tronca: sotto il disegno, una scritta “…Decouvrir une ad une les soixsante quatre picares”; ossia, scoprire una ad una le 64 pietre…

Il libricino è composto da 13 pagine dove nelle prime cinque troviamo l’Avant-Propos, di cui parlerò appresso, e nelle altre primeggiano le immagini della chiesa di Saint-Germain de Pres, della chiesa di S. Sulpice di Parigi, delle tombe di re merovingi, la genealogia merovingia, una cartina della Gallia del 511, un’altra della Galli del 632 e l’ulteriore pianta del quartiere Saint-Germaine del 1615, attraversata da una linea.

Già dalla semplice lettura del testo è facile notare che vi sono contenuti molti riferimenti a personaggi, aspetti e vicende in un fraseggio oscuro e, a volte, inconcludente; ma si crede che il “velo” sia strumentale e che per rendere chiari i concetti e situazioni si debba fare una certosina opera di decrittazione.

In premessa, si notano subito che i segni elencati dello zodiaco sono 13, mentre nell’astrologia occidentale i segni sono dati da dodici suddivisioni del firmamento e, per tradizione, ogni segno prende il nome della costellazione contenuta secondo l’ordine a noi noto: Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia, etc..

I segni zodiacali del Serpente Rosso, invece, cominciano con Acquario seguito dai pesci per poi continuare con Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione; a questo punto, sarebbe stato logico seguire con Sagittario e concludere con Capricorno ma, prima del Sagittario, è stato inserito un tredicesimo segno: Ofiuco o Serpentario.

Ora, una ragione dovrà pur esserci perché l’inizio sia stato alterato rispetto alla rappresentazione tradizionale, e la prima ipotesi logica è che gli autori, con tale inizio, abbiano voluto dare il là, un segnale, un senso preventivo, a tutta la narrazione successiva.

Siccome non è possibile passare in rassegna tutti i tredici segni, nello spazio di un articolo, con la promessa di occuparmi in seguito dei restanti, reputo necessario trattare quanto appare nel segno della Vergine, perché in questo segno zodiacale si cerca di far luce sul “Mistero di Rennes Le Chateau”.

“IO ero come i pastori del celebre pittore Poussin perplesso davanti l’enigma: “ET IN ARCADIA EGO”. La voce del sangue, vuole rendermi l’immagine di un passato ancestrale. Sì, il lampo del genio attraverso il mio pensiero, rivedo, comprendo. Io ora conosco questo segreto favoloso. E meraviglia, al momento dei salti dei quattro cavalieri, gli zoccoli di un cavallo avevano lasciato quattro impronte sulla pietra, ecco il segno che Delacroix aveva lasciato in uno dei tre dipinti della cappella degli angeli. ESTRAIMI DAL FANGO, PERCHE’ IO NON VI RESTI AFFOSSATO. Due volte IS, imbalsamatrice e imbalsamata, vaso miracoloso dell’eterna Dama Bianca delle Leggende”.

Cominciamo con la prima frase “Io ero con i pastori del celebre pittore Poussin, perplesso davanti l’enigma “ET IN ARCADIA EGO”. Si tratta palesemente di un anagramma, un giuoco enigmistico in cui per ottenere il significato in chiaro bisogna sistemare in modo diverso le lettere che la compongono. Nel nostro caso, la frase che costituisce la formulazione iniziale ne contiene e ne maschera un’altra di diverso significato; non solo, ma siccome manca del verbo che deve pur sorreggerla, deve essere completata con la giusta forma verbale ed anagrammata quindi includendo un tale predicato nella frase da decrittare. Ora, quale verbo è più economico e più logico aggiungere alla frase tronca in questione, se non un semplice “sum” in riferimento all’”ego” proposto? Così la frase:

                             Et in Arcadia ego = ed io in Arcadia

                                                      diviene

                     Et in Arcadia ego sum = ed io sono in Arcadia

Ed è da questa frase criptata che bisogna partire per trarne l’anagramma, ossia la frase in chiaro.  Premesso ciò, “et in Arcadia ego sum” si volge facilmente in

