
Navigare tra due Libie senza affondare
Oggi l’Italia si trova a confrontarsi con due Libie politicamente opposte, ma entrambe centrali nella partita migratoria.
Tripoli – Il Governo di Unità Nazionale (GUN), riconosciuto internazionalmente e quindi ufficialmente legittimato a ricevere aiuti europei, che ha mostrato collaborazione con l’Italia e l’UE nel controllo dei flussi migratori. Governo con il quale il ministro Piantedosi ha trovato una “grande sintonia”, promuovendo una strategia basata su quattro pilastri (rimpatri, centri migranti, gestione delle frontiere e lotta ai trafficanti).
Bengasi – Il Governo parallelo dell’Est di Haftar, non riconosciuto dall’ONU, ma che controlla militarmente una vasta parte del paese, incluse zone di transito migratorio.
Lo stesso ha mostrato ostilità diplomatica e intenzione di sabotare la cooperazione europea, come dimostrato dalla mamanifestazione di non gradimento espressa nei confronti della delegazione UE, nella quale era ricompreso anche Piantedosi.
Detto Governo utilizza le tensioni per ottenere riconoscimento politico de facto e potere negoziale.
Una situazione che evidenzia come l’Italia e l’UE non possono attuare una strategia unitaria in Libia, visto che ogni collaborazione con Tripoli viene sabotata o contestata da Bengasi e viceversa.
Una frammentazione che rende inefficace ogni intervento sul territorio, specialmente nelle aree di partenza dei migranti, spesso sotto l’influenza militare di Haftar.
In base a quanto sopra quali sono le problematiche che riguardano l’Italia?
I rischi principali
• Aumento dei flussi migratori incontrollati, specie con l’estate.
• Strumentalizzazione del dossier migratorio da parte di Haftar per ottenere soldi,legittimazione politica o margini di manovra militare.
• Frenata della cooperazione europea per via della mancanza di un interlocutore unico.
• Possibile escalation diplomatica, con ripercussioni anche sulla missione ONU (UNSMIL).
Un quadro che pone l’Italia in una posizione estremamente delicata, perche:
ha interesse diretto nel mantenere buoni rapporti con Tripoli per gestire i flussi;
non può ignorare Haftar, che controlla il sud e l’est da cui partono molti migranti;
eve evitare di legittimare apertamente il governo parallelo, per non spaccare la posizione europea e quella dell’ONU.
Cosa fare, allora?
Continuare la cooperazione con Tripoli, ma con pragmatismo
• Rafforzare la Guardia costiera e i centri migranti.
• Offrire strumenti logistici e formazione.
• Spingere per un nuovo pacchetto UE post-2024 ,mirato anche al controllo delle rotte interne del Sahara.
Aprire un canale tecnico e informale con l’est della Libia
• Evitare il riconoscimento ufficiale del governo Hammad.
• Ma avviare negoziati indiretti o multilaterali (via ONU, Egitto, o altri attori regionali) per:
• monitorare le aree sotto controllo di Haftar;
• mitigare sabotaggi e ottenere almeno una neutralità operativa.
Coinvolgere nuovi attori africani (Niger, Ciad, Sudan)
Creare un blocco di contenimento migratorio e antitratta a sud della Libia.
Perfezionare la proposta di un programma UE per il sud della Libia, che seppur valida va regionalizzata.
Coordinare la politica migratoria con una difesa più assertiva delle frontiere europee
L’Italia non può più basarsi solo sulla diplomazia libica,ma deve:
• rafforzare le missioni navali (Irini, Sophia 2);
• spingere per solidarietà europea nei ricollocamenti;
• rafforzare i canali legali per i migranti economici, separandoli dai clandestini.
Navigare tra due Libie senza affondare
L’Italia si trova oggi prigioniera di un dilemma geopolitico: cooperare con un governo (Tripoli) che non controlla tutto il territorio, o ignorare l’altro (Bengasi) che controlla i flussi ma che non è legittimo.
La risposta non può essere una scelta binaria, ma una strategia flessibile su due livelli:
• formale con Tripoli, per i canali UE e ONU.
• operativa con Bengasi, sotto copertura diplomatica multilaterale, per evitare che Haftar usi i migranti come arma politica.
Italia ed Europa devono anticipare una nuova crisi migratoria in estate adattandosi a una Libia multipolare, costruendo strumenti diplomatici, tecnici e finanziari non più basati sull’unità nazionale libica, che di fatto non esiste.