                         Te indago arcam Iesu = ti studio sepolcro di Gesù

in accordo con l’atteggiamento indagante dei pastori nei due quadri del Poussin riguardo al sepolcro scoperto ed alla sua scritta misteriosa. Quello che i pastori d’Arcadia apprendono dall’iscrizione posta sulla tomba che essi hanno scoperto, è quindi che Gesù non venne al mondo come Dio ma come un semplice uomo, che come tutti noi morì e fu sepolto, ed il cui corpo si dissolse nella tomba.

Facciamo un passo indietro. Nel 1656, l’abate Louis Fouquet durante un soggiorno romano, fece conoscenza del Poussin e divenne suo amico sino ad alloggiare nella sua n casa. Il 7 aprile di quell’anno, in una lettera al fratello Nicolas (il celebre ministro delle finanze del cardinale Mazzarino, in carica allora da tre anni), l’abate scriveva tra l’altro. “Lui (Poussin) ed io abbiamo fatto progetti su certe cose sulle quali potrò intrattenervi tra breve e che, grazie al signor Poussin, vi daranno (ove voi non vogliate disprezzarli) dei vantaggi che i Re avrebbero difficoltà ad ottenere da lui; e che dopo di lui forse nessun altro al mondo custodirà mai nei secoli a venire…Sono cose così difficili da rinvenire che nient’altro sulla terra può avere più valore ed essere uguali ad esse”. Il Fouquet continua facendo l’elogio della riservatezza del suo amico Poussin, il cui sigillo personale, d’altronde, portava il motto “tenet confidentiam”.

Il ministro, cui questa missiva era diretta, non deve aver disprezzato i vantaggi propostigli dal fratello, poiché da allora al 1661 si arricchì a spese dello Stato in misura mostruosa anche per i tempi, senza che il Mazzarino avesse nulla da ridire sulle sue ruberie. Ma nel 1661 il Re Luigi XIV, appena assunto il potere, lo fece arrestare per malversazione e quattro anni dopo lo fece rinchiudere nella fortezza di Perpignano, vietando ai suoi carcerieri di ascoltarlo e di rivolgergli la parola. Da questo totale isolamento di un potente ministro caduto in disgrazia, sembra che sia nata la leggenda della Maschera di Ferro; ma al di là dei miti, la realtà è che il Fouquet, pure se avido profittatore, non è solo per le sue ruberie che fu colpito così duramente dall’ira del sovrano. Dopo il suo arresto si può ragionevolmente supporre che egli abbia tentato di usare nei confronti del giovane Luigi quella dissuasione che gli era così bene servita nei confronti del cardinale Mazzarino; ma nel caso del Re, l’esito era stato quello di gettare la controparte in uno stato di paranoia e indurla a cancellare ogni traccia del subìto ricatto, mettendo l’estorsore in isolamento.

       E’ evidente che i tre autori nel loro libricino, hanno tentato di dare una connotazione reale ad eventi accaduti duemila anni fa, ma anche di dimostrare come quegli stessi eventi, seppur privi di una connotazione spirituale, canonica, abbiano comunque assunto una trascendenza e abbiano prodotto avvenimenti nei secoli successivi.

         E’ certo, comunque, che ambienti gnostico-esoterici-iniziatici del passato e del presente, sono a giorno della portata di quei bimillenari eventi ma, nella generalità, il loro comportamento non è mai andato aldilà di rappresentazioni e riti celebrativi, spesso nel chiuso delle loro locazioni, peraltro senza una convinta opera di proselitismo e senza alcun riflesso sulla società. Gli autori del racconto, dopo il compimento della loro opera, hanno incontrato la morte: la causa ufficiale è per suicidio. Ma, come accennato, se tale episodio suscita compassione, ciò che desta interesse è il loro scritto dal titolo e dal contenuto non più misterioso: Il Serpente Rosso.

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  • Redazione

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